Otiosi e occupati: il mondo “del fare” in Italia e a Cortale.

Soli fra tutti sono sereni coloro che si dedicano alla sapienza, solo questi vivono; né infatti soltanto la loro vita custodiscono bene: aggiungono tutto il tempo al loro; tutti gli anni prima di quelli trascorsi, per loro sono acquisiti.
Seneca riflette sul tempo all’uomo concesso e ci conduce ( precedendo Umberto Eco! ) in quel sentiero della conoscenza percorrendo il quale i confini della propria vita si allargano grazie all’alieno labore, alla fatica altrui. È il privilegio di coloro che seguono la sapienza, gli otiosi.
Nessuna epoca ci è preclusa e possiamo discutere con Socrate, dubitare con Carneade, con Epicuro essere in pace, con gli Stoici vincere la natura dell’uomo.

Diversa è l’esistenza degli occupati, che per officia discursant: corrono qua e là.
Tra gli occupati, Seneca disegna i clientes, coloro che a Roma erano sotto la protezione di un patrono.
Fin dal mattino, vagano da una dimora all’altra in cerca di un qualche compenso: il filosofo ne descrive le attese umilianti di fronte a patroni superbi e crudeli, che spesso li respingono ed evitano.
Zenone, Pitagora, Democrito, Aristotele, Teofrasto e tutti gli altri maestri di virtù hanno invece sempre tempo per noi – di notte e di giorno – e non ci fanno mai andare via a mani vuote.

Seneca ritiene che i vera officia, gli impegni veri, siano quelli degli otiosi, i quali si dedicano alla conoscenza e frequentano i grandi del passato.
Egli, come sempre nei suoi scritti, sconvolge e capovolge le idee usuali e spinge anche noi a valutare criticamente qualche ciancia che oggi si racconta, soprattutto da parte di chi gestisce il potere e di chi – come un satellite – gli ruota attorno.

Berlusconi ha lasciato un’infame eredità, anche nel mondo del PD che ha imparato dalla peggiore destra la boria del comando. Il “lasciatemi lavorare” è stato un pessimo vizio proprio di chi ha considerato la democrazia e i doveri da essa derivanti un fardello odioso. Democrazia significa obbligo e fatica di rendere conto, significa la pazienza di spiegare quello che si è fatto ai governati…magari otiosi. Spesso chi gestisce il potere, al contrario, non sopporta critiche e neppure l’esistenza di un’opposizione. E basta dissentire leggermente per essere oltraggiati come nullafacenti, mentre basta che chi ha responsabilità di governo svolga normale pratica amministrativa per ritenersi e nominarsi il mondo “del fare” rispetto ad orribili otiosi.

Si può dicutere, però, su quale siano i vera officia , su chi siano i perditempo e gli occupati. Intanto, direbbe Seneca, meglio non essere clientes, che aspettano che il loro patrono si svegli e riempia la sportula.
Nei nostri tempi tante sono in verità le tavole rotonde in cui si disquisisce sul niente e attorno alle quali non siedono cavalieri ma fantasmi. Nessuna parola di saggezza viene pronunciata e le res pulcherrimae di Seneca sono assenti.

Antonio Cefaly

Antonio Cefaly

E allora rivolgiamoci al passato che tutto ci appartiene, come ci insegna il De brevitate vitae.
Un mio concittadino, Antonio Cefaly, nel 1877 esponendo il proprio operato di sindaco definiva il resoconto della giunta comunale un dovere, sosteneva che ogni assessore, ogni privato cittadino dovrà metter la sua pietra all’edificio comunale e che il bene si aspetta, ed accetterà egualmente da qualunque persona venga, e da chiunque lo eseguisca. In un’altra parte del resoconto Cefaly afferma anche ( nel 1877! ) che l’opposizione giova in tutt’i sistemi parlamentari, perché con l’attrito si sviluppa maggiore l’operosità.
Antonio Cefalì mostra pure di conoscere il territorio e l’arte dell’amministrare: parla di fame, di strade, di campi, di controversie economiche con alcuni notabili, di scuola e di minore qualità della scuola delle bambine ( preoccupandosene ), nomina i rioni, i quartieri, i fondi. Lo inquieta il dualismo fra Donnafiori e Basso e definisce Cortale inferiore l’ammalato la cui guarigione sta a cuore, a preferenza, a chi guida la comunità.
Ma Cefaly forse non amava gli slogan offensivi e nel resoconto è evidente una concezione della cosa pubblica non retriva o privatistica. Le sue parole rivelano certamente tratti paternalistici ed egli si definisce padre della sua gente, ma almeno non parlava da nemico ad alcuni, come spesso si fa oggi.

Buona festa della Repubblica.

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Il lavoro, nostra condanna

Esiodo elogia il lavoro onesto ( con cui si realizza la propria dignità ) e gli attribuisce valore morale, ma lo considera una dura necessità e una punizione che la divinità aveva inflitto agli uomini in conseguenza di una loro colpa: prima di ciò l’umanità viveva in una età chiamata d’oro, durante la quale la terra dava i suoi frutti senza richiedere sacrifici e sforzi. Lucrezio, laico ammiratore del progresso, mostra invece sin dagli inizi della storia la lotta dell’uomo contro una natura nella quale egli non è un essere privilegiato, sicché il passaggio dallo stato primitivo alla civiltà è possibile solo grazie alla fatica e all’ingegno umano. Virgilio, attuando una sorta di sintesi della riflessione precedente, afferma che Giove ha voluto che, dopo l’età dell’oro, gli uomini si risvegliassero dal torpore  e che tramite il lavoro progredissero verso la civiltà inventando tecniche ed arti. Ma, pur giustificando il labor come frutto della giustizia e del disegno divino, il poeta non ne nasconde la grande asprezza e lo definisce improbus ( esagerato, quindi duro ).
Tranne che nel razionalista Lucrezio, il pensiero dei rari autori antichi che parlano del lavoro esita ed oscilla dunque tra l’idea di una punizione divina e quella di fatica come motore dell’evoluzione. Il col sudore di tua fronte mangerai il pane della Genesi non apre orizzonti diversi, anzi accentua il concetto della colpa dell’uomo.
Io ho assistito alla realtà del lavoro nella società contadina. Esso era un’enorme tribolazione, sebbene sovente si unisse all’orgoglio dell’onestà, del sostentamento conquistato con il proprio sudore: quasi la sacralità che gli conferiva Esiodo. La speranza che i contadini nutrivano per i figli era tuttavia che potessero lavorare per conoscere lo sviluppo e che lavorassero in condizioni dignitose, non dall’alba al tramonto come toccava loro e per possedere soltanto di che a stento sfamarsi.
I figli di quelle generazioni non fortunate abbiamo studiato, imparato un mestiere. E addirittura abbiamo sentito sostenere che il lavoro non doveva essere alienazione, che otto ore dovevano bastare. Per tanti di noi conquistarlo ha comportato sforzi immani ( sacrifici per andare a scuola, emigrazione, ecc. ), ma abbiamo conosciuto per un lungo periodo un lavoro che ( specie per le donne ) ha voluto dire liberazione, espressione della personalità, partecipazione attiva alla vita del proprio paese, suggello dell’essere individui. Svolgere un’attività ha consentito non solo di nutrirsi (fatto essenziale!), ma anche di curarsi, ha permesso l’istruzione, il divertimento, il tempo libero. E, soprattutto, avevamo speranze e credevamo di costruire il nostro futuro, tassello dopo tassello. Pensavamo di esserci sottratti alla maledizione e dannazione dei nostri padri.
Qualcuno, fortunato, è riuscito a salvarsi andando in pensione prima che la bufera attuale arrivasse, perché adesso il lavoro è fatica improba per i giovani che sono disoccupati o vivono sine die l’inferno della precarietà. E’ fatica improba di nuovo per chi – come la mia generazione – è costretto, mentre il fisico gradatamente ti tradisce, a sopportare ogni giorno più restrizioni e situazioni di sofferenza sui luoghi in cui si presta servizio. Miseri, ci definirebbe Lucrezio.
Siamo dei nuovi schiavi, in questi tempi in cui si ciancia di modernità che passerebbe attraverso l’abolizione o modifica profonda dell’articolo 18 e attraverso – sostanzialmente – il minore potere dei lavoratori. Non abbiamo felici prospettive, anzi ogni giorno la condizione diventa più cupa e difficile. E – cosa più importante – noi non nutriamo la speranza che il domani sia migliore: ci aspettiamo ulteriori diminuzioni di diritti acquisiti nel passato, un peggioramento, anni sempre più bui, tutte sciagure di cui ignoriamo e non sappiamo immaginare le dimensioni. Siamo immersi nel timore e nell’incertezza, ricacciati indietro dopo le belle stagioni che avevano visto coniugare il lavoro alla dignità. Sono fortemente in crescita i “working poor”, i lavoratori poveri: una sorta di tragico e beffardo ossimoro.
Tali nuovi schiavi, però, potrebbero scegliere non di essere crocifissi sulla via Appia come i compagni di Spartaco, ma di fare la rivoluzione silenziosa (rompere gli attrezzi del mestiere, non avere interesse a produrre risultati ) che già Varrone e il pensiero economico romano più avvertito riteneva pericolosissima. E venne l’epoca in cui un affinamento della sensibilità, unito ad un mutato quadro storico e ad un criterio di utilità, spinse a dire degli schiavi che sono anche uomini. E fu una conclusione a cui condusse non soltanto lo stoicismo di Seneca ( o la fede in Cristo di Paolo di Tarso ), ma pure considerazioni ed esigenze economiche.
Non fosse altro che per il tono economico del paese, vogliono allora i vari Renzi, Giannini, Boschi e gli eterni Berlusconi loro alleati ammettere che siamo uomini anche noi? Feriscono e spaventano le loro dichiarazioni trasudanti boria minacciosa nei confronti del lavoro, loro che sono timidi solo di fronte alle pensioni e ai redditi d’oro che non osano e non intendono colpire. Sono le odierne divinità: adirate, non giuste.
La rivoluzione silenziosa, cioè l’indifferenza dei lavoratori rispetto a quanto fanno e creano, ossia una forma nuova e  terribile di alienazione, non può in verità che nuocere all’economia dell’Italia. Come non possono non nuocere a un paese generazioni di anziani e di giovani sempre più angosciate e infelici.
Nel labor si ha l’obiettivo di accentuare l’idea della colpa ( ma quale colpa abbiamo commesso? ) o quella del progresso? E fino a quando si ritiene che i lavoratori possano essere conculcati o crocifissi?

Le Petit Ange

Nell’ottobre del 2013, l‘articolista di Le Monde giocava e traduceva con Petit Ange, Piccolo Angelo, il nome di Alfano.
La cosa mi faceva assai ridere, perché l’angioletto in questione in quel periodo stava creando problemi nientemeno che al sire Berlusconi, da cui si separava, e continuava a sostenere il governo Letta.
Più di recente, Angelino ha puntato i piedi e appoggiato, finché è stato possibile, il calabrese Gentile ( ancora un nome che si rivela un …ossimoro rispetto alla personalità!), notoriamente molto gentile nei confronti della stampa. Ed ha difeso persino i sottosegretari PD indagati: insomma, egli sa perorare la causa di politici parecchio petits diables.
Ormai non ci si può fidare neanche degli Angeli: neppure loro paiono più apprezzare una vita im-macolata ( senza macchia )!

Il presidio dell’Areopago

Questo Consiglio io istituisco intatto da lucro, rispettoso del giusto, inflessibile, della terra presidio che veglia a difesa di coloro che dormono. Così parlava Atena ai cittadini istituendo l’Areopago, primo tribunale dell’umanità.
Sulla linea dell’ideale politico di Esiodo, Solone e Pindaro, Eschilo con un linguaggio potente, severo e ricco di splendide metafore esalta il momento in cui la giustizia e il controllo del vivere civile sono affidati alla comunità, non più alla logica arcaica della famiglia, della stirpe. La giustizia pubblica si sostituisce a quella privata. In questo luogo Reverenza e Paura, che di Reverenza è consanguinea, impediranno giorno e notte ai cittadini di commettere delitto afferma con solennità il poeta manifestando, soprattutto con il termine Reverenza, una concezione sacra del diritto e dei fatti della polis.
Dirimere le controversie tramite un organismo pubblico, questo indica la fondazione dell’Areopago da parte della divinità. La circostanza è da Eschilo descritta con solennità religiosa e ciò sentiva intensamente Pier Paolo Pasolini, il quale scriveva: “Il momento più alto della trilogia è sicuramente l’acme delle Eumenidi, quando Atena istituisce la prima assemblea democratica della storia. Nessuna vicenda, nessuna morte, nessuna angoscia delle tragedie dà una commozione più profonda e assoluta di questa pagina”.

                                                  Roma, Palazzo di Giustizia
Nella trilogia eschilea la giustizia sommaria, immediata, senza possibilità di appello aveva colpito a morte Agamennone e Clitennestra. Diverso fu però il destino di Oreste, poiché in questo caso decide un tribunale della polis. Le parti conclusive dell’Agamennone e delle Coefore difatti erano cupe e colme di sventura: Dove dunque avrà fine, dove si assopirà il furore di Ate? Nel terzo dramma invece, dopo il processo di Oreste, le Erinni dapprima minacciavano alla città di Atene i mali più terribili, ma poi si placavano e si tramutavano in Eumenidi: Propizie e benigne a questa terra, qui venite, o Venerande, liete delle fiaccole ardenti lungo il cammino! Fra le danze ora mandate grida di giubilo!
La felicità finale delle Eumenidi è un’armonia portata dalle leggi e in Eschilo l’uomo usciva dal dedalo del crimine e si pacificava con il dio nell’ambito della comunità, dopo però una lunga sofferenza che era stata fonte di approfondimento. Tale approfondimento e tale crescita interiore non ha avvertito chi ha assistito al comunicato con cui Berlusconi, poche ore dopo essere stato condannato, ha fatto prepotentemente irruzione nelle nostre case, come per una pubblica dichiarazione di guerra.
Chi, quale Atena oggi saprà disarmare le Erinni, preservare la sacralità dell’Areopago e far terminare la trilogia delle nostre sventure in una danza benigna?  Quale poeta proclamerà con severa religiosità di non sovvertire le leggi e che chi di correnti impure e di fango intorbida limpide acque non troverà più da bere? Quale Pasolini oggi saprà farci sentire la commozione profonda per l’azione del nostro Areopago? Chi dirà solennemente che la sentenza su Berlusconi non significa la rovina per l’Italia, ma che le Eumenidi danzano fra noi?

Della natura dei blog e del rapporto blog-potere

Un blog non è terra di nessuno e luogo neutro, ma uno spazio gestito da qualcuno secondo determinate regole. Una di queste per me è la correttezza, un’altra l’urbanità. Lascio che la discussione si svolga con un suo andamento, ma non sto a guardare inerte e non accetto che altri impongano volume, toni e ritmi. C’è inoltre ultimamente un gioco sui nomi che diverte qualche spiritoso cortalese che è andato in Toscana ( da dove pare scriva )  o nei dintorni ed ha studiato per fare lo Sherlock Holmes e da anonimo adesso si balocca a togliere la maschera agli anonimi, i quali però non indossano nessuna maschera (è una situazione davvero pirandelliana!). Il signore pensa di spaventarmi ( io sacciu cu sì ), assumendo un piglio che forse egli non si rende conto ma è intimidatorio e prepotente, sebbene il perché dovrei impaurirmi lo sappia solo lui. Intanto il nostro detective Continua a leggere