Chi è ( lasciato ) solo a Cortale: cahier de doléances

È solo l’anziano che non viene curato bene dai professionisti della medicina
È solo l’anziano che non trova in paese i farmaci ed è costretto a recarsi a Girifalco
È solo l’anziano nella cui casa entrano ormai impunemente i ( soliti ) ladri

È solo il vecchio malmenato da un giovane

È solo chi si ammala ed è disperato perché conosce l’insufficienza e la volgarità delle nostre strutture sanitarie

È sola la madre a cui si vogliono moralisticamente togliere i figli

È solo il giovane non violento

È solo chi è vittima del traffico irregolare

È solo chi si trova di fronte a commercianti che non hanno tra i loro obiettivi il benessere e la soddisfazione del cliente

È solo chi ha vicini violenti e prepotenti, che nessuno ( neppure ) redarguisce

È solo chi viene raggirato da chi malamente esegue per lui un lavoro, per il quale deve tuttavia pagare come fosse stato fatto perfettamente

È solo il cittadino che non ha e/o non vuole il patrocinio dei potenti

 

È solo chi si ritrova con una costruzione abusiva addossata alla sua dimora o alle sue cose

È solo il cittadino la cui vettura magicamente va a fuoco e non riceve alcuna solidarietà

È solo chi di fronte alla violenza sa che non troverà difesa nei reggitori pubblici

È solo chi vuole esprimere un’idea fuori dal coro

È solo chi considera due sfere separate le istituzioni pubbliche e quelle religiose

È solo il non credente

Sono soli i terreni su cui estranei buttano arbitrariamente acque di vegetazione

Sono sole le dimore che non vengono definite palazzi

Sono soli i vicoli dove non passa mai ramazza

È sola la scuola lasciata in balia di vacui progetti e feste varie

Sono soli i cittadini di fronte a chi ha deciso per un eolico selvaggio nel nostro territorio

Sono soli i cittadini a cui pubbliche istituzioni stavano per rifilare il mostro della Battaglina

È solo il cittadino di fronte alla retorica delle dichiarazioni ufficiali che nulla spiegano di quanto di violento e illegale accade in paese

Ai tanti soli, ai tanti non  ( esclusivamente ) ai pochi e noti, va espressa solidarietà.

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Non ammazzare

Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore.

Che tutti noi possiamo restare umani, come diceva Vittorio Arrigoni, e che nessuno debba conoscere sgomento e rimorso del colpo, uscito di mano, e l’angosciosa compassione di Lodovico per l‘uomo che abbiamo ucciso.

Verità degli accadimenti e verità giudiziaria

Qualche sera fa mi sono  imbattuta in un servizio televisivo sui malanni causati dalla ‘ndrangheta in Calabria e su alcune note vicende giudiziarie relative a crimini perpetrati nella zona dell’Angitola, finite senza l’accertamento della verità ( per prove insufficienti o fatte abilmente apparire tali ) oppure conclusesi, come nel caso della morte di Santo Panzarella, con l’assoluzione degli accusati per non aver commesso il fatto. Delitti rimasti senza un colpevole.

Mi ha colpita molto l’affermazione di un avvocato, il quale ha più volte ribadito che la verità raggiungibile è quasi sempre la verità giudiziaria, non quella che disveli quanto realmente successo.
Mi ha impressionato che questo venisse e affermato e teorizzato come un dato quasi normale da un operatore del diritto.

Noi cittadini siamo consapevoli che un processo penale significa accertare i fatti e che tale accertamento può a volte essere incompleto, difficoltoso, impossibile. Una cosa è però tale consapevolezza, un’altra accettare che la verità raggiungibile sia eternamente parziale: questa concezione è seriamente colpevole perché giustifica qualsiasi inerzia giudiziaria, qualsiasi collusione, qualsiasi distorcimento della realtà per far trionfare o una propria tesi o un indirizzo politico o una lettura di un periodo storico. La storia della giustizia in Italia è sotto gli occhi di tutti: e su alcune devianti concezioni della giustizia e distorsioni di essa si sono costruite le tante non-verità nel nostro paese, anche prima di Piazza Fontana.

Secondo il legale intervistato, il processo penale è dunque un momento in cui ci si sforza di arrivare ad una verità che è sempre giudiziaria, perché mai o quasi mai si riesce a raggiungere una verità vera.
Ma che senso ha un apparato della giustizia che si accontenti e forse tenda solo ad una verità giudiziaria? Che senso c’è nell’accogliere come un dato immutabile l’idea della limitata portata dell’accertamento giudiziario?
La spesa enorme che il paese affronta nel sostenere tale apparato ha ragione d’essere, il sistema giudiziario stesso ha ragione d’essere solamente se sempre più si tende, nei tribunali, ad appurare la verità su ciò che si è verificato e a dare giustizia alla vittima e pena ( che abbia l’obiettivo di riabilitare il reo ) al colpevole.

Poveri noi, soprattutto in Calabria: tra (im)prenditori, politici collusi, ‘ndranghetisti. E verità giudiziarie.
Dov’è lo spazio per l’onesto? Dov’è lo spazio per l’in-nocente?
Per noi cittadini probabilmentee ingenui e sprovveduti, che nutriamo speranze solo nella giustizia non nei poteri illegali, è inspiegabile questo iato tra realtà degli accadimenti e verità giudiziaria.
Invece, dicono i nostrani esperti del diritto e responsabili della gestione di esso, questo iato è logicamente spiegabile.
E sentenziano, come tutti gli azzeccagarbugli, che la verità degli accadimenti non ci è dato di conoscere: noi conosciamo solo la verità giudiziaria.

E quando, come per il  giovane Panzarella alla fine del processo non esistono colpevoli, concludono che in qualche caso si ha un epilogo assolutorio che è un risultato fisiologico di alcune vicende giudiziarie.
Si tratta viceversa non di risultati fisiologici e naturali e inevitabili, ma di processi naufragati, anzi fatti naufragare da una parte della giustizia.
Vale la pena denunciare, stando così le cose?

Non è l’epilogo giurisdizionale a cambiare la sostanza della realtà, ho sentito dire ancora in quel servizio.
No, è invece importantissimo il risultato di un processo, altrimenti la realtà rimane una merda.
E non resterebbe che aspettare, fatalisticamente, la giustizia di Dio. Com’è costretta a fare ormai la battagliera e fiera e dolente Angela Donato, madre di Santino.
Troppo poco; e per chi è laico o non credente non esisterebbe neppure quest’ultima attesa.

Non si continui però a raccontare la solita solfa che in Calabria e nelle altre zone preda di poteri illegali tale situazione sia dovuta alle popolazioni che non aprirebbero bocca. Come se bastasse che il cittadino dica quanto sappia o quale ingiustizia ha subito, se poi questa partecipazione e coscienza democratica va a schiantarsi contro una gestione della giustizia ( dai carabinieri ai procuratori più potenti ) sonnacchiosa o corrotta o che cerca solo verità giudiziarie. Cioè, ricostruzioni di comodo o accomodanti o cieche o ingiuste. Chi deve condurre la lotta contro mafia e ‘ndrangheta e soprusi e violenti? Davvero pensiamo che sia sufficiente che l’uomo comune denunci? O non siamo, al contrario, in malafede quando proclamiamo ciò in maniera piuttosto reboante?

[…] lo Stato muore o inizia a morire quando questi poteri privati se ne appropriano […] Allora l’unico principio regolatore dei rapporti sociali diviene la forza.
Allora su coloro che non fanno parte di alcuna tribù sociale forte – come avviene per i giovani precari, per i disoccupati, per gli anziani poveri, per gli emarginati, per milioni di cittadini – si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri, afferma Roberto Scarpinato, che ha lavorato con Falcone e Borsellino. Ma Scarpinato è testimone di un’idea della conduzione della giustizia non maggioritaria in Italia.

Siamo un paese dove l’impunità di chi delinque ha una storia lunga. Scriveva Giolitti al re Umberto I dopo l’assoluzione degli imputati per lo scandalo della Banca Romana: “Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti in Italia, oltre a essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano denunciati e messi in carcere”.
La giustizia ( non ) è uguale per tutti.

Relazione del Meetup Movimento Cinque Stelle Catanzaro sulla discarica della Battaglina

Il 3 gennaio saremo a San Floro!

Non ho mai creduto ad un potere dalle donne gestito diversamente rispetto agli uomini.
Se penso a Margaret Thatcher o se penso alla Merkel, io preferisco che per tutte le ere future governi un maschio non conservatore ( sto naturalmente ragionando per assurdo ed estremizzo volutamente ). Credo, in realtà,  che  si gestisca il potere bene o male e con in testa un’idea, diciamo così per capirci, di destra o di sinistra, sia un uomo o una donna a farlo.
Ritengo, altresì, che sulle donne non debba pesare, oltre i tanti carichi storici, il gravame di dover essere migliori degli uomini. A noi donne spettano tutti i diritti che possiedono le persone, tra cui la possibilità di essere disoneste, carogne, ecc. Insomma, dobbiamo avere il diritto di agire come noi vogliamo e scegliamo: una libertà per la quale beninteso ci assumiamo le nostre responsabilità, come ognuno che viva sulla terra.
A  proposito del(la) sindaco di San Floro, però,  mi piace, amabilmente, sebbene non del tutto candidamente, giocare.
Ricordate alle prime riunioni come erano smarriti i sindaci ed i tecnici del PSA? Oh, che guaio! Come e perché è successo? E dove è successo? E chi è stato? E chi sta facendo la buca enorme? Da quale parte vengono questi mostri, via mare via terra via aerea, da Marte da Venere? E come faremo per uscirne? Io sono stato eletto adesso, io pure, io non c’ero, io ero a fare la spesa settimanale! Siamo tutti contrari alla discarica! Dio, Dio, cosa succederà alle povere finanze di Borgia se ci ribelleremo?! E come mai è capitato proprio a noi tanto onesti, puliti ed ecologisti? A noi, che facciamo la differenziata! A noi che guai se vediamo qualcuno, pure un infante,  buttare una carta per terra!
Ti veniva voglia di coccolarli tutti, tanto erano sconvolti, oppure ti prendeva un desiderio incontrollabile di andartene sulla Luna, di fronte ad amministratori così capaci.
Ed ecco che lei, il sindaco di San Floro, quieta quieta, con la faccia più tranquilla di quella di Colombo di fronte all’uovo, trova la soluzione!
Vuoi vedere, mi son detta, che è vero che le donne, abituate a gestire il quotidiano ed a facilitare la vita a quegli imbranati degli uomini, sanno amministrare meglio? O forse, mi chiedevo con la bocca aperta per la meraviglia, Babbo Natale avrà ricevuto la mia letterina ed ha operato lui il miracolo?
Gioco, quando, a mo’ di  imbambolata, esclamo che ignoro cosa sia successo.
Sono del parere, infatti, che il sindaco di San Floro si sia resa conto della forza del movimento ed abbia deciso di non contrapporsi ad esso, per non esserne travolta/o. E anche questa è intelligenza politica.
In qualunque modo vogliamo spiegarli, i recenti propositi della Procopio sono in verità il risultato più interessante che il movimento abbia ottenuto sinora. Teniamocelo stretto ed andiamo avanti.
E il 3 gennaio rechiamoci a San Floro, in questa laica processione attraverso i paesini dell’Istmo. Per dire che ci siamo e che reclamiamo che alle parole seguano i fatti. E per sostenere il nostro comitato, che è necessario resti unico, snello e non pletorico affinché abbia la capacità di operare: nei diversi centri ci possono essere solo dei gruppi che coordinino il lavoro e gli obiettivi locali  con quelli generali. Del resto, per chi desideri impegnarsi, non mancano i compiti e tutto quanto ognuno farà sarà importante. Come si sapeva una volta, ogne cosa leve ndomine, ogni cosa porta al Signore, ossia ogni cosa ben  indirizzata facilita il raggiungimento dell’obiettivo.
Io tutti i giorni incrocio le dita, affinché il direttivo sappia interpretare la volontà popolare ed evitare gli ostacoli subdoli che i nemici pongono e porranno sulla strada. Ma mi auguro anche che  il resto del movimento non faccia i capricci e non abbia al suo interno primi attori e solisti, bensì offra idee e dia forza all’azione del direttivo.
Orsù, a San Floro!