Lettere d’amore negli anni Sessanta

Cara Maria,
da molto tempo, vedendoti passeggiare o parlare con le tue amiche, ho provato un sentimento d’affetto e d’amore verso di te.
Ho creduto, per un istante, di essere felice al tuo fianco uniti nell’amore.
È per questo sentimento che ho provato che ti amo tanto e ti chiedo, con il cuore palpitante d’amore, di essere la mia fidanzata.
Se accetterai, quando saremo grandi – nella vita – avrai da me tutta la felicità e ti sentirai la più bella donna del mondo.
Ancora una volta ti chiedo il tuo amore e ti saluto cordialmente.
Ciao, tuo Francesco Pulerà

Negli anni Sessanta, durante l’adolescenza, a volte un’amica ti consegnava furtivamente un bigliettino come questo, inviato da qualche ragazzino: era una dichiarazione d’amore.
Fu bello allora il vagheggiare il futuro, oggi quel quando saremo grandi suscita un moto di affetto per chi ha inviato il messaggio.
Che abbia avuto tutta la felicità, dovunque si trovi.

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Stranieri nel vicolo e la bellezza di Peter

Nel vicolo al mattino gli adulti si recavano in campagna, i piccoli a scuola; la sera si tornava dal lavoro, si cenava e poi, se nella buona stagione, ci si sedeva davanti l’uscio e si conversava. I bambini partecipavamo al chiacchiericcio, specie se stanchi, o ci scatenavamo nei giochi.

Ogni tanto passavano degli umili venditori, con la loro per noi magnifica mercanzia.
E a volte arrivava nel vicolo addirittura qualche straniero, portatore di novità: perché l’altro fosse straniero bastava che ci separassero pochi chilometri.

Giungevano dalla per noi lontanissima Cosenza dei giovani specializzati nella sericoltura, i quali con la collaborazione di mio padre trovavano un appartamento dove provvedere all’incubazione del seme ( risento ancora il calore delle stanze- incubatrici ) e per un periodo soggiornavano a Cortale.

Ricordo uno di questi ragazzi, che la sera veniva a trascorrere il tempo nel vicolo: i bambini ci sedevamo attorno a lui e anche le ragazze potevano chiacchierare, visto che la distanza sociale ( impossibile un legame tra giovani contadine e un impiegato! ) rendeva il loro rapporto come asessuato, quindi lecito.

Il ragazzo vestiva elegantemente abiti freschi di seta chiara ed era bello come gli attori delle riviste del tempo.

Il vicolo risuonava delle risate delle ragazze e noi bambine eravamo incantate dal giovane, il quale paragonava ognuna ad un’attrice, trasportandoci così nel mondo fatato di Cinecittà od Hollywood: la mia compagna di giochi, dalle carnose labbra, era chiamata Sophia Loren e per me tale è rimasta. E come sapeva condurre il divertimento, il ragazzo di Cosenza! “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”, “Cacao!”, gridai velocemente io.
Il cacao ( con questo termine indicavamo e la polvere e la bevanda ) fu tra le cose provenienti da fuori che proprio allora cominciavano a mutare la quotidianità cortalese; l’avevamo pienamente adottato e per noi persino il colore marrone era “cacao”. Anzi era nato un modo di dire, pari u viecchiu d’o cacau, alludendo al vecchio che appariva sulla confezione, non so se della Ferrero.

Poi, agli inizi degli anni Settanta, arrivò lui e ci incantò tutti: vecchi e giovani. Come un ospite mite di un teorema scritto appositamente per noi.

Veniva da Berna ed era un regalo dell’emigrazione: era amico di nostri compaesani trasferiti in Svizzera per lavoro e veniva a trascorrere le vacanze in Italia, innamorato della cultura italiana e soprattutto di Petrarca.

Abitava in una minuscola stanzetta di fronte casa mia e di giorno, con il solito sacchettino di quelli del Nord dentro cui non manca mai un libro, andava al mare, col pullman naturalmente.

Avevamo vent’anni e le ragazze, attraversate da ansie di novità e che con difficoltà estreme cercavamo di vivere a modo nostro in un ambiente invece chiuso, parlavamo con Peter con la tranquillità e l’amicizia alla quale non potevamo abbandonarci con i ragazzi del paese.

Ci scambiammo dei doni. Io gli regalai un bel testo che possedevo di Petrarca, che faceva parte di una collana della Mondadori e che a me, che non avevo la biblioteca degli avi, era molto caro. I libri costavano per noi troppo ed erano un lusso, ma alcuni iniziavano a essere pubblicati a un prezzo non eccessivo e la mia casa man mano si adornava di queste carte preziose. Peter mi regalò “La morte a Venezia” e, se mi impegno, lo trovo ancora nei miei disordinati cassoni.

Il suo italiano era delizioso: “la naso”, “il chiave” mettevano allegria a tutti i vicini. Ed era delizioso soprattutto il modo di pensare: mai più ho ragionato senza paure, senza difese come con lui. La nostra è stata una bella e purissima amicizia, sebbene attraversata in qualche momento da un leggero erotismo, che non si espresse mai e a cui mai abbiamo dato voce: la distanza geografica ci teneva lontani da tentazioni e inoltre eravamo consapevoli di avere il cuore altrove: entrambi di altri innamorati, posseduti da amori infelici, come capita spesso a quell’età ( e non solo! ). Il suo si chiamava Nicole, bionda e dai riccioli aurei: Peter ne parlava come della Laura petrarchesca.

Peter è stato il sollievo e la consolazione dei miei vent’anni, in Calabria difficili, perché mi sono potuta rapportare col mondo maschile senza stare in guardia: un universo che in lui era privo di rozzezza e violenza, una mascolinità tenera e sensibile. Gliene sarò eternamente grata e mi piacerebbe che in qualche parte della terra egli ancora girasse gentile.

Era bello in maniera straordinaria e aveva un bel sogno: fare l’attore.
A tutti nel vicolo egli portò la peculiarità e diversità del suo sentire, oltre che la sua semplicità che lo fece amare da ognuno. Nicole aveva splendidi riccioli e lo diceva a noi ragazze, che chissà quante diavolerie usavamo per avere i capelli lisci! Il lungo naso di una nostra amica, per noi un difetto, era divino ai suoi occhi; i miei lineamenti un po’ marcati erano greci, intendeva dire della statuaria greca, e scusate se è poco!

Ci si sconvolgevano le categorie di valutazione e il vicolo si apriva e diveniva una metropoli: un evento straordinario per dei giovani attratti dal cambiamento e che massimo andavano ogni tanto a Messina per sostenere gli esami universitari.

Era un incontro che non ci impegnava ad altro che alla grazia dell’esserci conosciuti: non ci siamo mai scritti, mai telefonati e ci salutammo donandoci i libri.

Un paio di anni dopo andai a Zurigo e mio fratello mi suggerì di telefonare al mio amico, che la sera stessa arrivò con dei cioccolatini per mia cognata. Io e lui decidemmo di andare al cinema.

Adoravo il cinema e nel vicolo ne sentivo la mancanza, come sentivo la mancanza di tante altre cose. Quella sera c’erano a Zurigo le proiezioni di “Ultimo tango a Parigi”, un film su cui al paese avevo già letto la recensione di Moravia e che ho amato per il senso di morte che lo pervade oltre che per la libertà dello sguardo. Erano gli anni in cui in Italia si cercava di conquistare, tra le altre, pure la liberazione sessuale: fatto che è costato, come ogni conquista. E l’assenza di bigottismo con cui la tematica sessuale era trattata da Bertolucci era importante, specialmente se avevi vent’anni e li vivevi in un vicolo calabrese: anche questa una condizione che ha comportato troppi costi.

La sala era piccola, il film in tedesco ma sottotitolato in francese, lingua che ho studiato. La bellezza di quell’ambiente senza schiamazzi e di quel ragazzo tranquillo seduto accanto fu per me un dono: la visione del film avvenne in un raffinato silenzio, alla fine si udirono gli applausi per il regista. Durante il film, solo delle misurate risatine quando si parlò di diverse lunghezze del pene. Non oso, per carità di patria, fare confronti.

Negli anni Ottanta, Peter ci regalò un’altra giornata: tornò a trovarci assieme alla sorella. Sempre bello come il sole.
Seguiva ancora la sua vocazione di attore e anche questo me lo rendeva caro: era divenuto uomo migliorando e non abbandonando il meglio di sé.

Le giovani del vicolo, intanto, conducevamo la nostra esistenza non semplice. Niente era indolore: ad esempio, noi passeggiavamo suscitando parecchie critiche, ma solo in luoghi alle passeggiate consacrati. Il libero camminare, figuriamoci il girovagare ozioso! , per le donne non era contemplato.

Facendoci scudo dei due turisti, anche noi ce ne andammo quel giorno per le viuzze del nostro paese: tranquille, libere. Com’è giusto che sia.

Da qualche mese, avevo pensato di fare questo post, ma gli impegni e la pigrizia ( scrivere è una fatica ) me lo avevano impedito.
Poi una sera trovo detto su Facebook che Peter è morto.

Mi sono sentita più sola e ho pianto, sconsolata: amavo pensare che in qualche luogo Peter continuasse a percorrere incantato le vie, perché questo rendeva il mio mondo non infranto e impoverito, nonostante il trascorrere degli anni e le tante perdite.

Il giorno dopo, sulla morte si è espresso un dubbio e ad esso io ho preferito prestar fede. Ho bisogno di credere che quel mio ragazzo, con cui in fratellanza ho potuto vedere un film che ha come filo conduttore nientemeno che il sesso, mi accompagni nella vita.
Il mio vicolo è lui.

E fu festa grande per l’arrivo del frigorifero

Dell’infanzia ho un iniziale ricordo, breve come un lampo arcano: un principio di cui rammento la luce a forfait ( cioè solo per alcune ore e con una lampadina per casa ), i pavimenti in creta e fango ( de taju ) e con buche dove più profonde dove meno, il mangiare la famiglia intera nello stesso piatto, il portare in testa i pidocchi e sul corpo le pulci come fosse naturale, il camminare spesso scalzi, il coabitare con gli animali, qualcuno con l’asino la maggioranza col baco da seta o la chioccia. Anzi, tra le immagini più belle che conservo di quando ero bimba, c’è l’allegra nidiata dei pulcini che seguono per la cucina la chioccia, dopo essere stati in casa covati. Poi, successivo a tutto questo che è come un solo istante e si colloca negli ultimi anni Cinquanta, ricordo il progredire degli anni Sessanta ( che sarebbe continuato nei decenni seguenti ): l’acqua e i servizi igienici nelle dimore, pavimenti rifatti, finestre che spezzavano il buio delle abitazioni, strade rinnovate, qualche soldo da spendere anche grazie all’emigrazione, scolarizzazione aumentata. Ci liberavamo dalla sporcizia e mutava la vita di tutti, specie quella delle donne che si alleggerì di tanti gravami.
E si era appunto nei primi ’60 quel giorno in cui una minuta figura femminile si aggirava per il vicolo e diceva alle amiche: Veniti a la casa mia mu viditi, ca mi accattai chidu chi tene friscu! Nel quartiere era arrivato il primo frigorifero e la signora invitava ad andare a trovarla per vedere quello che mantiene fresco. Cominciava con queste piccole cose il nostro boom.
Ma noi non avevamo un termine per indicare tale elettrodomestico: è vero che basandoci sull’italiano arrivammo a denominarlo ( come facciamo ancora adesso ) frigoriferu, ma ho nella memoria che mia madre lo chiamava u friscu, u friddu, u rigoriferu. Di fronte al nuovo c’era quella che Lucrezio definiva egestas, povertà della lingua, ed ecco che le nostre donne partivano dal noto per determinare l’ignoto, usavano perifrasi, ricorrevano a calchi dall’italiano,”cortalesizzavano” il lessico estraneo, ecc. Tutte operazioni normali negli idiomi, che ogni giorno arricchiscono se stessi e si avvalgono di vari tipi di “prestiti”.
In quell’epoca, tante erano le novità ed era la miseria stessa che s’incrinava e rompeva. Le donne accoglievano ciò con un incanto di bambine, come appunto la signora del frigo, perché era la loro esistenza quotidiana che diveniva magicamente più comoda e più semplice. Mia madre la prima volta che salì sull’automobile di mio fratello restò entusiasta e fu tra coloro che subito, decenni dopo, richiesero l’allaccio al metano ( io invece avevo paura del gas! ). C’era un mondo nuovo che lei sentiva e vedeva delinearsi: questo la incuriosiva ed attraeva e questo voleva per noi figli. Respingeva l’oscuro passato e guardava al futuro.
Le donne, insomma, non erano liete di portare pesi in testa o di lavare i panni al fiume. Verso la fine degli anni Settanta, agli esami, fu chiesto a una ragazza cortalese in quale periodo si era avuta la rivoluzione industriale. “Quando è stata inventata la lavatrice”, rispose rivelando non grandi conoscenze dei processi storici, ma mostrando certo una profonda attenzione per la condizione femminile che spesso segue un percorso “altro” rispetto alla grande storia.
Di sicuro, il muliebre microcosmo che ha popolato la mia infanzia e giovinezza era attirato dalla modernità, non era retrivo. Nella miseria in verità non c’era felicità e non esisteva per essa compiacimento: ne è prova l’immenso fenomeno che ha interessato Cortale, l’emigrazione. Ne è prova che nelle famiglie contadine si volle – a costo di sovrumani sacrifici – far studiare i figli. E del resto, di solito tende a conservare chi sta al riparo del proprio potere.
Pertanto non facciamo parodie della civiltà contadina, per amor del cielo! Parecchio tempo fa un giovane frequentava casa mia, ma mia madre capiva che egli aveva una posizione paternalistica nei confronti del suo mondo. Non le piaceva per niente questo ragazzo e ne rifiutava sdegnosamente le sciocche chiacchiere. Lo sentiva lontano dalle grazie e dalle molte ombre della società  contadina, che non era una suggestiva favola, ma una realtà storica dura.
E quando il rinnovamento entrava nelle proprie vite, si era contenti: altro che la bellezza delle vozze. La felicità fu l’arrivo del thermos, almeno per chi doveva lavorare sotto il sole per ore. Non esiste bellezza nel bisogno, la bellezza si ha quando un uomo si affranca dalla necessità. Era davvero una meraviglia osservare con quanto piacere mia madre, quando le era possibile, si liberava senza rimpianti delle cose vecchie.
Quanto alla signora del nostro primo frigo, aveva un fratello dipendente dello stato: ecco spiegata la possibilità dell’acquisto. Lei, che il grande annuncio fece al vicinato, non aveva invece studiato ed era rimasta una persona semplice, che manteneva la gentilezza e naturalezza nei rapporti, anche se viveva una condizione di privilegio ( questo era allora uno stipendio in famiglia ). Tali atteggiamenti  la mettevano alla pari degli altri. Era tenero e ingenuo, quell’andare casa per casa per annunciare alle amiche la novità, che non venne accolta con invidia: era anzi come se tutte assieme giocassero e si trasmettessero reciprocamente lo stupore di fronte al mutamento. Il vicolo era attraversato da una corale ammirazione e si abbandonava alla gioia del progresso.
La vita cortalese era allora organizzata in maniera che tutto avvenisse in una dimensione comunitaria – parti gestiti da una cerchia di esperte, matrimoni, funerali – sicché anche quel piccolo/grande ingresso nel moderno la mia vicina volle viverlo collettivamente: perché solo così sapeva condurre l’esistenza. E con una festosità fanciullesca diede la notizia e con uguale entusiasmo essa fu dalle altre accolta.
La medesima dimensione collettiva ho trovato in una società da noi lontana, in una descrizione fatta con partecipazione e con un’intima e diresti innata posizione progressista da Mario Calabresi, il quale racconta come sua nonna nel 1955 rinunci alla Fiat Seicento che il marito intenderebbe regalarle ed opti per una lavatrice, che le ridà il tempo di leggere un libro dopo quattordici anni in cui ha cresciuto i figli e si è sobbarcata l’aspro lavoro del bucato. Siamo a Milano e per una settimana una fila di signore si reca a osservare con meraviglia quel prodigio che arrivava dall’America, mentre la nonna di Calabresi ne spiega il funzionamento e vanta gli spazi di libertà conquistati. Anni dopo dirà al nipote che la lavatrice “ha messo fine a secoli di fatica delle donne”. Il giornalista ritrae in queste pagine una deliziosa modernità femminile: la nonna nel 1955 certo viveva nel benessere economico, ma non siamo in presenza di una ricca chiusa, svagata e fuori dal mondo. Lei aveva anche l’intelligenza e l’aspirazione alla libertà e al progresso tipiche della migliore borghesia: tutte cose che saranno parte del patrimonio culturale della stragrande maggioranza delle donne delle generazioni successive a quella a cui appartenne la mia estasiata vicina.
Ma la mia vicina e le altre abitanti del vicolo che festeggiavano il frigo hanno lo stesso comportamento, le stesse reazioni di quel raduno femminile a Milano: sono proiettate allegramente in avanti, non sono oscurantiste. Non è cosa da poco! Mia madre, come le sue amiche, gli spazi che man mano conquistava con lo sviluppo non poté utilizzarli per leggere i libri a cui non era usa, ma ugualmente comprese l’importanza delle innovazioni: in ogni caso, fu capace di immaginare un avvenire diverso per i figli e soprattutto per le figlie. E pure lei, quando per esempio ebbe ancora giovane la pensione per problemi di salute, acquistò maggiore autonomia all’interno del nucleo familiare e ne fu consapevole.
Allorché allattava ( pitturava ) le pareti di casa, non diceva banalmente che le rendeva celestine, ma “color del cielo”: qui c’è il suo incanto verso il mondo, la sua gioia di vivere ed il suo volgere lo sguardo oltre l’esistente.
La prosperità, non la miseria, aveva in mente quella società contadina che fu la nostra. Mia madre non approvava chi gigioneggiava con la sua cultura. Io conservo lo stesso sdegno con chi oggi si riempie la bocca di tradizioni, di nostalgia per il passato e fornisce di esso idilliche descrizioni. Non ci sono fasti da rievocare: in tanti sono scappati a gambe levate dalla povertà imperante.
Adoro tutto quanto renda l’esistenza meno complicata. E adoro ciò che mi concede di non lavorare in casa: sono solita dire che le mie più care amiche sono la lavatrice e la lavastoviglie. Veniti mu le viditi!
( Anzi, si nescemi accattu puru na machina chi mi lave la facce! )

Prima comunione, agosto 1962

Estate del 1962, prima comunione. ( Fotografia di Antonio Faga )

La piccola della foto ha i capelli raccolti in una coroncina ed il vestitino che scende liscio, ma io ricordo le bambine diversamente acconciate per l’occasione. Quelle che per la prima volta avrebbero dovuto fare la comunione, quindici giorni prima, vivevano la bellezza e l’incanto dei preparativi di ogni rito di passaggio. Non c’erano ancora a Cortale parrucchiere, credo che l’abbiamo avuta solo verso il ’65 e fu una ragazza che rivoluzionò le nostre pettinature e diede maggiore grazia alla nostra femminilità. In casa si preparava perciò un impasto con uovo, si tagliavano delle striscioline di carta velina e si imbevevano nell’intruglio. Attorno alle strisce si avvolgevano quindi i capelli della bimba ed eccoti bella e inventata una permanente popolare. La bambina teneva questi che sembravano bianchi fiocchettini giorno e notte per due settimane, pur di avere riccioli perfetti: la si vedeva venire a scuola, giocare allegramente, recarsi a la potiha  così acconciata e tutti sapevano che l’aspettava il bel giorno: “Ha mu ti fai a cumunione? Allora mo ha mu fai a brava e mu ascuti i randi! De cu dicisti ca sini figghia? Ah, capiscivi: canusciu a patritta e a mammata, salutammile“. E la piccola proseguiva il cammino saltellando, credendosi importante come la Bettina manzoniana, ed era felice di questo nuovo riconoscimento sociale che la faceva sentire finalmente grande. Alla bellezza del vestitino si provvedeva apprestando l’amido con molto riso bollito e si aveva un abito vaporoso come una nuvola. Si compravano inoltre un paio di eleganti scarpette bianche che felici indossavamo, noi che spesso, per giocare scatenate beatamente come maschiacci, toglievamo le scarpe e correvamo scalze incespicando regolarmente nei sassi e sempre con il dito già traumatizzato, ma avevamo il vento in quei benedetti piedi. Si continuava a camminare e a pavoneggiarsi con quelle scarpe 15 giorni dopo la cerimonia, come facevano a quel tempo anche le spose. E quindi a chi ti chiedeva se avevi appena ricevuto per la prima volta la comunione, si diceva di sì e si avvertiva in tal modo a lungo, grazie a quelle deliziose scarpette ai piedi, il sapore della tua festa. Io ancora adoro le scarpe bianche e so perché calzarle mi dà felicità.
La foto sopra ha purezza di linee e coglie la bella essenzialità di questi antichi spazi: il fotografo, un giovane contadino da qualche anno emigrato, non è un professionista, ma guarda con rispetto al suo mondo, dandoci un ritratto in cui niente è di troppo o volgare. La nostra vita non è stata tarantelle grossolanamente oggi riproposte. Questo lo racconta chi è estraneo alla civiltà contadina, per nascita o pensiero.
Io avevo dieci anni il giorno della prima comunione e accanto, sull’altare, c’era pure una giovanissima sposa di quindici anni. La cerimonia si tenne il giorno dopo il fidanzamento ufficiale di mia sorella, per cui anche la mia festa fu accompagnata da dolci e liquori destinati ai due giovani promessi, i liquori addirittura preparati sei mesi prima dalle donne di casa e messi in campagna nella paglia, non so se a fermentare o per tenerli al riparo da ladri o da familiari bevitori. Per i diversi  riti collettivi, cioè, la società contadina aveva la capacità, la fantasia e la voglia di organizzarli con grazia e dignità: nascite, comunioni, fidanzamenti, matrimoni, pii riti funebri.
In quell’occasione io fui fortunata persino per quanto concerne i regali. Nessuno me li avrebbe mai fatti, ma mio cognato, giovane di rara sensibilità, quando andammo ad un’oreficeria di Nicastro per il fidanzamento, oltre ai tanti gioielli con cui adornò e caricò mia sorella come allora si usava ( colei che si fidanzava pesava almeno mezzo chilo in più, con quei grandi anelli, ecc.! ),  comprò un paio di graziosissimi orecchini per me, l’altra piccola donna di casa. E la sera prima della mia comunione, durante il fidanzamento, i giovani – mio fratello, mio cognato, tanti ragazzi amici, i miei cugini, tutti emigrati –  avevano danzato e mi ero divertita a farlo anch’io, che da loro, che si vantavano di andare a lezione di ballo a Zurigo, ho imparato il cha cha cha, il twvist, oltre alla mazurka, valzer e tango. Insomma, gli emigrati portavano le novità nelle nostre vite:  io, prima che mio fratello arrivasse dalla Svizzera con una bella macchina fotografica, non ho neppure una foto. Quei benedetti emigrati tanto mancavano nelle case e nelle vie di Cortale, anche se esclamavamo Ma come fate a camminare in queste cote?, ripetendo con triste ironia l’espressione utilizzata in vacanza da qualcuno di loro. Sapevamo bene che quelle parole segnavano il distacco che si andava inevitabilmente creando tra le nostre esistenze, tra chi era rimasto e chi era partito.
Mio cognato dopo il fidanzamento ritornò in Svizzera: sarebbe venuto a Natale, per sposare mia sorella. Lasciò alla fidanzata, però, il suo mangiadischi e allora sì che io bambina sentii l’aria di mutamento che c’era negli anni Sessanta! Il vicolo in cui vivo da sempre fu assordato e intronato dall’altissimo volume e nessun anziano mai, neppure allorché ascoltavo a vele spiegate “Cuore matto”, mi rimproverò, neanche quando qualche vecchio era gravemente ammalato: evidentemente si capiva che la  mia non era mancanza di rispetto, ma giovanile non-coscienza.
Tuttavia il vicolo risuonava di musica e di danze di giovanissime, di adolescenti e di bimbe, anche quando una mia vicina, una ragazza un po’ più grande di noi, tornava dalla campagna in cui abitava per tutta la settimana. Aveva, pure lei credo perché si era fidanzata, un giradischi e dei dischi con musica, diciamo così, molto popolare e il sabato allora era un tripudio. Spalancavamo la porta della sua casa, quella che dava sulla strada principale, accendevamo il giradischi e davamo inizio ai balli ed anche a un rude saltellare. La stanza si riempiva del nostro allegro vociare e il suono rumoroso arrivava, penso, fino a Vasciu.
A casa mia, dunque, prima della “rivoluzione” regalataci dal mio cognato gentile, non esisteva l’aradio: e non so per quali vie arrivassero le canzoni napoletane a mia madre o come conoscesse “Marina” o “Il pullover”, due motivi che amava tanto: mi sembra, ma solo mi sembra, purtroppo, di sentirla ancora cantare.
Non tutto è bello di quel periodo, che è stato duro e amaro per i nostri luoghi e per la maggior parte di chi li abitava, ma io ho la fortuna di avere avuto parecchi anni felici nell’infanzia, e li ho vissuti a Cortale: non sono fiera di esservi nata, ma qui sono nata ed ha condotto l’esistenza chi ho amato. L’appartenenza legittimamente può anche essere dolorosa e critica. La mia lo è.