Virgilio a Jalupà

Presto si aggiunse la malattia del frumento, sicché la ruggine divorava gli steli e il cardo isterilito era irto nei campi: muoiono le messi, avanzano gli aspri sterpi, lappole e triboli, e fra i campi fiorenti dominano il loglio funesto e le sterili avene.
Perché se non rastrellerai assiduamente le erbe e non metterai in fuga gli uccelli coi rumori e con la falce non poterai i rami che fanno ombra sul campo e non invocherai con preghiere la pioggia, ahi guarderai invano il grande mucchio di raccolto dell’altro e nei boschi cercherai di calmare la fame scuotendo con forza le querce.

Virgilio offre questo racconto dolente sul lavoro, nel primo secolo avanti Cristo.
Mi sembra di udire il coro mesto dei miei contadini parlare della moria di piante e animali e delle insidie dei campi, nella Cortale degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.
St’annu i pumadora si le mangiau la culifietula, i vajaniedi si le mangiau la negghia…E si constatava la disgrazia verificatasi nelle campagne.
Si non si le manginu li malatii, pare ca st’annu nde facimu alivi pe lu commidu.
E si esprimeva un auspicio e una paura.
Ancora, di primo mattino:-Duve jiti, Bettina? -Vau mu mi addugnu a chidi chianticiedi, nommu siccanu.

Quanti erano i nemici di quei miei compaesani e parenti, che vivevano di un’agricoltura affidata unicamente alla forza delle braccia, senza mezzi, spesso in balia della natura e dei capricci meteorologici!
Le piogge o la mancanza di esse, il sole o il poco sole, la nebbia, le malattie, gli insetti.
E ad essi si aggiungeva la volpe. Nell’immaginario io non ho la volpe di Esopo, ma quella che di notte faceva le razzie di galline a Salica, orto dove tribolavano i miei genitori.
È stato il mostro che ha popolato la mia infanzia, una sorta di orco, e addirittura ero arrivata a fantasticare che, vista l’ubicazione del fondo, venisse dalla vicina Jacurso.
Se la notte nei pagghiari si ficcava tale animale, voleva dire niente uova, niente carne di gallina, niente sughi succulenti.
E mio padre e mia madre inutilmente, due volte al giorno, erano andati a piedi a cibare il pollame.
Me la ricordo la mestizia dei miei genitori, due giovani contadini, dopo il passaggio della volpe.

Da questo siamo scappati, quando abbiamo deciso di emigrare.

La visione che i contadini cortalesi avevano della campagna e della loro esistenza era amara e non so dove alcuni odierni cantastorie del passato rinvengano la felicità e la spensieratezza dell’attività agricola di cui cianciano. Non si accorgono di bestemmiare.
Evidentenmente, non hanno mai sentito il respiro di un uomo che solleva e riabbassa la zappa nel dissodare la terra. E non rammentano che gli anziani avevano quasi tutti la schiena curva, fino a formare sovente con gli esili corpi un angolo retto: Piero Bevilacqua scrive della cifosi dorso-lombare a grande arco come della malattia professionale dello zappatore. Adesso, grazie alle condizioni economiche migliori, moriamo belli dritti guardando il cielo non la punta dei nostri piedi.

A Cortale si diceva, dunque, che i pomodori li avevano mangiati gli insetti che puzzano dal culo, i baccelli li aveva mangiati la nebbia e Virgilio usa lo stesso verbo, edo, mangiare.
E ci si augurava che le olive non venissero colpite da malattie, per ricavarne il necessario per quell’anno.
E di primo mattino, Bettina andava a curare quanto piantato affinché non seccasse.
Si lavorava duramente, come esortava il poeta il quale nel passo utilizza il termine labor e nel significato di lavoro e in quello di malattia.

Da questo siamo scappati, quando abbiamo deciso di emigrare.

Ma soprattutto Virgilio mi fa rivedere le zie che coltivavano una zona chiamata Jalupà e un moto di affetto e di pena mi preme sul cuore.
Le mie povere zie, come se avessero letto le Georgiche, quando andavi da loro le trovavi accaldate e stanche che sotto il sole cocente combattevano con i passeri, sonitu: colpendo su una pentola, perché non divorassero il grano. Me le ricordo abbarraccati, stremate, detergersi il sudore mentre mi salutavano, smettendo per un attimo quella pena e il rumore da disperati.
Altro che i buffi e graziosi spaventapasseri che ancora si vedono nei campi!

Da questo sono scappati i tanti che sono emigrati, non da un idillico stare.

Si era costretti a lottare anche con i passeri: questa era la nostra agricoltura e in tal modo viveva la nostra gente, consapevole dell’incessante e ingrato faticare.
Attorno, ogni forza era più potente e qualsiasi esserino suscitava timore ed era in grado di vincere.

Ho sempre pensato che le mie zie, ormai anziane e senza figli, a Jalupà conducessero questa battaglia contro gli uccelli poiché avevano più tempo, quasi si trattasse di una bizzarria. Forse è così, ma è pur vero che erano sottratte ore ed ore al giusto riposo e quei visi stravolti e afflitti per la fatica mi tornano in mente a rinnovare un dolore.

Da ciò siamo scappati e siamo divenuti emigranti.

In verità, non ho mai visto mio padre e mia madre combattere sonitu con i passeri: troppo occupati con zappe casa figli, ma ciò significa che si son dovuti rassegnare a lasciare una porzione del raccolto pure agli uccelli. Una parte del grano serviva per pagare l’affitto ai proprietari del fondo, una parte si dava al mugnaio, una parte ai passeri.
Quanti padroni! Troppi mangiavano sfruttando quelle quattro braccia.

Ogni volta che leggo il canto di Virgilio sul lavoro, penso alla nostra coltivazione della terra negli anni Cinquanta e Sessanta, assai simile a quella del primo secolo avanti Cristo: ecco da cosa siamo scappati.

Non è esistito nessun locus amoenus.

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Elogio del secchio o catu

Stamane, passando vicino ad un albero di fico, ho riconosciuto l’odore caratteristico delle sue foglie ed ho ricordato il secchio.

Mia madre era solita recarsi due volte al giorno in un piccolo appezzamento di terreno che avevamo in affitto, al mattino e alla sera e naturalmente a piedi.
Portava con sé un secchio, ricavato da un recipiente pieno di acciughe, che gli avari negozianti regalavano una volta che avevano venduto il contenuto.

Spesso il mio vicolo risuonava del martellante rumore di un sasso che picchiava su un grosso chiodo per praticare sulla latta ormai priva di acciughe due fori laterali, attraverso i quali si faceva passare del filo di ferro intrecciato varie volte per averne un rudimentale manico oppure la presa di un altro oggetto ormai inutilizzabile: ed ecco un bel secchio resistente, u catu de landia!
Ogni bene assumeva mille vite e mille usi e riciclavamo tutto, perché in quell’economia di mera sussistenza e sopravvivenza era un lusso buttare qualsiasi cosa.

Di qualche secchio rammento le immagini su di esso disegnate, in stile naïf: lo sfondo era marino e quindi di un grazioso azzurro, piccoli pesci nuotavano lietamente e a volte erano pure presenti delle sirene che con la boccuccia graziosa cantavano come quelle di Ulisse ed avevano lunghi capelli biondi con riccioli delicati. Insomma, quadretti idilliaci che niente avevano in comune con la vita dura dei nostri negli anni Cinquanta e Sessanta.

All’andata mia madre nel secchio naïf portava a vrodata, la misera broda per quel benedetto maiale che allevavamo. Si trattava di una brodaglia per nulla somigliante a quanto rimane dopo i nostri pasti oggi e non piena di chissà quali resti, dal momento che ci avevamo pensato noi a mangiare tutto.
Il maiale era però una delle fonti principali della nostra alimentazione e della sua nutrizione e buona salute ci preoccupavamo come fosse un componente della famiglia.

Al veterinario infatti ci si rivolgeva prontamente in caso di bisogno degli animali che avevamo, allo stesso modo che al medico allorché eravamo ammalati noi.
E se ad esempio moriva un vitello, era quasi un lutto per le famiglie. – È successa una disgrazia a Nicolina!  – Cosa? È morto qualcuno? Ah, figghimma, li moriu a vacca, chi sbentura amara!
E si andava a fare visita a Nicolina per portarle la propria solidarietà di afflitti, precisamente come si faceva quando cessavano di vivere le persone.

Al ritorno dalla campagna quel secchio, a cui si era data una sciacquatina veloce in qualche rigagnolo nell’orto presente, lo si rivestiva e ricopriva di impermeabili foglie di fico belle ampie e dentro si mettevano le primizie del momento, a strati: uno strato per l’uva, uno per i fichi, uno per i pomodori, uno per i cetrioli, uno per le fave, uno per le  pere, un altro per le uova.
C’era maestria nel fare il rivestimento: pur nel caos sporco di quel mondo dolente in cui vivevamo, non era assente l’attenzione alla pulizia e alla cura di sé e di chi si amava.

Imà, chi ni portasti?”, era la golosa e avida domanda con cui accoglievamo festanti l’entrata in casa di nostra madre, per la quale – se era l’imbrunire -iniziava l’ultima parte di una giornata di mille fatiche. E le mani si infilavano veloci nel secchio ad afferrare un frutto di stagione, che subito divoravamo. Mia sorella conserva la stessa gioia di allora nel gustare i pomodori.

Di quei prodotti, specie a settembre mese di abbondanza di frutti anche nelle nostre povere campagne, godeva pure qualche ozioso ma affamato e ingordo vicino: i contadini – popolo di cui quasi nessuno si occupava e gente destinata ad emigrare abbandonando terre ingrate e governanti ostili – erano spesso rassegnati a non ricavare denaro dal proprio lavoro.

Quegli odori ho sentito stamane e quel magico e cangiante secchio di latta ho rivisto. Le sirene continuano ad ammaliare e il mio cuore diviene sempre più sensibile alla dolcezza del loro canto.

Gli spettacoli

Discorrendo col discepolo, Seneca indaga nell’epistola settima i meccanismi psicologici e gli istinti perversi nelle dinamiche di massa e offre come esempio il quadro violento dei giochi del circo e della folla che vi assiste. Qui, oltre ai combattimenti fra uomini e animali che si tenevano al mattino, erano previste a mezzogiorno lotte più brutali fra delinquenti comuni costretti a combattere in coppia – uno munito di armi l’altro inerme – fino a che tutti non erano morti, tra gli incitamenti del pubblico che godeva di tali omicidi.
La mattina gli uomini sono gettati in preda ai leoni e agli orsi, a mezzogiorno ai loro spettatori.

Qualcuno obietta: Ma uno ha commesso un latrocinio, ha ucciso un uomo.
Seneca incalza però questo interlocutore immaginario: E allora ?
Quid ergo?
E, aprendo orizzonti luminosi, continua: Siccome ha ucciso, egli ha meritato di patire ciò; tu che cosa hai meritato, infelice, per assistere a questo spettacolo?

La domanda di Seneca agisce ancora come una sorta di pugno nello stomaco, ma rischiara la mente e le offre diverse prospettive possibili rispetto agli inferni in terra che siamo capaci di creare.
È tuttora questo l’interrogativo da porsi: quid ergo?
Se non vogliamo farlo per gli altri ( oggi si viene facilmente tacciati di buonismo, quasi che la bontà non fosse un grande dono dell’animo! ), dobbiamo farlo per noi, che siamo innocenti e quindi non possiamo assistere agli immondi spettacoli: alla pena di morte, ai sepolti nel Mediterraneo, alla negazione dello ius soli.

In ogni tempo, la logica liberatoria non può che rinvenirsi in quel quid ergo?
Non c’è in verità giustificazione al degrado etico: guai a rispondere alla disumanità con la disumanità! Non possiamo uccidere il ladro che entra in casa nostra, non possiamo uccidere chi ha ucciso, rispondere alla violenza con la violenza, fare nostra la ferocia dell’altro.
Siamo noi che non meritiamo il mondo disumanizzato che ne deriverebbe, visto che siamo innocenti.

Sull’impotenza

Tradurre Tacito è come attraversare i territori e i confini ignoti di una lingua: perdi le certezze che avevi, in primo luogo sei costretto ad abbandonare le sicurezze sintattiche e a seguire un drammatico ed irregolare periodare, che è espressione di un pensiero irrequieto e di un giudizio pessimistico sulla storia. Marchesi parla a tale proposito di una guerra che Tacito  conduce contro la regolarità della grammatica

Tutto questo richiede fatica e umiltà nel leggere, ma lo sforzo non è inutile e ti fa giungere, percorrendo sentieri nuovi e impervi, a visioni di luoghi mai raggiunti prima.
E così, incantato, ti trovi inaspettatamente di fronte un traditur etiam matris impotentia extrusum, si dice anche che egli fosse stato allontanato dalla prepotenza della madre.

Lo scrittore sta ragionando su Tiberio e sul suo ritiro a Capri e per dire il potere delle donne a corte, in questo caso di Livia, utilizza il termine impotentia, che significa debolezza, incapacità di dominarsi, ma anche prepotenza, arbitrio.

L’im-potenza che diventa ( oppure è ) pre-potenza. La psicologia non illumina e non mostra più verità della lingua.
Quanti impotenti-prepotenti non popolano la storia e la cronaca?

 

Archiloco e mia madre

Archiloco nasce alla fine dell’VIII secolo a Paro nelle Cicladi, le isole che giocano a girotondo nell’Egeo, da una famiglia nobile. È tra i più grandi poeti greci.
Mia madre nasce da famiglia contadina nel 1914 a Cortale, un piccolo centro della Calabria, ma da ragazza vive soprattutto a Jalupà, zona ventosa ed aspra del paese, che coltiva assieme ai fratelli e ai genitori. Si trasferì poi a Salica, ancora una zona di Cortale in cui, insieme allo sposo, lavorò dei piccoli ed ingrati appezzamenti di terreno. Su altri fazzoletti di terra, cugnali, i miei genitori sudavano al Timpune e Supa i Righi: eterni viaggiatori, i nostri contadini, anche all’interno di Cortale stessa. Come Archiloco, che da Paro va però a Taso, schiena d’asino, non bella, non amabile.

Grande è la varietà degli argomenti trattati dal poeta, il quale conosce pure i toni riflessivi ed esortativi, oltre all’impetuosa invettiva dei giambi.
Io non ho una formazione filosofica, né religiosa e – sui grandi temi dell’esistenza – mi muovo in maniera curiosa ed anarchica tra le riflessioni poetiche dei classici greci e latini e quelle di mia madre.
Ci deve essere tuttavia qualche relazione tra la cultura alta e quella popolare, visto quello che mi succede ogni tanto: di cogliere tra esse fondamentali connessioni.

JalupàL’altra mattina, tra un pensiero rivolto alla valutazione di fine anno scolastico ed uno alla complessità della vita, ecco che mi son trovata di nuovo a parlare con un’esclamazione di mia madre ( le sue considerazioni e i suoi modi di dire, in cui si raccoglieva una sapienza popolare millenaria, mi ritornano in mente come se lei non mancasse ormai da quasi trent’anni! ): Storta va e nderitta vene, sempe storta non po jire. Quella storta va (via) e viene quella dritta, sempre in maniera storta non può andare: sottintesa la strada, metafora della sorte, che i Greci avrebbero definito τύχη.

Il dolore colpisce oggi l’uno, domani l’altro…Ma sopportate con forza…No, non è mia madre, questo è Archiloco.
Cuore, cuore mio sconvolto da pene irrimediabili, sorgi…E gioisci delle gioie, affliggiti dei mali, ma non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini. Sì, è il ῥυσμός di Archiloco e dei Greci.

In Archiloco e in mia madre ( cioè nella cultura contadina ) c’era la stessa fiducia nel vivere e la conoscenza del ritmo, della regolarità dell’esistenza. Del resto mia madre, visto il luogo in cui è vissuta ( Cortale, ma anche Jalupà, Salica, Timpone, Supa i Righi ), un po’ greca era!
Le due culture, quella raffinatissima di Archiloco, e quella di mia madre, popolare e quindi sovente lievito della grande arte, invitavano – in maniera certo formalmente diversa – a godere delle gioie e a soffrire per le sciagure, senza eccedere ( μὴ λίην, non troppo ), considerando quale ritmo governi le vicende umane.

Uno a Paro l’altra a Jalupà, sapevano che nella vita si succedono piaceri e dolori e credevano nella relatività di ogni circostanza e principio.
Tutti e due aristocratici, perché entrambi ἄνθρωποι: esseri umani.