Galateo aristocratico per signorine contadine

Nell’anno 1963/1964 la scuola media diveniva democraticamente unica, mentre da Barbiana continuavano ad arrivare forti impulsi, spesso sferzate, affinché la scuola tradizionale modificasse se stessa.

È questo l’anno in cui a Cortale ho frequentato la prima media, felice di continuare ad apprendere e felice di non entrare invece troppo presto nel mondo del lavoro. Certo la recente legislazione mirava a una scolarizzazione di massa, ma per quanto mi riguarda dovrò sempre ringraziare solo mio padre per aver reso possibile il sogno più grande che abbia nutrito nella mia vita, studiare.

Conservo tutti i testi scolastici e quaderni, a parte il libro della prima elementare che mia madre, quando fui in seconda, adoperò per sistemare il baco da seta. Lei si accorse del mio dolore e il fatto non si verificò più, ma sento tuttora il vuoto del mio primo libro.
Tra i quaderni, ne ho serbato uno ma come un’offesa ricevuta e con la precisa volontà di farne conoscere il contenuto: ho sempre pensato che meritasse di essere noto e lo ritengo un documento prezioso. Dice, infatti, come eravamo e come ancora la scuola fosse indifferente e sorda di fronte ai ragazzi delle classi sociali più disagiate che cominciava ad accogliere.
Trascrivo lo scritto così com’è: ho solo corretto qualche errore a me dovuto e qualcuno – di sintassi – dell’insegnante che dettava.

Eravamo dunque nel 1963/64 e si avviava la riforma, ma con ancora un ingombrante retaggio del passato. La disciplina in questione era Applicazioni tecniche femminili, le cui ore io in verità accolsi come un’ingiustizia perché separata per la prima volta dai miei compagni maschi assieme ai quali avrei preferito studiare: almeno avrei imparato a sostituire una presa elettrica. Mi intendevo già abbastanza – come le altre bambine di quel tempo che vivevano in un piccolo centro – di ago e cucito e ricamo, più dell’insegnante che veniva da Catanzaro, e non ambivo certo ad approfondire quelle per me inutili conoscenze femminili.

Di questo quaderno oggi, come da bambina, salvo e ritengo valido soltanto il modo positivo con cui si guardava alla scuola, l’insistenza sul suo ruolo centrale per la formazione, e il fatto che la dettatura venisse realizzata in un italiano nel complesso buono e di sillabe io ero avida e pure di sillabe noi bambine non benestanti avevamo bisogno. Ma della docente ho rimproverato e rimprovero la cecità e l’impartirci precetti quasi fossimo dei selvaggi nemmeno buoni.

L’inutilità di quell’insegnamento, l’estraneità rispetto al nostro universo evidentemente l’avvertii tutta, sebbene scrivessi scrupolosamente perché capivo che l’apprendimento è anche teoria avulsa dal reale, artificio, gioco letterario che trova la sua ragione d’essere solo in se stesso. E chissà forse io e le mie compagne pensavamo anche, visto che eravamo giovanissime, che quei salotti (in fondo,  di pessimo gusto ) e trine e pietanze nel futuro che vagheggiavamo potessero divenire nostri!

Soprattutto, grazie al cielo, c’è nei ragazzi un’innocenza e un aprirsi al mondo indipendente e incontrollabile e naturale che li protegge da sempre dagli insegnanti non all’altezza o su di sé ripiegati. Un altro docente, ad esempio, ci faceva ascoltare i discorsi di Mussolini ed evitava di parlarci della resistenza, ma nessuno di quella classe abbracciò da grande idee di destra.
Tutto sommato, tuttavia, credo mi siano toccati buoni insegnanti. E in fondo anche questa mia precettrice di galateo era una che lavorava e prendeva sul serio il proprio mestiere.

Nonostante la brama di conoscere e la pazienza, dovetti avvertire però noia e anche un po’ di sdegno per una disciplina che ci voleva insegnare a mangiare cibi che non avevamo, a lustrare salotti che non possedevamo, a organizzare una casa addirittura con domestica, a fare le efficienti massaie mentre noi eravamo e volevamo essere studentesse. E la madre che io avevo era una lavoratrice, aperta e non oscurantista, non la vacua massaia a cui si concedeva un po’ di riposo in quel ritmo ossessivo della sua giornata, ma non certo per leggere. Mio padre, dal suo canto, desiderava che io leggessi e fossi colta, assecondando una mia vocazione e una sua passione.

Nella mia stessa scrittura di undicenne si nota a volte il disorientamento rispetto alle sillabe vuote di senso che mi venivano dettate. Lo dicono anche alcuni  altrimenti inspiegabili errori che commetto. In quel quaderno mi sono ad esempio imbattuta in un e ventualmente, invece che eventualmente, che mi ha fatto ridere a lungo e di gusto.

L’insegnante ( l’unica di cui non ricordi né nome né volto: gli alunni sono terribili e valutano severamente! ) non vide com’eravamo vestiti, non comprese che non ci nutrivamo delle cose che lei elencava, ma appartenevamo a una classe che aveva appena iniziato a mangiare a sufficienza, non notò che eravamo di età e livelli differenti di preparazione, alcuni ripetenti, altri che frequentarono non più di qualche mese e solo perché temevano che i carabinieri li avrebbero costretti dato il recente prolungamento dell’obbligo scolastico.

Su alcuni argomenti ( scuola e casa ) lei ritorna apportando delle aggiunte e certamente faceva ricorso a testi ( le cui idee evidentemente condivideva ) e a testi vecchi, visto che parlava, ad esempio, di calamai ( mai usati! ). Di tutto ciò che proclamava noi bambine potevamo sentire vera soltanto la lotta contro quelli che definisce parassiti della casa: nominava pure pulci e topi, di cui le nostre dimore erano infestate. Le pulci addirittura campavano a spese dei nostri corpi, oltre che delle abitazioni. Conoscevamo anche il pan di Spagna, ma il suo parlare di leccornie, di antipasto, primo, torte al cioccolato ecc. arrivava come uno schiaffo in faccia ad adolescenti figlie di una Cortale povera da cui si emigrava a ritmo serrato: la professoressa proveniva proprio dalla luna!
Quanto alle posate, ai bicchieri e piatti, ricordo il periodo in cui in un unico piatto mangiavamo tutti. E la televisione l’acquistai nel 1972, con il primo presalario: altro che distrazioni dall’impegno scolastico! Il mio passatempo era lo studio, erano i libri o i giochi all’aperto.

Qualcosa dunque successe nel mio animo di bambina, se l’anno dopo, essendo la disciplina tra quelle facoltative, feci il gran rifiuto e l’abbandonai – giustamente! – perché sterile e in terza scelsi il mio adorato latino di cui ricordo studiai da sola, prima che l’insegnante ( ottima ) avesse il tempo di spiegarlo, cum e il congiuntivo non una cosuccia.
Che avventura entusiasmante l’apprendimento! Io credo di essere stata e di continuare ad essere soprattutto un’alunna: questo mi dà felicità.

Buona lettura! E sdegnatevi e non siate clementi: il testo è il prodotto di una società classista, sessista e perbenista in cui persino il rispetto per l’anziano viene dopo quello per l’uomo di condizione sociale ragguardevole.

Il 1968 è però alle porte e cambierà parecchie cose e toglierà molta inutile polvere conservatrice.

La scuola
La scuola è una seconda casa: ambedue preparano alla vita. Si deve amare la propria scuola, dimostrando la buona educazione, il buon profitto, cercando di abbellirla col proprio ordine e retto contegno. Perciò, è necessario: rispetto verso i superiori, le compagne, il personale e la massima cura della propria persona e degli oggetti scolastici. Dal modo come vi comportate oggi nella scuola facendo bene le piccole cose, dipende il modo come agirete nella vita, nelle piccole e nelle grandi cose. Un’educazione completa si riceve dalla scuola, l’animo si educa ai più nobili sentimenti, il vostro carattere si plasma, nella scuola ci si deve sentire fratelli, quindi bisogna amarla perché essa è una grande famiglia. Inoltre vi insegna a compiere gli svariati lavori femminili a cui ognuna di voi dovrà dedicarsi con volontà ed amore.

La casa
La casa è il nido della famiglia, in essa nascono gli affetti più grandi che legano la nostra vita. Nella casa si nasce, si cresce, si muore. La nostra casa ci è sempre cara: umile o povera che sia è sempre da noi desiderata, più ci allontaniamo da essa, più sentiamo che la sola, la vera felicità che veramente esiste è quella che noi possiamo godere tra le pareti domestiche. In essa trascorriamo ore liete e tristi, ore di riposo e di studio. Giuseppe Mazzini definì: “La casa è la Patria del cuore”.
La donna che è la regina della casa deve contribuire principalmente a rendere il suo nido accogliente e grazioso, cercando con la sua intelligenza di saper bene amministrare la sua azienda domestica.
Il benessere di una famiglia contribuisce al benessere della Nazione. Come non si concepisce una famiglia senza casa, così non può esistere una casa senza famiglia. Amiamo, quindi, la nostra casa pensando che essa è costata cara ai nostri padri, che hanno dato la possibilità di vivere nel miglior modo possibile.

La famiglia
La famiglia è il piccolo mondo al quale ci affacciamo appena nati, ma, pur così piccolo, esso ha una gran parte nella vita di noi tutti. È nella famiglia, infatti, che apprendiamo i primi grandi e santi affetti: la fede in Dio, l’amore fiducioso verso il padre e la madre, la tenerezza fraterna; è nella famiglia che impariamo a soffrire e a gioire, è in essa che riceviamo la prima educazione e ci prepariamo ad entrare nella vita.
La famiglia è l’unione di due persone unite fra loro, per mezzo del rito del matrimonio che dà luogo alla formazione di un saldo focolare domestico.
Capo della famiglia è sempre il padre, egli è il titolare della famiglia e della moglie, è il tutore dei figli. Egli deve essere sempre rispettato, obbedito, tutti debbono nutrire per lui un affetto vivo. Compagna della sua vita è la donna, sua collaboratrice, sposa fedele e madre affettuosa.
Completano la formazione della famiglia ed allietano l’ambiente domestico: i figli.

Doti di una fanciulla

La scuola
1) Nell’entrare a scuola sii e modesta e silenziosa e rimani al tuo posto in silenzio fino all’arrivo dell’insegnante. Al suo entrare, alzati in piedi.

2) Cerca di non giungere mai tardi a scuola .
Se ciò ti accade, prima di dirigerti al posto, rendi conto del tuo ritardo all’insegnante.

3) Durante la spiegazione evita di bisbigliare, di scarabocchiare sui libri o sui quaderni, di fare pallottole di carta, di tagliuzzare il banco, di mostrare disgusto o noia.

4) Non interrompere mai la spiegazione dell’insegnante con domande inopportune.

5) Interrogata, tieniti ritta nella persona e ben composta.
Se sei sorpresa impreparata, non ricorrere a sotterfugi e furberie: sii schietta, anche in queste occasioni.

6) Non burlare mai la tua compagna che incorre in qualche errore .
È da ragazzacce sporcare le pareti dell’aula, versare l’inchiostro sul vestito delle compagne.

7) Non appropriarti senza il permesso di libri o quaderni altrui.

8) I compiti siano eseguiti con massima attenzione e scrupolosa pulizia.

9) Presentati a scuola decentemente vestita e pulita. Lascia a casa i giocattoli, figurine, giornaletti.

10) Nell’uscire da scuola non fare disordine e confusione. Non dimenticare di salutare l’insegnante prima d’andartene.

11) Non precipitarti per le scale urtando contro i compagni.

Dopo la scuola, lo studio
1) Non dimenticarti che la tua prima e più importante occupazione è lo studio.
Soltanto dopo aver fatto il lavoro d’obbligo potrai leggere qualche buon libro o fare altro.

2) Nello scrivere non stare troppo curva sul banco, non appoggiarti col petto, non torcere il collo, non allungare la lingua…

3) Abbi massima cura dei libri, quaderni. Non riempirli di sgorbi, non segnarli con la penna, con la matita…

4) Non gettar carta sotto il banco.

5) Lascia da parte, durante lo studio, la radio, la televisione o qualsiasi altro passatempo.

Fuori di casa
1) Quando ti trovi fuori casa, per le vie è necessario mantenere un comportamento decoroso.

2) Le vesti debbono essere ben indossate, pulite.

3) Non agitare le braccia, non dondolare la testa camminando.

4) Non fissare le persone in cui t’imbatti; non voltarti indietro a riguardarle.

5) Per le strade frequentate, non correre.

6) Segui le zone pedonali e non arrestarti in mezzo alla strada.

7) Tornando da scuola non roteare i libri, non fischiare, non cantare.

8) Se devi parlare con una tua conoscente, portati al lato della strada e non essere clamorosa.

9) Cerca di non infangarti, se la strada è bagnata.

10) Dai la tua destra se cammini con uno superiore a te; riservagli il centro se siete in tre a camminare.

11) Dovendo rispondere ad un saluto sii moderata.

12) Non fermarti a lungo dinanzi alle vetrine da cui fanno mostra: cibi, leccornie e dolciumi.

La scuola
La scuola dopo la vostra casa è l’ambiente in cui vivrete a lungo e che amerete di più. La ricorderete sempre con nostalgia e, quando penserete agli anni che avete passato in essa, vi rivedrete bambine. La scuola è una seconda casa: ambedue preparano alla vita. La vostra nuova scuola è molto diversa da quella che avete appena lasciato. Non più una maestra sola vi accoglie, ma un buon numero di professori che si alterneranno alla cattedra per insegnarvi ognuno la sua materia. Incontrerete: nuovi insegnanti, nuove materie di studio, libri, orario e metodo. In questo generale rinnovamento dovete rinnovare voi stesse; se durante gli anni scorsi siete state un po’ pigre o distratte, se avete qualche volta trascurato i vostri doveri scolastici, se siete state indisciplinate o irrispettose cercate di correggervi.
Avete ormai raggiunto un’età che vi consente di comprendere tutta l’importanza della scuola e la necessità di andarle incontro serene e fiduciose, animate dalla volontà di compiere sempre e nel modo migliore il vostro dovere. Se lo farete la scuola non rappresenterà per voi un sacrificio, anzi ne scoprirete molti lati interessanti e giungerete ad amarla come amate la vostra casa, la vostra famiglia. Rispettate la scuola, dimostrando la buona educazione, il buon profitto, curate se occorre l’ordine e la pulizia quasi come fosse la vostra vera casa. È necessario, perciò, il rispetto verso i superiori, le compagne, il personale e la massima cura della propria persona e degli oggetti scolastici. Dal modo come vi comporterete oggi nella scuola facendo bene le piccole cose dipende il modo come agirete nella vita, nelle piccole e nelle grandi cose. Un’educazione completa si riceve dalla scuola, l’animo si educa ai più nobili sentimenti, il vostro carattere si plasma. Nella scuola ci si deve sentire fratelli; quindi, bisogna amarla, perché essa è una grande famiglia. Inoltre la scuola vi insegna a compiere ( sic ) tutti quei problemi che si richiedono ( sic ) alla donna, per dirigere bene la propria casa; vi insegna a compiere gli svariati lavori femminili, a cui ognuna di voi dovrà dedicarsi con volontà ed amore.

Vuoi conoscere se una persona è veramente educata? Osservala a tavola come si comporta.
1) Prima e dopo i pasti si conservi la pratica cristiana della preghiera.

2) A tavola non si tiene il cappello, né la sciarpa, né tanto meno il soprabito.

3) Non sederti se le persone più rispettabili di te non siano sedute.

4) Dispiega il tovagliolo dopo che esse l’abbiano fatto.

5) Se non conosci il tuo posto, aspetta che ti venga assegnato da chi ne ha il potere.

6) Se devi scegliere cerca gli ultimi posti.

7) A tavola stai ben composta:

non si rimboccano le maniche, non si sta troppo a ridosso o troppo lontano dalla tavola; stai ben eretta sulla persona, non poggiare i gomiti sulla tavola, non chinarti troppo sui cibi; i cibi vanno portati alla bocca e non viceversa.

8) Il pane non va tagliato con il coltello: si spezza con le mani.

9) La carne va tagliata in pezzi ogni volta che si porta alla bocca. Non si taglia in tanti pezzettini.

10) Il pane non deve servire da mezzo per pulire il piatto, dopo che il cibo è stato consumato.

11) Il tovagliolo non completamente spiegato va tenuto sulle ginocchia; è anche permesso fissarlo al colletto o ai bottoni della giacca.

12) Il tovagliolo è fatto per pulire le dita o le labbra, non per asciugare il sudore o far di peggio…

13) Se ti occorre pulire la forchetta dalla salsa fallo con la mollica di pane ( che si depone sul piatto ), mai al tovagliolo né tanto meno con la tovaglia.

14) Il cucchiaio va tenuto con la destra prendendolo con il pollice e l’indice e appoggiando sul medio. Esso è adoperato solo per le vivande liquide e per alcune specie di dolci. Può essere portato alla bocca di punta come pure di lato. Si depone infine sul piatto con la parte concava appoggiata all’insù.

15) La forchetta si adopera impugnandola con il manico fra le due dita come usi la penna. Si tiene con la destra. La si usa con la sinistra, quando è necessario usare il coltello. Usando la forchetta con la destra si può aiutarsi con un pezzo di pane tenuto nella mano sinistra.

16) Il coltello si adopera con la destra. Esso è fatto per tagliare le vivande non per trinciare segni all’aria. Non usare questi tre strumenti per fare rumore.

17) Il bicchiere deve essere impugnato dalla parte bassa. È segno di buona educazione versare da bere ai vicini.

18) Le vivande vanno prese dal piatto con le apposite posate.

Presta attenzione inoltre:
Non sputar fuori un ossicino, una pietruzza, una squama di pesce che possa trovarsi nel cibo.

Non pulirti i denti con la forchetta o con il coltello.

Non mescolare nei piatti o nei bicchieri cibi vari o liquidi.

Non far rumore con la bocca…

Non parlare troppo o troppo forte.

Non biasimare le vivande, anche se non sono di tuo gusto.

Se a tavola venisse portata una pietanza ed ignori la maniera di mangiarla, non chiederlo ad alcuno, ma prendi tempo, osservando coloro che sono più pratici.

L’acqua tiepida, che in alcune case signorili portano al termine del pranzo, non è fatta per berla, ma per lavarsi le dita.

Ad un brindisi i bicchieri debbono essere pieni. Il brindisi deve essere fatto da tutti. I bicchieri al termine del brindisi debbono essere sollevati non toccati.

Come si apparecchia la tavola …
Per la prima colazione:
una tovaglia di lino o di canapa a colori vivaci così come i tovaglioli. Sulla tavola vanno disposti i piatti, le tazze, i cucchiai e, su di un vassoio, la caffettiera, la lattiera, la zuccheriera, i piattini, con il burro, la marmellata e il miele.

Per il pranzo:
la tovaglia è l’elemento più importante e essa è damascata o ricamata. È invalso però l’uso così detto “americano”, che assume una particolare signorilità, di avvalersi di sottopiatti raffiguranti paesaggi o altre immagini.
Naturalmente tale tipo di disposizione è molto impegnativo perché richiede intonazione di colori, finezza e fantasia di servizio, accuratissima disposizione di ogni minimo particolare.
Presenta anche però degli aspetti di comodità in quanto permette facilmente di sostituire un coperto, di aggiungerne uno eventualmente mancante e di dare a ciascun invitato il proprio posto ben delimitato.

La disposizione delle stoviglie.
Posate normali: il cucchiaio dalla parte destra del piatto, il coltello pure a destra con il taglio verso il piatto, la forchetta a sinistra.

Posate da pesce: la forchetta a sinistra, la paletta a destra fra il coltello e il cucchiaio.

Posate da dolci: tra i bicchieri e il piatto dinanzi all’invitato disposte parallelamente e nel seguente ordine dall’esterno: cucchiaio, forchetta, coltello.

I bicchieri vanno disposti alla destra del piatto, secondo la grandezza in ordine decrescente: calice per acqua, per vino rosso, per vino bianco.
La coppa per lo spumante si porta in tavola prima di servire il dolce.

A sinistra del piatto, se possibile su un vassoietto, vanno posti un panino ed alcuni grissini. A destra, invece, accanto al cucchiaio il tovagliolo ben ripiegato.

Alla sinistra del piatto di ogni commensale, se del caso, verrà riservato un po’ di spazio per il piattino dell’insalata.

Infine, si può decorare la tavola, con qualche fiore o sempreverdi disposti sulla tovaglia o, meglio, su basse tazze.

La posizione a tavola degli invitati.
Il posto alla destra della padrona di casa ( che sarà a capotavola ), spetta all’uomo più anziano, oppure alla persona più ragguardevole per posizione sociale ( accanto alla padrona ).
All’altro capo della tavola ( di fronte ) si siederà il padrone di casa avendo ai lati le signore di maggiore riguardo.
Normalmente occorre evitare che si trovino accanto due donne o due uomini.

È compito dei padroni di casa avviare e, se del caso, ravvivare la conversazione.

Il tovagliolo ben educato…
Dove lo si mette.
Nell’apparecchiare la tavola, il tovagliolo va messo sopra il piatto [ se si tratta di un pranzo di etichetta ( lusso)] o alla destra del piatto ( se si tratta di un pranzo normale). Quando, in un pranzo di etichetta ( cioè col tovagliolo sopra il piatto ), l’antipasto o il primo piatto viene servito, prima che i commensali si siedano e spieghino il tovagliolo, questo va tolto dal piatto e posto alla sinistra accanto alla forchetta.

Come si piega.
Non si usano quelle fantasiose piegature che danno al tovagliolo le forme più strane: oggi lo si piega in modo da formare un quadrato o un rettangolo.

Come si tiene.
Non si spiega il tovagliolo finché la padrona di casa non abbia spiegato il proprio. Non lo si spiega completamente, ma in modo da formarne un lungo rettangolo che si appoggia sulle ginocchia. Vietato assolutamente annodarlo al collo, o infilarlo per un lembo nel gilè, nella scollatura o magari in un occhiello della giacca, come capita di veder fare a certi signori che si credono molto raffinati.

Come si usa.
È assolutamente vietato usare il tovagliolo per pulire piatti e bicchieri, magari controllando l’operazione controluce, come se non si fosse ancora ben persuasi della loro pulizia.
Ci si pulisce sempre la bocca col tovagliolo prima di bere.
Si usa il tovagliolo con semplicità e decisione, non con affettata e ridicola delicatezza, senza fregarlo sulle labbra come se fosse uno strofinaccio dei pavimenti, ma senza farlo aleggiare come un’ape sui fiori. Le signore che usano il rossetto sono pregate di fare attenzione: secondo alcuni dovrebbero pulirsi preventivamente ( prima ) la bocca con l’apposito fazzolettino rosso; ma anche senza giungere a queste meticolosità ( piccolezze ) è bene che cerchino di non sporcare il tovagliolo e comunque non usino per un pranzo in casa di altri un rossetto che lasci macchie indelebili.

Come va lasciato.
Alla fine del pranzo il tovagliolo non deve essere piegato, né arrotolato, né steso come un dubbio lenzuolo, ma va lasciato appoggiato con garbo alla sinistra del piatto: infatti si presuppone che dopo l’uso debba essere lavato.
In famiglia, però, ognuno faccia il piacere di piegare il proprio tovagliolo e metterlo nella propria busta, anziché buttarlo là in malo modo, secondo un’abitudine troppo diffusa.

Come si serve a tavola.
Ogni famiglia ha le sue usanze particolari: c’è chi porta la zuppiera in tavola e poi la madre scodella per tutti; c’è chi porta già dalla cucina i piatti della minestra riempiti, trasportandoli, se la famiglia non sia numerosa, su un grande vassoio; c’è chi, avendo la domestica, fa girare la minestra come le pietanze, cioè presentando la zuppiera ad ogni commensale. In un pranzo di riguardo, e disponendo di personale di servizio, la minestra si scodella sul piano della credenza dove è stata deposta la zuppiera dalla domestica stessa, la quale collocherà al posto di ognuno, quando gli ospiti sono seduti, il piatto riempito e porgendolo dalla parte destra.
Il servizio comincia dalla signora più importante, segue la più anziana e le altre da destra a sinistra, per ultima la padrona di casa; così pure gli uomini.
L’antipasto: va servito solo a colazione.
La minestra e gli altri piatti si servono sempre dalla sinistra del commensale.
Le pietanze: si portano in tavola tagliate, sia carne che pollo; solo il pesce grande lesso ( bollito ) si presenta intero, con le relative posate ed ogni convitato se ne servirà badando a non sformare la pietanza e a non spargerne fuori del piatto.
I piatti di ricambio e le posate usate: vengono tolti da destra; i piatti puliti si porgono da sinistra.
Le bevande: vanno servite da destra.
I piatti: vanno serviti nel seguente ordine: 1) minestra; 2) pesce; 3) carne o pollo con insalata o legumi; 4) formaggio; 5) dolce; 6) frutta.
Dopo aver consumato il formaggio la tavola deve venir sgombrata da qualunque piatto o pezzo di pane.
Dopo la frutta viene servito il caffè, possibilmente in salotto o stanza di soggiorno.
Il servizio deve essere celere ( subito ) e spedito, altrimenti si corre il rischio di terminare il giro dei convitati quando i primi serviti hanno già finito la portata. Molto comodi e consigliabili sono, per chi non disponga di personale di servizio, i carrelli su cui si possono mettere tutti i piatti di ricambio, oppure gli antipasti, il servizio di dolce e di frutta risparmiando passi, tempo e fatica e rendendo molto più svelto il servizio, specialmente quando si abbia una sola domestica a disposizione o…neppure quella.

La rigovernatura intelligente.
Dopo l’apparecchiatura della tavola e la consumazione del pasto, ecco il momento meno piacevole della giornata: la rigovernatura.
Anche qui si deve usare un po’ di intelligenza, poiché anche il lavoro più umile, per riuscire meno sgradevole e dare un risultato soddisfacente, va eseguito con impegno e con l’indispensabile grano di sale.

Ecco dunque ciò che si deve fare:

Sparecchiare la tavola il più rapidamente possibile ( senza fare molto rumore e…troppi disastri ), servendosi di un apposito vassoio o di un carrello.

Prima di mettere i piatti nell’acqua della rigovernatura, gettar via le bucce e tutti i residui raccogliendoli in un cartoccio da buttare in pattumiera, evitando così di imbrattare il recipiente.

Lavare tutto dentro l’acqua calda con un pugno di detergente nell’ordine che segue:
1) i bicchieri – 2) i piatti e le posate del formaggio, del dolce e della frutta – 3) i piatti più unti.
Infine lavare le pentole, dopo aver aggiunto ancora un po’ d’acqua calda e di detergente, e lucidarle con paglietta e sapone.

Lavare la tinozza con acqua calda, soda o detergente.

Risciacquare i piatti e metterli sull’apposito scolatoio.
Pulire i fornelli con uno straccio umido e un po’ di detergente; lucidarli con qualche goccia di olio e poi con uno strofinaccio asciutto.
Per tale operazione può servire anche della carta morbida assorbente che fa risparmiare strofinacci.

Lucidare i rubinetti del fornello e dell’acquaio con uno straccetto asciutto di lana.

L’ultima operazione è quella di scopare e di dare una ripassatina a lucido al pavimento della cucina.

È l’ora del caffè.
Il caffè, dopo pranzo, non si serve a tavola, ma, possibilmente, in salotto, o nella stanza di soggiorno; lo zucchero si mette nella tazza prima di versare il caffè per evitare che questo eventualmente sprizzi, se lo zucchero non è fatto cadere con sufficiente delicatezza.

Col caffè si servono anche i liquori.

Soltanto a colazione si può prendere il caffè a tavola e la padrona di casa può servirlo lei, con l’aiuto della cameriera che porgerà le tazzine e lo zucchero.

È l’ora del the.
L’ora del the più adatta è fra le cinque e le sei del pomeriggio. Il the si offre molto caldo insieme alla merendina composta di: mandorle e biscotti salati, pasticcini, ecc.

È preferibile servirlo su una piccola tavola appositamente apparecchiata per evitare che si compiano giochi di equilibrio con tazze, piattini, merendina e il resto.

Il the, in genere, è servito dalla padrona di casa, aiutata, se ne ha, dalle figliuole o da qualche amica intima; la cameriera ritirerà, per sostituirli, soltanto le tazze, i cucchiaini e i tovagliolini.

A un pomeriggio molto elegante ed al quale intervengano parecchi invitati, il the sarà servito a tavola, dalla cameriera o dal cameriere.

La casa
La casa è il nido della famiglia, in essa nascono gli affetti più grandi che legano la nostra vita. Nella casa si nasce, si cresce e si muore. Umile o ricca che sia è sempre da noi desiderata. Più ci allontaniamo da essa, più sentiamo che la sola, la vera felicità è quella trascorsa fra le pareti domestiche. In essa trascorriamo ore lieti e tristi, ore di riposo e di studio. Giuseppe Mazzini definì che: “La casa è la patria del cuore”. La donna che è la regina della casa deve contribuire a rendere il suo nido accogliente e grazioso, cercando con la sua intelligenza di saper bene amministrare la sua azienda domestica. Il benessere della famiglia contribuisce al benessere di una Nazione. Come non può esistere una casa senza famiglia, così non può esistere una famiglia senza casa. Amiamo, quindi, la nostra casa, pensando che essa è costata molto ai nostri cari che ci hanno dato la possibilità di vivere nel miglior modo possibile.

La pulizia della casa
Criteri organizzativi ( razionale distribuzione del lavoro )
– lavori giornalieri
– lavori settimanali
-lavori mensili
– lavori periodici

Perfetta attrezzatura, ordine ed efficienza nell’esecuzione
Pulizia di:
– pavimenti
– soffitti -pareti
– infissi – vetri e specchi
– impianti fissi
– marmi- oggetti metallici
– tappeti – tendaggi.

Manutenzione dei mobili
– lotta contro la polvere
– lotta contro i tarli

Lotta contro i parassiti della casa ( mosche – zanzare – tarme – pulci – topi – scarafaggi ) con scrupolosa pulizia – aereazione della casa – insetticidi vari.

Organizzazione razionale del lavoro domestico.
I lavori domestici, perché siano proficui e non troppo fastidiosi, devono essere eseguiti con un certo ordine di successione, ripetendo le medesime operazioni giornalmente, settimanalmente, ecc.
Bisogna imporsi un orario nella giornata, nella settimana ed eseguirlo scrupolosamente.
Per compiere le varie faccende domestiche, la giornata della massaia può svolgersi nel modo seguente: – pulizia personale; – preparazione della colazione; – aereazione della casa, dei letti, spazzatura dei pavimenti; – rigovernatura completa in cucina; – acquisti dei generi alimentari ; – pulizia a fondo di una stanza o lavori per il bucato; – riordino dei letti e delle stanze; – preparazione del pranzo, ordine in cucina.
Mezz’ora di riposo è indispensabile!
– Pulizia del bagno e del corridoio o dell’ingresso; – lavori di cucito o stiratura o altro lavoro settimanale; – qualche ora di svago o di riposo; – preparazione della cena; – sparecchiatura e ordine in cucina; – lavori di maglia o di cucito.

Ricette
Il pan di Spagna
10 uova, g. 300 di farina, g. 300 di zucchero. Si unisce tutto e si sbatte sino ad ottenere una crema molto densa.

Torta di cioccolata
Mettete in una terrinetta ( scodella ) g. 280 di zucchero, g. 280 di burro, 8 tuorli d’uova; mettete la terrina su una pentola di acqua bollente e sbattete così a bagno Maria per 20 minuti, poi unite al composto g. 280 di cioccolata in polvere, g. 280 di farina, la scorza di un limone grattugiato, un po’ di bicarbonato. Se la pasta viene un po’ dura aggiungere due o tre cucchiai di latte. Per ultimo mescolate delicatamente al composto le otto chiare d’uovo montate ( sbattere ). Ungete uno stampo con burro e versateci il composto che poi passerete al forno.
Quando la torta sarà cotta lasciatela raffreddare, poi apritela e spalmate la crema seguente:
g. 100 di burro, g. 50 di zucchero, un tuorlo d’uovo, una bustina di zucchero vanigliato e sbattete insieme tutti questi ingredienti. Potete anche con questa crema ricoprire la torta all’esterno.

Al galateo surreale e all’organizzazione dell’azienda-casa nella quale la donna era rinchiusa come in un infernale castello ( secoli erano passati dall’Economico di Senofonte e le donne altro conquistavamo ed esigevamo, non più il poter amministrare la casa! ) seguiva un’appendice tecnica che trascrivo per il suo tratto documentario.

Nomenclatura degli strumenti e materiali più usati nelle applicazioni tecniche femminili.

Arcolaio: utensile di legno, costituito da un piede su cui ruotano quattro bracci provvisti di un sostegno per fermare e mantenere allargate le matasse, che, fatto ruotare sul suo asse, permette di avvolgere e svolgere appunto matasse di lana e di filo.

Ferri da calza: piccole aste metalliche o di altri materiali ( legno, osso, plastica ). Di grossezza e lunghezza variabili e di diverso tipo ( comuni, da calza ). Si adoperano in genere in coppia, per intrecciare fili e lana, nel lavoro a maglia. Si conservano in apposite custodie cilindriche o con speciali fermaferri.

Salvadita: piccola fascia rigida di celluloide o di altra materia plastica che s’infila sull’ultima falange dell’indice della mano sinistra per non pungersi durante determinati lavori d’ago.

Telaio da ricamo: nella sua forma più semplice e comune è costituito da due cerchi di legno, regolabili mediante una vite, fra i quali si imprigiona e si tende la stoffa da ricamare.

Uncinetto: asticciola in metallo, legno, osso, plastica ricurva ad una estremità, con la quale si intrecciano fili ( di lana, cotone, seta, nailon, rafia ecc. ) per farne particolari lavori.

Rafia: si ricava dalle foglie di alcune palme. Queste foglie, ancora giovani e non completamente aperte, vengono tagliate a strisce e poi fatte seccare al sole. Le fibre così preparate vengono tinte e confezionate in matasse o gomitoli, ottenendo un materiale ideale per lavori d’intreccio.

Il filo: è una materia tessile, cioè adatto per tessere, ricavato da fili vegetali, animali, minerali ed artificiali. Viene avvolto in matasse, gomitoli e rocchetti. Serve a preparare lavori di ricamo, di cucito, di maglieria. È di grossezza, materia e colori diversi secondo l’uso.

Filati: si ottengono stirando, torcendo variamente le fibre tessili di origine vegetale ( cotone, lino, canapa ) ed animale ( lana, seta ), artificiale ( raion, nailon ecc.). Si trovano in commercio ( in vendita ) in diversi colori e confezioni ( in diversi modi ), tipi ( da sartoria, ricamo, imbastitura, rammendo, pizzi, maglieria ecc. ).

Spilli: asticciole di acciaio appuntite, sottili, flessibili, provviste di una capocchia; si adoperano per appuntare o fermare tessuti, fogli ecc. Si conservano in scatolette metalliche o infilati su un panno.

Punteruolo: piccolo arnese cilindrico ed appuntito, generalmente di osso o di plastica che si usa per forare i tessuti dove si vogliono aprire passanti per allacciare o eseguire ricami bucati.

Segnastoffa: rotellina metallica guidata da un’asticciola, che si fa scorrere con una certa pressione sui tessuti per segnare in doppio o no le tracce su cui dovranno passare le cuciture.

Ferro da stiro: è costituito da una pesante suola metallica, provvista di manico, che viene variamente riscaldata ( a carbone, elettricamente, a gas ). Si adopera per stirare i tessuti.

Macchina da cucire: inventata nella sua forma più elementare e modificata, in seguito, fino ad essere azionata elettricamente. Oggi è dotata di accessori che consentono, oltre il cucito: ricamo, rammendo, occhielli, rifiniture interne, attaccature di bottoni ecc.

L’ago: per il buon esito del lavoro non si cuce mai con un ago spuntato, storto o arrugginito. La grossezza o spessore dell’ago deve essere adatta al tessuto: viene indicata con un numero che è tanto più alto quanto è sottile l’ago. Va dal n. 1 al n. 14 e dev’essere leggermente superiore a quella del filo che si usa per cucire o ricamare, affinché apra un passaggio agevole nel tessuto. L’ago, tenuto fra il pollice e l’indice della mano destra, va spinto nel tessuto col polpastrello del dito medio della stessa mano, protetto dal ditale. Gli aghi vanno conservati in un agoraio, o, meglio, fra una pezzuola di lana, all’asciutto, perché non abbiano mai ad arrugginirsi. Per la stessa ragione e per sicurezza non si lasceranno mai puntati nel lavoro.

Il ditale: costituisce la protezione del polpastrello del dito medio, che deve spingere l’ago nel tessuto. È bene sceglierlo di osso o di plastica molto leggera. Deve calzare bene, in modo che il polpastrello del dito ne tocchi quasi il fondo.

Le forbici: sono fabbricate in acciaio inossidabile ( metallo speciale che non si lascia intaccare dalla ruggine ) e devono essere tenute sempre arrotate. Le forbici da usare per il taglio dei tessuti sono piuttosto grandi ( cm 20 circa ). Quando si taglia un tessuto, bisogna tenerlo sulla sinistra ben fermo con la mano libera, mentre con l’altra si usano le forbici bene a contatto del piano del lavoro, tenendo la lama appuntita sotto il tessuto, onde evitare che si impunti nel tessuto stesso.

Il metro: nei lavori di cucito e di sartoria, per le misurazioni si usa un nastro centimetrato di tela cerata numerata su ambedue le parti. La numerazione inizia da 0 e va sino a 150 centimetri da una parte, mentre sul lato opposto la stessa numerazione è disposta in senso inverso a quello della prima. Dovendo procedere alla misurazione, si tiene l’estremità del nastro come inizio ( non è frequente il caso di misurazione presa erroneamente con partenza dall’1 ).

Il ricamo.
E’ un disegno ornamentale, operato ad ago su tessuti con fili di lana -cotone – seta.

La carta: si ottiene unendo pasta di cellulosa ( derivata da cenci, cascami; legno di pioppo, abete, paglia ecc. ) con sostanze collanti e coloranti. Può essere in fogli più o meno sottili oppure sotto forma di cartone. Fra le numerose varietà di carta ricordiamo quella da disegno, bianca o nera, colorata, lucida e opaca, velina, crespata, pergamenata, da lettera, da stampa, da imballo ecc.

Matita: cannello di legno contenente un cilindretto di grafite ( mina ) o di sostanze coloranti impastate con argilla e cera ( matite colorate ), che si usa per scrivere e disegnare.

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Claudia, Rita, Valeria, Ottavia, Mariliana, Linda, Gilda ed Anna: gli anni con voi e molte altre, a Como.

Como, Casa della Giovane.Eravamo giovani donne che lavoravano come supplenti nella scuola ed abitavamo – perché conveniente dal punto di vista economico – alla “Casa della giovane”, gestita da suore. Una parte delle stanze si affacciava sul lago di Como, vicina era l’incantevole Villa Olmo, sullo sfondo la collina di Brunate.
La cucina ed i bagni erano però in comune e dividevamo le piccole camere con altre inquiline.

Io vi arrivai al secondo anno di insegnamento in Lombardia, dopo il precedente  abbastanza difficile in cui avevo dovuto affrontare tante novità tutte in una volta, e quello stare assieme mi giovò e lo ricordo come un periodo felice.

Vivevo assieme a delle giovani che venivano da varie parti d’Italia, come me ancora non di ruolo e come me di spirito indipendente e disposte a partire, pur di non chiedere niente a nessuno. Eravamo, inoltre, lavoratrici serie che passavano il pomeriggio a studiare: tutte persone che sono state apprezzate dalla laboriosa Lombardia. Lo dico con chiarezza, senza false modestie.
Parecchie di noi – non più giovanissime – avevano naturalmente mondi segreti e già intime ferite.

Le suore erano discrete, non badavano alle nostre idee ed a me, non credente, non fu mai chiesto di andare a messa. Bisognava, certo, rientrare in orario ed era presto, ma avevo scelto di stare in un istituto e quindi ne rispettavo le regole.
Un giorno tornando da scuola a suor Betty, la più anziana che stava all’entrata, infilai l’ago e lei mi ringraziò esclamando “Ti ha inviata il Signore!”. “Non per così poco, suor Betty!”, dissi io, pensando alla mia vecchia madre che avevo lasciato a Cortale e che sempre si faceva aiutare con cruna e filo.

Nella camera accanto, sul lato dov’era il mio letto, dormiva Rita che veniva dalla Campania.
Le stanze erano separate solo da un pannello di compensato: il buon cuore cattolico – è noto – è sensibile al guadagno. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per due metri di spazio da spartire con un’altra persona, pagavamo infatti più di quattrocentomila lire. Ma si poteva soggiornare soltanto il tempo della supplenza evitando un affitto mensile che non avremmo potuto affrontare con un lavoro precario, il posto era sicuro, era al centro, ben servito dagli autobus: tutti vantaggi per delle lavoratrici non residenti e, diciamo così, stagionali.

Quando la sveglia di Rita al mattino suonava, anch’io la sentivo e insieme sentivo guarire ogni mia sofferenza per la lontananza da casa o per la durezza di un’occupazione precaria. Avvertivo di essere inserita nel ritmo collettivo del lavoro e ciò mi dava forza. In tutta Italia – pensavo – le persone che devono guadagnarsi da vivere in questo momento si alzano e affrontano la giornata.
Il pomeriggio, Rita – come me – preparava la lezione o correggeva i compiti.
Ogni tanto smettevamo e andavamo nella stanza dell’altra per chiacchierare.

A volte dal frigo scompariva qualcosa e la lunga fila al bagno non era piacevole. A me ciò comportava levatacce ma sono mattiniera, come ogni contadina che si rispetti.
Ci confrontavamo, però, sul modo di valutare lo scritto di un alunno o sulle domande da fare per partecipare ai concorsi o, semplicemente, su come raggiungere un paese della Val d’Intelvi in cui c’era una nuova supplenza per noi. È stato il mio periodo di vissuta sorellanza.

Incoraggiavamo ovviamente chi accettava una lunga permanenza a Premana, un centro ameno dove a causa della neve bisognava soggiornare e perciò separarsi dai nuovi amici e lasciare le attrattive della città. Non era indolore il tenersi lontane dalla pratica dei favoritismi! Nel mio caso ( in Calabria avevo rifiutato la raccomandazione addirittura offertami ) implicò la distanza da mia madre nei suoi ultimi anni e – soprattutto – la consapevolezza che anche lei pagasse un costo e soffrisse.

Rita come me era laureata in lettere classiche e rammento che alle convocazioni in Provveditorato aspettò per sincerarsi che anch’io avrei avuto la nomina annuale: l’agognata  nomina annuale voleva dire essere tranquille per dei mesi.

Con Claudia, che veniva da Cosenza, abbiamo diviso la stanza per un anno e non abbiamo mai litigato.
Eppure io amo dormire al buio, lei – terrorizzata dai terremoti – aveva una lucetta portata dalla Calabria: abbiamo risolto la questione nascondendola alla mia vista con dei libri. A turno provvedevamo a tenere pulito l’angusto spazio concessoci, studiavamo vicine ( a due tavoli differenti! ).
La sera lei, munita di gettoni, scendeva nella guardiola per telefonare a casa dove aveva lasciato il marito e un figlio poco più grande di un anno. Quando il piccolo si rifiutava di parlare o non la riconosceva, tornava in stanza in lacrime. Costava quella nostra indipendenza rispetto alla moda, al Sud diffusa, di raccomandarsi presso qualche preside!

Claudia insegnava negli istituti professionali e nel pomeriggio era impegnatissima a preparare le attività. In seguito, in Calabria, io ho avuto a che fare con colleghi che ritenevano che tali istituti – fondamentali perché formano i tecnici dei vari settori – non richiedessero attenzione.

Ottavia, che veniva dalla Puglia, era tra le più giovani. La ricordo camminare nei corridoi, col suo codino biondo ondeggiante. Una mattina venne affranta a dirmi della morte di Freddie Mercury. Ero lontana dalle sue passioni musicali e ancora mi spiace di non aver partecipato a quella pena con la dovuta intensità.
Lei era curiosa e colta e sensibile ed assieme andammo al cinema per “Rapsodia in agosto” di Kurosawa: fu un giorno incantato e continuo a portare nella borsa il biglietto di ingresso. È raro che si possano condividere alcune passioni culturali, anzi a volte capita di doverle celare per evitare imbarazzi o noie e ciò provoca un sottile disagio.

Qualche tempo dopo ( man mano, ognuna era passata di ruolo ed era tornata nella sua regione, qualcuna aveva invece deciso di rimanere in Lombardia per sempre ) Ottavia mi rintracciò e decidemmo di vederci, a Napoli. Nonostante la distanza, facciamo tuttora parte l’una della vita dell’altra.

Mariliana veniva dall’Abruzzo.
Era una personcina gentile nei tratti fisici e nei modi e contemporaneamente ferma nei propositi.
A volte mi pare ancora di udire la sua fresca ed allegra risata.

Tutte cercavamo di rendere nostro con qualcosa il poco spazio toccatoci, in quella strana e per molti aspetti scomoda comune.
Lei aveva una ciotolina a fiori azzurri delicati nella quale puliva le lenti a contatto: sono certa che intendesse abbellire in tal modo il suo vivere in un luogo per lo più estraniante.
Io ammiravo l’oggetto grazioso e Mariliana nel momento di tornare a casa me lo diede in dono.

Valeria veniva da Catania e faceva la postina. Era schiva, ma quando ci separammo sussurrò che non mi avrebbe mai dimenticata.
Possedeva l’arte siciliana del raccontare e mi narrò con fine ironia e senso del comico le iniziali difficoltà di orientarsi nel consegnare la posta in una città sconosciuta e alcune disavventure sue e degli utenti, a cui ad esempio a volte il quotidiano fu recapitato… con qualche giorno di ritardo.
Mi trasportò, inoltre, in un pomeriggio torrido di Catania. Valeria bambina corre corre e corre e arriva trafelata dal medico: Dottore, la nonna dice che se tossisce le fa male il petto.
E Valeria nuovamente corre corre e corre per portare il secco consiglio: Dille di non tossire, allora!

Cara Valeria, che per avere l’impressione di possedere una casa aveva affittato un’intera stanza, sebbene la spesa fosse troppa! In essa, posta vicina alla cucina e il cui interno se l’uscio era aperto potevamo intravedere nel passare, si erano trasferiti un po’ di immagini e sapori siciliani, ma nessuna di noi poté mai entrarci.

Nei miei anni di “collegiale” conobbi nella scuola di San Fedele Intelvi anche Linda, che era della bella Varenna.
Mi invitò a passare un fine-settimana nella sua abitazione e vidi posti meravigliosi e godetti della bellezza assoluta del lago di Como e l’ascoltai raccontare della nonna che da fanciulla teneva un diario ed era esperta sciatrice.

Con Linda parlavamo spesso di noi, specialmente sull’autobus che ci riportava a casa. Era giovane e avvenente ed aveva dei contrasti in famiglia, perché stava  con un modello di cui era molto innamorata. Una volta però mi disse che ciò che desiderava di più era riuscire a conquistare una stabilità professionale: il suo investimento principale non era quello amoroso.
La ragazza ( assieme alle donne che in Lombardia incontravo sui mezzi pubblici, umili operaie truccate e curate ) mi fece riflettere e mi mostrò cosa significhi avere la cultura del lavoro.

I miei genitori erano lavoratori seri, io stessa in teoria sapevo dell’importanza del lavoro per la realizzazione di sé di una donna: ma non lo sapevo nelle più nascoste fibre, in maniera tale da non dolersi troppo per le esperienze d’amore che in fondo ponevo al centro.
Ero avanti per tante cose ( divorzio, aborto, diritti civili, etc. ), ma nell’intimo avevo – rispetto a Linda e alla cultura lombarda –  una fragile educazione sentimentale.
Davvero Linda mi aiutò ad essere forte e indipendente nel profondo.

A Como frequentai pure Gilda, affascinante come il suo nome e fiera e coraggiosa, con cui ci scambiammo confidenze importanti.
E ritrovai Anna, mia compagna di ginnasio, che allorché arrivai un po’ smarrita in Lombardia mi accolse in casa, con una generosità rara e preziosa. La mia presenza fece diventare gli spazi più stretti e caotici: vestiti ovunque, letti condivisi e a volte quindi persino le febbri.

Quando mi fu possibile, decisi di trovare alloggio altrove e lo comunicai ad Anna confessando che avevamo esigenze diverse.
Possiamo modificare le esigenze, rispose lei che voleva aiutarmi pur avendo rispetto a me una stabilità lavorativa. Non credo di aver mai più incontrato un’anima simile e questo essere addirittura pronti a cambiare un po’ se stessi per riuscire ad andare verso l’altro.
Che poi è quello che ci chiede l’odierna epoca, con i tanti che in Italia giungono sperando di avere un’esistenza migliore.

Oggi la medesima “Casa della giovane” riflette il mutamento dei tempi: attualmente  è tenuta da suore messicane.
Ma già negli anni in cui io vi abitai cominciavano ad arrivare le donne africane, segno di una molto ampia emigrazione femminile nel mondo. Ci meravigliavano con i forti odori della loro cucina che si diffondevano nell’edificio già di primo mattino, mentre bevevamo  il nostro solito caffè e mangiavamo di fretta tutt’al più qualche biscotto.

Crotone e il mondo alla rovescia

Miei cari ospiti, se siete commercianti mutate proposito e cercate un’altra risorsa per vivere. Se siete invece uomini di mondo e capaci di mentire sempre, voi correte dritti verso la fortuna. In questa città, infatti, non è onorata la dedizione alle lettere, non trova posto l’eloquenza, non vengono lodati la frugalità e i santi costumi, ma tutti coloro che vedrete sappiate che sono divisi in due parti. In verità o vengono raggirati o sono degli imbroglioni. […]
Insomma, entrate in questa città come in campi sotto il giogo della pestilenza, nei quali altro non c’è che cadaveri sbranati o corvi che li dilaniano.

Nella descrizione di Petronio, Crotone appare come un luogo in cui non trovano posto attività commerciali che consentano una mobilità sociale, negletti sono gli studi, gli abitanti ignorano i buoni costumi, manca il desiderio di avere figli.
Nessun Trimalchione lavora duramente per uscire dalla schiavitù e raggiungere la ricchezza o ha la triste consapevolezza di non possedere la cultura. Domina al contrario l’inerzia e, come Paolo Fedeli mostra nelle sue belle pagine sul Satyricon, i valori su cui poggia l’antica società urbana sono rovesciati: non litterarum studia celebrantur, non eloquentia locum habet, non frugalitas sanctique mores laudibus ad fructum perveniunt, sed quoscunque homines in hac urbe videritis, scitote in duas partes esse divisos.

La città, come un contadino spiega ai protagonisti giunti a terra dopo un naufragio, è come una campagna desolata dalla pestilenza ed è abitata solo da cadavera, quae lacerantur o da corvi, qui lacerant.
Gli uomini sono o cacciatori di testamenti o ricchi privi di eredi, oggetto di tale caccia.

I miei ragazzi di Crotone sgranavano gli occhi di fronte a questo quadro potente: incerti tra l’orgoglio di essere in uno scritto simile e lo smarrimento per quella visione amara che in qualche modo ancora li chiamava in causa.
Chissà se i fatti più recenti riguardanti il loro territorio ( le inchieste sulla pestifera connessione tra politica e ‘ndrangheta, le rovine all’ambiente e alla salute delle popolazioni, gli omicidi che tendono a spegnere le voci non-violente ), chissà se li spingono – adesso che non sono più tra i banchi della scuola – ad operare per ristabilire i valori dell’urbs: il lavoro, la cultura, il rispetto per le virtù fondanti della civiltà d’un popolo. Lo spero, tanto.

Ed io, io, che cosa vedo nella Calabria odierna?
Cosa mi preannuncia il vilico?

Avremo in futuro- penso pure al dopo 4 marzo! – il genus negotiationis o faremo i corvi delle risorse pubbliche e dei cadaveri degli altri? Saranno onorate le belle lettere, la civica correttezza? Sarà possibile avere figli? Chi sarà ritenuto un uomo onesto?

Tali domande vengono ancora oggi dal Satyricon: è la forza dei classici. E forse la speranza di mutamento anche noi, come in ogni tempo, possiamo riporla solo nella lettura, nella conoscenza e nell’operosità, non nella caccia all’altrui eredità.

I soldati mesti di Eschilo

Nell’Agamennone l’araldo torna da Troia e racconta una guerra senza gloria e colma di tormenti: è come se di nuovo si sentisse la parola critica del vecchio Tersite, violentemente messo a tacere in Omero.

I giacigli erano sotto le mura dei nemici, e dal cielo e dalla terra le rugiade di prati bagnavano, senza posa rovina delle vesti, riempendoci di insetti i capelli.
E se uno dicesse l’inverno strage di uccelli, che la neve dell’Ida rendeva insopportabile? o la calura, quando senza vento il mare privo di onde cade e dorme nei giacigli meridiani?

Queste sono le voci che si dovrebbero far amare ai giovani: non il frastuono di asini, come Callimaco chiamerebbe il nulla imperante nella pessima scuola ciecamente voluta da chi ci governa.

Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?