I soldati mesti di Eschilo

Nell’Agamennone l’araldo torna da Troia e racconta una guerra senza gloria e colma di tormenti: è come se di nuovo si sentisse la parola critica del vecchio Tersite, violentemente messo a tacere in Omero.

I giacigli erano sotto le mura dei nemici, e dal cielo e dalla terra le rugiade di prati bagnavano, senza posa rovina delle vesti, riempendoci di insetti i capelli.
E se uno dicesse l’inverno strage di uccelli, che la neve dell’Ida rendeva insopportabile? o la calura, quando senza vento il mare privo di onde cade e dorme nei giacigli meridiani?

Queste sono le voci che si dovrebbero far amare ai giovani: non il frastuono di asini, come Callimaco chiamerebbe il nulla imperante nella pessima scuola ciecamente voluta da chi ci governa.

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Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

La scuola, la mucca e il “l’avare”

Lago di ComoErano prossimi gli anni Novanta ed io insegnavo in un paesino sul lago di Como, ricco anche perché gli olandesi lo avevano eletto posto di villeggiatura.
Mi era stata assegnata una prima media, a dire il vero si trattava di una pluriclasse. L’edificio scolastico era avveniristico: pareti in vetro, piscina, tanto verde attorno. Ma i pur agiati bambini sillabavano e non leggevano.
Come ero solita fare quando arrivavo in un centro che non era il mio, avevo detto agli alunni di scrivere qualche paginetta su se stessi e sul luogo in cui vivevano: mi avrebbe consentito di intendere un po’ il loro mondo.
Mentre lavoravano, mi avvicinai ad un bambino che puzzava quasi che il cattivo odore avesse definitivamente impregnato la sua pelle ed aveva le unghie delle manine sporche ed orlate di nero, come noi in Calabria trent’anni prima quando frequentavamo la scuola elementare. “Posso parlare della mia mucca?”, mi chiede con sul visetto una timida speranza che rammento ancora. Mi si strinse il cuore. Gli risposi di sì, ma mi augurai che il suo orizzonte potesse un giorno allargarsi, magari pure grazie alla scuola.
Fu così che seppi che quei bambini il pomeriggio portavano al pascolo le vacche, spesso di proprietà – mi pare di ricordare – di benestanti olandesi. Ecco perché sillabavano: non avevano il tempo di studiare.

L’anno successivo all’esperienza nella pluriclasse di ricchi, tornai in Calabria ed andai ad insegnare nel Crotonese.
Non c’era la piscina, ma i ragazzi erano alloggiati in luoghi indicibili e indecenti dove ti pioveva sul capo ed in classe era necessario tenere il cappotto addosso per l’intero inverno, anche se non si era freddolosi. Gli alunni avevano venduto il dizionario di latino, non venivano interrogati, si esprimevano in dialetto, pensavano che ogni paese fosse governato dalla ‘ndrangheta a guisa del loro. “Prof, cu cumande a u paise vuostru?”  “La sinistra, dopo l’ultima elezione”. Mi osservarono come fossi una bimba ingenua: ” No, intendevamo quale famigghia!” E mi raccontavano che tra i clan nemici i rapporti erano così violenti che si arrivava a profanare i cadaveri e cavare gli occhi ai morti della famiglia avversaria. Rammento che, notando il mio smarrimento, indulgevano su dettagli raccapriccianti con un qualche infantile e inconsapevole piacere nello sguardo.
Paesaggio del Crotonese
Stringemmo un patto con questi ragazzi: diedi loro dei testi molto semplici da tradurre, ma volli interrogarli e riapparirono i dizionari. E li promossi tutti, perché avevamo raggiunto, per dirla nel gergo scolastico da me non amato, i nostri obiettivi: piccoli, ma fondamentali. Non si gridava più Cumpa’,  m’u truovi u vocabulu? ma ci si impegnava, si faceva la versione e si capiva che esprimersi in italiano era importante ed interessante. I colleghi rimasero delusi: stranamente si aspettavano che io, poiché giungevo da fuori, bocciassi tutti quegli alunni per anni negletti e trascurati.
In questa quinta liceo scientifico, in un compito di italiano, un giovane una volta scrisse che aveva compassione degli extracomunitari, ai quali probabilmente sarebbe sempre toccato solo l’avare i vetri delle macchine dei passanti.
Sentiva pietà, il ragazzo, per gli extracomunitari.
Io, nel correggere il suo lavoro, mi sono dolorosamente chiesta quale potesse essere il suo avvenire, visto che scriveva l’avare ( un verbo abbastanza piano, di uso quotidiano ) e che il suo paese era divorato dalla ‘ndrangheta.
Alcuni anni dopo, a pochi metri di distanza dall’edificio scolastico, furono freddamente uccise quattro persone. Rividi quel guizzo di piacere nello sguardo dei miei ragazzi e ne ebbi pena e angoscia.

Mi capita di pensare con particolare intensità a degli alunni, quasi sempre non si tratta dei più bravi. E di frequente cerco di figurarmi l’esistenza di quelli del Crotonese: cosa sarà loro successo? cosa sarà avvenuto nella loro vita? che strada si sarà aperta al giovane che scriveva l’avare? E quali orizzonti umani e culturali si saranno dischiusi per il bimbo che abitava nello splendido scenario del lago di Como e che in un povero italiano mi narrò i pomeriggi in compagnia della sua mucca?
Può la scuola non occuparsi dei ragazzi e congedarli smarriti di fronte al futuro e non attrezzati per affrontarlo?

Certo, tali interrogativi non si pone oggi la scuola renziana: la scuola festaiola che ciancia di competenze avulse dalle conoscenze, la scuola che afferma di non possedere un soldo per i bisogni degli allievi ( tantomeno per i propri docenti ), ma che molto spende per pagare conferenzieri vari e foraggia una pletora di progettisti interni ed esterni che in essa ormai quotidianamente si aggira .
La pessima scuola.

Il ( non ) senso di sé di un paese

Tino Petrelli. Africo, 1948Arrivano nelle scuole incessanti richieste, da parte dei genitori, di (pre)potente controllo su didattica e contenuti, cioè arriva la pretesa pesante di trasformare la scuola da pubblica e laica in privata e religiosa. E sempre di più le scuole, soprattutto quelle con continue perdite di iscritti, ubbidiscono.
Ubbidiscono al genitore che va dall’insegnante sventolando perentoriamente infelici circolari ministeriali riguardanti la necessità di non interrogare il lunedì, evidentemente giorno terribilmente faticoso per i giovani italiani. Si ubbidisce alla famiglia che chiede a muso duro di conoscere preventivamente qualsiasi attività culturale venga proposta al figlio e di poter di volta in volta dare o meno ad essa l’assenso.
Questo succede perché l’Italia intera, non solo la scuola, è un paese che da anni ha rinunciato al suo patrimonio laico e progressista ed ha perso memoria e senso di sé. Non sa guardare al passato, non ha strumenti per costruire il futuro.
Non è possibile più, dunque, insegnare Dante, fosco maestro di pensiero libero e aconfessionale.
Non è possibile insegnare Beccaria e la sua idea rieducativa della pena.
Non è possibile insegnare il luminoso progressismo di Leopardi o di Lucrezio.
Non è possibile dire con Appio Claudio che “Ciascuno è fabbro del proprio destino”, non è possibile proporre Menandro o Terenzio con il suo “Homo sum: humani nihil a me alienum puto”: modelli di pericoloso relativismo.
Via Marx dai testi scolastici. Nietzsche è troppo aristocratico. Hegel è addirittura da disseppellire e mandare in galera. Galileo rientri, per favore, tra gli appestati.
E quando si legge Saffo o Teognide non si faccia cenno alle diverse predilezioni sessuali nel mondo presenti. Non si sa mai: che non si nasconda, in qualche papiro, la così temuta e introvabile teoria gender! Se poi è un ragazzo a rivelare di essere omosessuale, spediamolo da solo all’ultimo banco: cessi la scuola di essere luogo aperto alle diversità culturale e umana.
Davvero dannosa è poi l’analisi logica.
A dipinti e statue (ri)mettiamo le brache.
Si condanni di nuovo a morte Socrate, primo cattivo maestro.
Insomma, che cosa della nostra tanto decantata civiltà europea possiamo trasmettere nelle scuole che non corra il rischio di essere considerata esempio progressista e laico?
La verità è che la cultura – per propria natura – è tutta innovativa e quindi potenzialmente insidiosa per l’esistente.
Perciò non ci resta che recitare in classe al mattino la preghiera, organizzare gite a Lourdes, spiegare il Calderoli pensiero od altre simili raffinatezze che ormai assediano le porte degli edifici scolastici.
Anzi direi di non insegnare più nelle aule il pernicioso e letale alfabeto: restituiamolo a quei Fenici portatori di mali e guai.Tutti ignoranti. E’ meglio.

La conchiglia del Mediterraneo

Il progetto ungherese del muro contro l'immigrazione

Il progetto ungherese del muro contro l’immigrazione

Scherzavo, nell’ormai lontano 1990, con quei ragazzi della mia quarta ginnasiale di Como che con entusiasmo si avvicinavano allo studio della civiltà greca: “Voi avete avuto gli Orobi, noi i Greci”. Oppure li stupivo con le foto dei nostri fichidindia o affermando che in Calabria c’erano anche i laghi ( artificiali, ma c’erano! ) e questo li stupiva molto.
I rapporti, tra me docente del Sud e le famiglie e l’ambiente generale, erano corretti, sebbene ricordi nella Val d’Intelvi una scritta contro gli insegnanti meridionali, già in quegli anni. La Lega però non era ancora forte e il massimo in cui ci si poteva imbattere era qualche sorrisetto ironico sulla nostra barbara ( in senso greco! ) pronuncia.
All’incontro con due giovanissimi genitori, il papà mi disse che correggevo pure le virgole ed io, a lui che era medico, chiesi: “Lei conosce il suo mestiere?” “Sì” ” Io conosco il mio”. E ragionai su quali disastri possa provocare in un testo una virgola messa al posto sbagliato o non messa.
Ci sorridemmo: questi erano solo scambi civili e normali, tra persone rispettose l’una del ruolo dell’altra. Non avrei mai allora saputo immaginare il clima di cloaca che si è stabilito nella scuola: dove esiste ormai una corsa da parte dei genitori e di tutto l’organismo sociale circostante a garantire un ottimo voto all’allievo, soprattutto se non lo merita.
Nell’incontro successivo, il giovane padre disse che aveva un regalo per me. Io per un momento mi misi sull’allerta perché avrei dovuto trovare il tono giusto per rifiutare. Ma lui, che era a conoscenza delle schermaglie scherzose e giocose con i ragazzi, mi porse una conchiglia che aveva portato appositamente per me dalle recenti vacanze. “Perché siamo entrambi mediterranei”, aggiunse.
Conservo ancora quella conchiglia come segno di relazioni gentili e di unione tra “diversi”. E – come mi hanno sollecitata a fare da bambina – ogni tanto l’appoggio all’orecchio e odo il rumore del mare.
Chi oggi, a distanza di quasi trent’anni e nel momento in cui si pensa di erigere foschi muri, chi di noi dà una conchiglia come riconoscimento dell’altro?