Claudia, Rita, Valeria, Ottavia, Mariliana, Linda, Gilda ed Anna: gli anni con voi e molte altre, a Como.

Como, Casa della Giovane.Eravamo giovani donne che lavoravano come supplenti nella scuola ed abitavamo – perché conveniente dal punto di vista economico – alla “Casa della giovane”, gestita da suore. Una parte delle stanze si affacciava sul lago di Como, vicina era l’incantevole Villa Olmo, sullo sfondo la collina di Brunate.
La cucina ed i bagni erano però in comune e dividevamo le piccole camere con altre inquiline.

Io vi arrivai al secondo anno di insegnamento in Lombardia, dopo il precedente  abbastanza difficile in cui avevo dovuto affrontare tante novità tutte in una volta, e quello stare assieme mi giovò e lo ricordo come un periodo felice.

Vivevo assieme a delle giovani che venivano da varie parti d’Italia, come me ancora non di ruolo e come me di spirito indipendente e disposte a partire, pur di non chiedere niente a nessuno. Eravamo, inoltre, lavoratrici serie che passavano il pomeriggio a studiare: tutte persone che sono state apprezzate dalla laboriosa Lombardia. Lo dico con chiarezza, senza false modestie.
Parecchie di noi – non più giovanissime – avevano naturalmente mondi segreti e già intime ferite.

Le suore erano discrete, non badavano alle nostre idee ed a me, non credente, non fu mai chiesto di andare a messa. Bisognava, certo, rientrare in orario ed era presto, ma avevo scelto di stare in un istituto e quindi ne rispettavo le regole.
Un giorno tornando da scuola a suor Betty, la più anziana che stava all’entrata, infilai l’ago e lei mi ringraziò esclamando “Ti ha inviata il Signore!”. “Non per così poco, suor Betty!”, dissi io, pensando alla mia vecchia madre che avevo lasciato a Cortale e che sempre si faceva aiutare con cruna e filo.

Nella camera accanto, sul lato dov’era il mio letto, dormiva Rita che veniva dalla Campania.
Le stanze erano separate solo da un pannello di compensato: il buon cuore cattolico – è noto – è sensibile al guadagno. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per due metri di spazio da spartire con un’altra persona, pagavamo infatti più di quattrocentomila lire. Ma si poteva soggiornare soltanto il tempo della supplenza evitando un affitto mensile che non avremmo potuto affrontare con un lavoro precario, il posto era sicuro, era al centro, ben servito dagli autobus: tutti vantaggi per delle lavoratrici non residenti e, diciamo così, stagionali.

Quando la sveglia di Rita al mattino suonava, anch’io la sentivo e insieme sentivo guarire ogni mia sofferenza per la lontananza da casa o per la durezza di un’occupazione precaria. Avvertivo di essere inserita nel ritmo collettivo del lavoro e ciò mi dava forza. In tutta Italia – pensavo – le persone che devono guadagnarsi da vivere in questo momento si alzano e affrontano la giornata.
Il pomeriggio, Rita – come me – preparava la lezione o correggeva i compiti.
Ogni tanto smettevamo e andavamo nella stanza dell’altra per chiacchierare.

A volte dal frigo scompariva qualcosa e la lunga fila al bagno non era piacevole. A me ciò comportava levatacce ma sono mattiniera, come ogni contadina che si rispetti.
Ci confrontavamo, però, sul modo di valutare lo scritto di un alunno o sulle domande da fare per partecipare ai concorsi o, semplicemente, su come raggiungere un paese della Val d’Intelvi in cui c’era una nuova supplenza per noi. È stato il mio periodo di vissuta sorellanza.

Incoraggiavamo ovviamente chi accettava una lunga permanenza a Premana, un centro ameno dove a causa della neve bisognava soggiornare e perciò separarsi dai nuovi amici e lasciare le attrattive della città. Non era indolore il tenersi lontane dalla pratica dei favoritismi! Nel mio caso ( in Calabria avevo rifiutato la raccomandazione addirittura offertami ) implicò la distanza da mia madre nei suoi ultimi anni e – soprattutto – la consapevolezza che anche lei pagasse un costo e soffrisse.

Rita come me era laureata in lettere classiche e rammento che alle convocazioni in Provveditorato aspettò per sincerarsi che anch’io avrei avuto la nomina annuale: l’agognata  nomina annuale voleva dire essere tranquille per dei mesi.

Con Claudia, che veniva da Cosenza, abbiamo diviso la stanza per un anno e non abbiamo mai litigato.
Eppure io amo dormire al buio, lei – terrorizzata dai terremoti – aveva una lucetta portata dalla Calabria: abbiamo risolto la questione nascondendola alla mia vista con dei libri. A turno provvedevamo a tenere pulito l’angusto spazio concessoci, studiavamo vicine ( a due tavoli differenti! ).
La sera lei, munita di gettoni, scendeva nella guardiola per telefonare a casa dove aveva lasciato il marito e un figlio poco più grande di un anno. Quando il piccolo si rifiutava di parlare o non la riconosceva, tornava in stanza in lacrime. Costava quella nostra indipendenza rispetto alla moda, al Sud diffusa, di raccomandarsi presso qualche preside!

Claudia insegnava negli istituti professionali e nel pomeriggio era impegnatissima a preparare le attività. In seguito, in Calabria, io ho avuto a che fare con colleghi che ritenevano che tali istituti – fondamentali perché formano i tecnici dei vari settori – non richiedessero attenzione.

Ottavia, che veniva dalla Puglia, era tra le più giovani. La ricordo camminare nei corridoi, col suo codino biondo ondeggiante. Una mattina venne affranta a dirmi della morte di Freddie Mercury. Ero lontana dalle sue passioni musicali e ancora mi spiace di non aver partecipato a quella pena con la dovuta intensità.
Lei era curiosa e colta e sensibile ed assieme andammo al cinema per “Rapsodia in agosto” di Kurosawa: fu un giorno incantato e continuo a portare nella borsa il biglietto di ingresso. È raro che si possano condividere alcune passioni culturali, anzi a volte capita di doverle celare per evitare imbarazzi o noie e ciò provoca un sottile disagio.

Qualche tempo dopo ( man mano, ognuna era passata di ruolo ed era tornata nella sua regione, qualcuna aveva invece deciso di rimanere in Lombardia per sempre ) Ottavia mi rintracciò e decidemmo di vederci, a Napoli. Nonostante la distanza, facciamo tuttora parte l’una della vita dell’altra.

Mariliana veniva dall’Abruzzo.
Era una personcina gentile nei tratti fisici e nei modi e contemporaneamente ferma nei propositi.
A volte mi pare ancora di udire la sua fresca ed allegra risata.

Tutte cercavamo di rendere nostro con qualcosa il poco spazio toccatoci, in quella strana e per molti aspetti scomoda comune.
Lei aveva una ciotolina a fiori azzurri delicati nella quale puliva le lenti a contatto: sono certa che intendesse abbellire in tal modo il suo vivere in un luogo per lo più estraniante.
Io ammiravo l’oggetto grazioso e Mariliana nel momento di tornare a casa me lo diede in dono.

Valeria veniva da Catania e faceva la postina. Era schiva, ma quando ci separammo sussurrò che non mi avrebbe mai dimenticata.
Possedeva l’arte siciliana del raccontare e mi narrò con fine ironia e senso del comico le iniziali difficoltà di orientarsi nel consegnare la posta in una città sconosciuta e alcune disavventure sue e degli utenti, a cui ad esempio a volte il quotidiano fu recapitato… con qualche giorno di ritardo.
Mi trasportò, inoltre, in un pomeriggio torrido di Catania. Valeria bambina corre corre e corre e arriva trafelata dal medico: Dottore, la nonna dice che se tossisce le fa male il petto.
E Valeria nuovamente corre corre e corre per portare il secco consiglio: Dille di non tossire, allora!

Cara Valeria, che per avere l’impressione di possedere una casa aveva affittato un’intera stanza, sebbene la spesa fosse troppa! In essa, posta vicina alla cucina e il cui interno se l’uscio era aperto potevamo intravedere nel passare, si erano trasferiti un po’ di immagini e sapori siciliani, ma nessuna di noi poté mai entrarci.

Nei miei anni di “collegiale” conobbi nella scuola di San Fedele Intelvi anche Linda, che era della bella Varenna.
Mi invitò a passare un fine-settimana nella sua abitazione e vidi posti meravigliosi e godetti della bellezza assoluta del lago di Como e l’ascoltai raccontare della nonna che da fanciulla teneva un diario ed era esperta sciatrice.

Con Linda parlavamo spesso di noi, specialmente sull’autobus che ci riportava a casa. Era giovane e avvenente ed aveva dei contrasti in famiglia, perché stava  con un modello di cui era molto innamorata. Una volta però mi disse che ciò che desiderava di più era riuscire a conquistare una stabilità professionale: il suo investimento principale non era quello amoroso.
La ragazza ( assieme alle donne che in Lombardia incontravo sui mezzi pubblici, umili operaie truccate e curate ) mi fece riflettere e mi mostrò cosa significhi avere la cultura del lavoro.

I miei genitori erano lavoratori seri, io stessa in teoria sapevo dell’importanza del lavoro per la realizzazione di sé di una donna: ma non lo sapevo nelle più nascoste fibre, in maniera tale da non dolersi troppo per le esperienze d’amore che in fondo ponevo al centro.
Ero avanti per tante cose ( divorzio, aborto, diritti civili, etc. ), ma nell’intimo avevo – rispetto a Linda e alla cultura lombarda –  una fragile educazione sentimentale.
Davvero Linda mi aiutò ad essere forte e indipendente nel profondo.

A Como frequentai pure Gilda, affascinante come il suo nome e fiera e coraggiosa, con cui ci scambiammo confidenze importanti.
E ritrovai Anna, mia compagna di ginnasio, che allorché arrivai un po’ smarrita in Lombardia mi accolse in casa, con una generosità rara e preziosa. La mia presenza fece diventare gli spazi più stretti e caotici: vestiti ovunque, letti condivisi e a volte quindi persino le febbri.

Quando mi fu possibile, decisi di trovare alloggio altrove e lo comunicai ad Anna confessando che avevamo esigenze diverse.
Possiamo modificare le esigenze, rispose lei che voleva aiutarmi pur avendo rispetto a me una stabilità lavorativa. Non credo di aver mai più incontrato un’anima simile e questo essere addirittura pronti a cambiare un po’ se stessi per riuscire ad andare verso l’altro.
Che poi è quello che ci chiede l’odierna epoca, con i tanti che in Italia giungono sperando di avere un’esistenza migliore.

Oggi la medesima “Casa della giovane” riflette il mutamento dei tempi: attualmente  è tenuta da suore messicane.
Ma già negli anni in cui io vi abitai cominciavano ad arrivare le donne africane, segno di una molto ampia emigrazione femminile nel mondo. Ci meravigliavano con i forti odori della loro cucina che si diffondevano nell’edificio già di primo mattino, mentre bevevamo  il nostro solito caffè e mangiavamo di fretta tutt’al più qualche biscotto.

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Crotone e il mondo alla rovescia

Miei cari ospiti, se siete commercianti mutate proposito e cercate un’altra risorsa per vivere. Se siete invece uomini di mondo e capaci di mentire sempre, voi correte dritti verso la fortuna. In questa città, infatti, non è onorata la dedizione alle lettere, non trova posto l’eloquenza, non vengono lodati la frugalità e i santi costumi, ma tutti coloro che vedrete sappiate che sono divisi in due parti. In verità o vengono raggirati o sono degli imbroglioni. […]
Insomma, entrate in questa città come in campi sotto il giogo della pestilenza, nei quali altro non c’è che cadaveri sbranati o corvi che li dilaniano.

Nella descrizione di Petronio, Crotone appare come un luogo in cui non trovano posto attività commerciali che consentano una mobilità sociale, negletti sono gli studi, gli abitanti ignorano i buoni costumi, manca il desiderio di avere figli.
Nessun Trimalchione lavora duramente per uscire dalla schiavitù e raggiungere la ricchezza o ha la triste consapevolezza di non possedere la cultura. Domina al contrario l’inerzia e, come Paolo Fedeli mostra nelle sue belle pagine sul Satyricon, i valori su cui poggia l’antica società urbana sono rovesciati: non litterarum studia celebrantur, non eloquentia locum habet, non frugalitas sanctique mores laudibus ad fructum perveniunt, sed quoscunque homines in hac urbe videritis, scitote in duas partes esse divisos.

La città, come un contadino spiega ai protagonisti giunti a terra dopo un naufragio, è come una campagna desolata dalla pestilenza ed è abitata solo da cadavera, quae lacerantur o da corvi, qui lacerant.
Gli uomini sono o cacciatori di testamenti o ricchi privi di eredi, oggetto di tale caccia.

I miei ragazzi di Crotone sgranavano gli occhi di fronte a questo quadro potente: incerti tra l’orgoglio di essere in uno scritto simile e lo smarrimento per quella visione amara che in qualche modo ancora li chiamava in causa.
Chissà se i fatti più recenti riguardanti il loro territorio ( le inchieste sulla pestifera connessione tra politica e ‘ndrangheta, le rovine all’ambiente e alla salute delle popolazioni, gli omicidi che tendono a spegnere le voci non-violente ), chissà se li spingono – adesso che non sono più tra i banchi della scuola – ad operare per ristabilire i valori dell’urbs: il lavoro, la cultura, il rispetto per le virtù fondanti della civiltà d’un popolo. Lo spero, tanto.

Ed io, io, che cosa vedo nella Calabria odierna?
Cosa mi preannuncia il vilico?

Avremo in futuro- penso pure al dopo 4 marzo! – il genus negotiationis o faremo i corvi delle risorse pubbliche e dei cadaveri degli altri? Saranno onorate le belle lettere, la civica correttezza? Sarà possibile avere figli? Chi sarà ritenuto un uomo onesto?

Tali domande vengono ancora oggi dal Satyricon: è la forza dei classici. E forse la speranza di mutamento anche noi, come in ogni tempo, possiamo riporla solo nella lettura, nella conoscenza e nell’operosità, non nella caccia all’altrui eredità.

I soldati mesti di Eschilo

Nell’Agamennone l’araldo torna da Troia e racconta una guerra senza gloria e colma di tormenti: è come se di nuovo si sentisse la parola critica del vecchio Tersite, violentemente messo a tacere in Omero.

I giacigli erano sotto le mura dei nemici, e dal cielo e dalla terra le rugiade di prati bagnavano, senza posa rovina delle vesti, riempendoci di insetti i capelli.
E se uno dicesse l’inverno strage di uccelli, che la neve dell’Ida rendeva insopportabile? o la calura, quando senza vento il mare privo di onde cade e dorme nei giacigli meridiani?

Queste sono le voci che si dovrebbero far amare ai giovani: non il frastuono di asini, come Callimaco chiamerebbe il nulla imperante nella pessima scuola ciecamente voluta da chi ci governa.

Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

La scuola, la mucca e il “l’avare”

Lago di ComoErano prossimi gli anni Novanta ed io insegnavo in un paesino sul lago di Como, ricco anche perché gli olandesi lo avevano eletto posto di villeggiatura.
Mi era stata assegnata una prima media, a dire il vero si trattava di una pluriclasse. L’edificio scolastico era avveniristico: pareti in vetro, piscina, tanto verde attorno. Ma i pur agiati bambini sillabavano e non leggevano.
Come ero solita fare quando arrivavo in un centro che non era il mio, avevo detto agli alunni di scrivere qualche paginetta su se stessi e sul luogo in cui vivevano: mi avrebbe consentito di intendere un po’ il loro mondo.
Mentre lavoravano, mi avvicinai ad un bambino che puzzava quasi che il cattivo odore avesse definitivamente impregnato la sua pelle ed aveva le unghie delle manine sporche ed orlate di nero, come noi in Calabria trent’anni prima quando frequentavamo la scuola elementare. “Posso parlare della mia mucca?”, mi chiede con sul visetto una timida speranza che rammento ancora. Mi si strinse il cuore. Gli risposi di sì, ma mi augurai che il suo orizzonte potesse un giorno allargarsi, magari pure grazie alla scuola.
Fu così che seppi che quei bambini il pomeriggio portavano al pascolo le vacche, spesso di proprietà – mi pare di ricordare – di benestanti olandesi. Ecco perché sillabavano: non avevano il tempo di studiare.

L’anno successivo all’esperienza nella pluriclasse di ricchi, tornai in Calabria ed andai ad insegnare nel Crotonese.
Non c’era la piscina, ma i ragazzi erano alloggiati in luoghi indicibili e indecenti dove ti pioveva sul capo ed in classe era necessario tenere il cappotto addosso per l’intero inverno, anche se non si era freddolosi. Gli alunni avevano venduto il dizionario di latino, non venivano interrogati, si esprimevano in dialetto, pensavano che ogni paese fosse governato dalla ‘ndrangheta a guisa del loro. “Prof, cu cumande a u paise vuostru?”  “La sinistra, dopo l’ultima elezione”. Mi osservarono come fossi una bimba ingenua: ” No, intendevamo quale famigghia!” E mi raccontavano che tra i clan nemici i rapporti erano così violenti che si arrivava a profanare i cadaveri e cavare gli occhi ai morti della famiglia avversaria. Rammento che, notando il mio smarrimento, indulgevano su dettagli raccapriccianti con un qualche infantile e inconsapevole piacere nello sguardo.
Paesaggio del Crotonese
Stringemmo un patto con questi ragazzi: diedi loro dei testi molto semplici da tradurre, ma volli interrogarli e riapparirono i dizionari. E li promossi tutti, perché avevamo raggiunto, per dirla nel gergo scolastico da me non amato, i nostri obiettivi: piccoli, ma fondamentali. Non si gridava più Cumpa’,  m’u truovi u vocabulu? ma ci si impegnava, si faceva la versione e si capiva che esprimersi in italiano era importante ed interessante. I colleghi rimasero delusi: stranamente si aspettavano che io, poiché giungevo da fuori, bocciassi tutti quegli alunni per anni negletti e trascurati.
In questa quinta liceo scientifico, in un compito di italiano, un giovane una volta scrisse che aveva compassione degli extracomunitari, ai quali probabilmente sarebbe sempre toccato solo l’avare i vetri delle macchine dei passanti.
Sentiva pietà, il ragazzo, per gli extracomunitari.
Io, nel correggere il suo lavoro, mi sono dolorosamente chiesta quale potesse essere il suo avvenire, visto che scriveva l’avare ( un verbo abbastanza piano, di uso quotidiano ) e che il suo paese era divorato dalla ‘ndrangheta.
Alcuni anni dopo, a pochi metri di distanza dall’edificio scolastico, furono freddamente uccise quattro persone. Rividi quel guizzo di piacere nello sguardo dei miei ragazzi e ne ebbi pena e angoscia.

Mi capita di pensare con particolare intensità a degli alunni, quasi sempre non si tratta dei più bravi. E di frequente cerco di figurarmi l’esistenza di quelli del Crotonese: cosa sarà loro successo? cosa sarà avvenuto nella loro vita? che strada si sarà aperta al giovane che scriveva l’avare? E quali orizzonti umani e culturali si saranno dischiusi per il bimbo che abitava nello splendido scenario del lago di Como e che in un povero italiano mi narrò i pomeriggi in compagnia della sua mucca?
Può la scuola non occuparsi dei ragazzi e congedarli smarriti di fronte al futuro e non attrezzati per affrontarlo?

Certo, tali interrogativi non si pone oggi la scuola renziana: la scuola festaiola che ciancia di competenze avulse dalle conoscenze, la scuola che afferma di non possedere un soldo per i bisogni degli allievi ( tantomeno per i propri docenti ), ma che molto spende per pagare conferenzieri vari e foraggia una pletora di progettisti interni ed esterni che in essa ormai quotidianamente si aggira .
La pessima scuola.