Lettere d’amore negli anni Sessanta

Cara Maria,
da molto tempo, vedendoti passeggiare o parlare con le tue amiche, ho provato un sentimento d’affetto e d’amore verso di te.
Ho creduto, per un istante, di essere felice al tuo fianco uniti nell’amore.
È per questo sentimento che ho provato che ti amo tanto e ti chiedo, con il cuore palpitante d’amore, di essere la mia fidanzata.
Se accetterai, quando saremo grandi – nella vita – avrai da me tutta la felicità e ti sentirai la più bella donna del mondo.
Ancora una volta ti chiedo il tuo amore e ti saluto cordialmente.
Ciao, tuo Francesco Pulerà

Negli anni Sessanta, durante l’adolescenza, a volte un’amica ti consegnava furtivamente un bigliettino come questo, inviato da qualche ragazzino: era una dichiarazione d’amore.
Fu bello allora il vagheggiare il futuro, oggi quel quando saremo grandi suscita un moto di affetto per chi ha inviato il messaggio.
Che abbia avuto tutta la felicità, dovunque si trovi.

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Il viaggio nel tempo antico e i chiarori lunari

Eccetto un’esigua minoranza, a Cortale prima degli anni Sessanta non conoscevamo il viaggio come esperienza formativa e ludica, come vacanza ed esplorazione. Conoscevamo abbondantemente il partire come emigrazione, ma si tratta chiaramente di uno spostamento di ben diversa natura.
Si camminava inoltre a piedi, sicché le distanze e il senso di esse erano differenti rispetto ad oggi. E recarsi a Maida era già un grande viaggio.
Per le bambine poi ( e per le donne in genere ) gli stessi spazi della quotidianità non erano molti: si limitavano all’abitazione, alla scuola. Ci appartenevano pure le strade, ma quelle vicino casa. Le bimbe, oltre che con le bambole, organizzavamo infatti nelle vie anche giochi scatenati, maschili si direbbe con una ( oggi anacronistica e per me assurda ) divisione di genere, e potevamo altresì allontanarci dalla nostra zona, ma sempre in qualche modo controllate. I maschi in verità vivevano più anarchicamente, me ne rendo conto adesso che noto di avere una memoria “intima”, ma di conservare pochi ricordi di vita condotta nei luoghi pubblici. Per esempio, io non sono mai andata a ‘u Castanitu, un posto che per i maschietti era una sorta di iniziazione al fuori e allo stare da soli, all’autonomia.
Tuttavia il viaggio spesso lo si compiva nella fantasia e si viaggiava indubbiamente molto attraverso i libri, con i quali ho fatto molti itinerari, i più importanti della mia esistenza anzi. E poi bastava un piccolo spostamento anche all’interno del tuo paese o un lieve discostarsi dalle personali abitudini per provare la sensazione di aver realizzato qualcosa di profondamente affascinante e di essere stati protagonisti di un’avventura entusiasmante.
Allora dormivo di solito in una stanza assieme a mia sorella e ad una delle zie, i miei genitori invece avevano una  camera che dividevano con mio fratello. E rammento come un momento di particolare ambascia dell’infanzia quello in cui, seduta su un gradino della scala che portava alla loro stanza, ero incapace di decidere sul da farsi: con chi stare quella notte, con le consuete care compagne o con mio padre e mia madre? L’indecisione rasentava la sofferenza, come capita spesso ai bambini che soffrono con un’intensità che noi adulti spesso abbiamo dimenticato possano raggiungere. Comunque uno dei miei spostamenti incantati è stato appunto il dormire nel lettone dei genitori, non so se avvenne la notte della speciale indecisione. Li vidi giovani e allegri, che si volevano bene e me ne volevano.
E non scordo un viaggio con tratti di modernità, perché implica una certa libertà di movimento per delle adolescenti, ma eravamo già nei famosi Sessanta ed io avevo circa dodici anni. Ormai non dividevo più la stanza con altri, perché mia sorella si era sposata e la zia viveva con lei per aiutarla col bambino. Fu allora che a un’amica, un po’ più grande di me, fu concesso di dormire a casa mia: una sorta di pigiama party, si direbbe oggi con brutta espressione! Fu una notte indimenticabile, in cui nessuna delle due chiuse occhio e ci fu un continuo chiacchierio di ragazzine che si confessavano le meraviglie delle prime emozioni e dei primi amori, i sogni e le fantasie. La mia compagna possedeva maggiore capacità di raccontare e l’ascoltavo quasi ammaliata, perché i due anni che aveva più di me la rendevano ai miei occhi particolarmente affascinante e affascinante proprio perché mi sembrava avesse superato la linea che proietta nell’età adulta, rispetto a me che mi sentivo un po’ piccola e un po’ grande, quindi maledettamente bambina. Ricordo un pomeriggio in cui eravamo sedute su un albero di fico e giocavamo ai fidanzati: io ovviamente facevo la parte della ragazza, dato che ero più piccola e ingenua ( inconsciamente riproducevamo idee maschiliste! ). Non dimenticherò mai l’ampio e teatrale muoversi del suo braccio quando, mostrandomi la campagna intorno e la vicina Jacurso, lei/lui prometteva per convincermi che era un buon partito: ” Se accetterai il mio amore, tutto questo sarà tuo!”.La guardavo come una divinità, per quella sua prorompente fantasia!
E rimane impresso nella memoria ancora un
viaggio, effettuato pure questo da piccola. Avevo un’altra zia la cui abitazione era in piazza, sicché il dormire una volta da lei fu importante, e perché uscivo da casa e perché mi recavo nel centro del paese: si trattava per me quasi di una dimora cittadina, rispetto al vicolo in cui risiedevo.
La zia non aveva figli e un giorno disse ai miei genitori che sarebbe stata felice di crescermi lei assieme al marito. Ringrazio tuttora mio padre e mia madre che, pur essendo normale a quei non floridi tempi donare a qualcuno un figlio e pur sapendo che la parente viveva in una migliore condizione economica, mi hanno tenuta con sé. Comunque gli zii la volta che volli dormire da loro credo abbiano assaporato la gioia di avere una bimba che riposi nel tuo letto e si muova nella tua casa.
Da parte mia, di quella notte rammento la luce che illuminava completamente la stanza nella quale arrivava il bagliore dei lampioni della piazza in maniera piena, visto che la strada era larga 
e che in paese non usavamo tende alle finestre, noi che di solito abitavamo in posti angusti e che quando avevamo la fortuna di avere luminosità ci aprivamo ad essa con gioia. Le lampade della piazza si univano al nitore della luna e creavano quello che a me sembrò il più bel chiarore lunare che abbia mai visto. Senza le incombenti case davanti tipiche delle viuzze, esistevano solo la stanza e il cielo: una sorta di spazio libero, di infinito. E a me, abituata alla strettezza e allo scuro della mia zona, quella camera parve illuminata come fosse giorno. Ma bisogna essere cresciuti in un vicolo per comprendere appieno la sete di spazi aperti e di luce che in esso si ha.
L’ambiente era anche odoroso di lindo, tutto ordinato e diverso da casa mia dove la presenza di figli e di maggiori bisogni comportava un caos più grande. E la categoria del pulito/sporco a Cortale doveva essere rilevante negli anni Cinquanta, se pure del maestro delle elementari in un tema scrissi è pulito. Sdraiata nel letto luminoso, ho sentito inoltre il profumo dei
passuli, dell’uva passa, una leccornia che la zia – che faticava l’intero anno con la vigna – metteva in serbo in un cassetto del comò. Me ne fece dono, naturalmente, e a me parve prezioso.
Mi sono ricordata di questo chiarore lunare e del viaggio notturno, passando stamane vicino quella che per me rimane l’abitazione della zia, sebbene lei non ci sia più. All’uscio di essa, un giorno che improvvisamente mi sentii fisicamente molto male e mi credetti sola, mi appoggiai da bambina: era la porta di una persona cara, là potevo stare tranquilla per riprendere fiato, il familiare luogo mi proteggeva. Lo guardo sempre con gratitudine.
La mattina dopo la magnificenza dello splendore lunare, tornai però a casa mia: perché il piacere del viaggio è anche il ritorno.