Toglimi la spina! Cacciami u pirune!

…non sapete cos’è che quattro chiocciole possono significare di cammino fatto, di sarmenti frugati, di sassi rivoltati, e di spine rimaste nelle mani e di dita schiacciate, dice polemicamente una contadina a un’altra donna non esperta della fatica dei campi.

Basta poco per ridestare la memoria. E Vittorini è autore che particolarmente io sento consonante.

Negli anni Cinquanta e sino almeno ai Settanta, le mani degli abitanti del mio vicolo erano spesso e per diverse cause gonfie e arrossate o con le dita attaccate dal pus ( mi chiumpiu ) od ulcerate.
Ed esisteva un frequente e collettivo rito: cacciare i piruni, estrarre le spine, soprattutto la sera al ritorno dalle campagne.
A Rosina, m’u cacciati nu pirune pe l’animi de i muorti? E si prendeva la mano altrui in un gesto di pietas.
Ede biedu ndintruMi s’azziccau oje, pulizzandu cierti ruvetta – Ca doppu chi no stacimu fiermi mai! -Viderà ca ncuna vota ni riposamu puru nui, quandu ni nde jamu cu i piedi avanti.

Non si stava mai fermi, si lavorava senza sosta alcuna e si era tristemente consapevoli che forse ( viderà, vedrai ) l’unico riposo ci sarebbe stato con la morte: viderà, un futuro fuori però dalla storia.
Intanto, per liberare quelle benedette mani dal dolore lancinante, si usava solitamente l’ago dopo averlo sterilizzato sul fuoco, ma gli aghi che possedevamo qualche volta erano arrugginiti.
Menu male ca mi lu cacciastivu, siti ngalipata e aviti a  manu leggia, mi sientu già miegghiu: ca mi paria c’avia nu cane nta lu jiditu!

Spesso si chiedeva aiuto ai giovani che avevano la vista migliore, dal momento che di occhiali contro la presbiopia neppure l’ombra. Io non di rado prestavo soccorso ed ero brava, levavo pure le spine più minute e insidiose e quelle che erano penetrate troppo a fondo, biedi ndintru. Con pazienza.

Erano colpite specialmente le mani femminili, le più delicate. Mani che facevano qualsiasi lavoro, pecchí a nui non ni cadinu l’aneda. Mani di contadine, senza anelli da proteggere e salvaguardare.

Le mani delle donne di casa mia si erano indurite per adattarsi alle tante fatiche e durezze: freddo, fuoco ( mia zia prendeva tranquillamente con le mani i tizzoni fumanti e fastidiosi per gli occhi per toglierli dal braciere! ), acqua continua ( tiegnu sempe i mani nta l’acqua, esclamavano le nostre madri, che sovente da anziane hanno pagato ciò con i dolori reumatici ), a volte persino la pesante zappa o più spesso la piccola zappuda, il falcetto ( runcigghiu ) sempre con sé ( a lu fiancu, attaccato al fianco) per tagliare i ruvietti, i rovi.
Eppure restavano mani delicate. E belle e dignitose.

Benedette e fortunate le nostre mani, oggi: aggraziate e trattate con creme e che – se vogliamo – godono delle attenzioni della manicure. Non quelle di tutte, purtroppo, perché adesso ci sono i nuovi dannati della storia.
Ma tante indossiamo abitualmente i guanti se dobbiamo lavorare ( ad esempio, in giardino ), oltre che contro il freddo.
Io non rimpiango certo i disagi del passato.

I guanti li mettevamo però ai nostri morti, nella società contadina. E i figli abbiamo continuato il rito non nostro, ma che per i nostri padri era attraversato da qualche speranza per l’eternità.
A mia madre, siccome avevamo scordato di farlo, abbiamo mandato i guanti quando qualche anno dopo morì mio cugino.
Che fosse protetta nel caso si imbattesse in rovi.

Noi figli di contadini sappiamo, direbbe Vittorini. E, anche se agnostici, non abbiamo voluto negare quelle speranze ai nostri vecchi: nutriamo di queste laiche tenerezze per chi abbiamo amato e per chi sulla terra non ha mai conosciuto requie dalla fatica.

Lo sputo dei pastori di Teocrito a Cortale

Le strade della mia infanzia erano il luogo di felici giochi e libero saltellare, ma le ricordo anche sporche, con escrementi d’asino, capre, galline e con sputi d’uomini.
Si sputava alla grande e sputavano tutti, contadini e non, forse perché la miseria si sposa con il sudiciume, forse perché le persone erano di solito afflitte da bronchiti mal curate, forse per evitare di lavare i fazzoletti di stoffa (quelli di carta sarebbero venuti molto più tardi ).
Vietato sputare per terra, si vedeva solitamente scritto nei posti pubblici e il divieto rivelava un comportamento diffuso. Spesso con un severo e saccente epigramma si sentenziava che le persone educate non sputano per terra.

Ma mia madre era usa ad uno sputo particolare, lei che pure aveva l’assillo della pulizia e si è logorata le braccia lavando. Se noi figli uscivamo, ci accompagnava alla porta per seguirci per un pezzo con lo sguardo e sputando vicino l’uscio di casa diceva: Quandu si asciuche ha mu sini cca!
In tal modo ci dava l’idea del tempo.

Era amorevole e si sacrificava fino all’estremo per i figli, maschi e femmine senza differenze. Ma accanto a ciò c’erano dei gesti stereotipati che lei compiva, per ubbidire a un’idea di madre dura e attenta alla virtù, s’intende delle figlie, ma senza crederci tanto. Si trattava di una vuota ritualità: guardarti dalla porta nel momento in cui uscivi, aspettare alzata se facevi tardi oppure questo sputare per raccomandarti di fare presto.

Era molto più vera e mostrava la sua intelligente apertura e modernità in altre determinanti circostanze, ad esempio quando, avendo deciso assieme a mio padre che io studiassi e che quindi adolescente uscissi da sola dal paese, teneramente sussurrò ti mientu nta li vrazza de sant’Anna,  significando saggiamente che bisognava fidarsi della capacità di scegliere dei figli, i quali devono essere indipendenti anche a costo di sbagliare e per questo pagare. Era come dire: Cresci e sii felice! 
E intanto aveva voluto una cosa per quel periodo audace in una famiglia contadina, che una figlia studiasse.

Oltre che a Cortale, un frequente sputare è negli idilli di Teocrito i cui pastori poeti in varie occasioni sputano, spesso tre volte.

Durante la gara poetica, il pastore Dameta canta l’amore per Galatea nutrito da Polifemo il quale, per proteggersi dall’invidia, si sputa tre volte dentro il vestito come gli aveva insegnato la vecchia che suonava l’aulo per i mietitori.
Nelle Talisie Simichida – dietro cui si cela Teocrito stesso- nel suo canto di risposta al capraio Licida ( che si pensa addirittura sia Apollo ) si augura che una vecchia ci protegga e, sputando sopra, tenga lontane le cose non belle.
Eunica schernisce il piccolo bovaro che vuole baciarla e sputa tre volte nelle propria veste ( seno ).
Una pastorella, all’inizio di una schermaglia amorosa, si dice pronta a sputare via il bacio che Dafni potrebbe darle.
Un uomo, innamorato di un fanciullo, lo ammaestra sulla fugacità della giovinezza, per indurlo ad apprezzare un amore sincero e fedele: diventiamo vecchi prima di avere il tempo di sputare.

Insomma, è un mondo in cui le donne anziane alleviano la fatica dei mietitori con la musica ed i pastori sono anche poeti, amano, si impegnano in agoni di canto. E sputano. E lo sputo ha diverse valenze.
Come sostengono antichi commentatori, poiché lo sputare è azione potente e irriverente e ributtante, esso è ritenuto capace di sviare i mali e quindi possiede un valore apotropaico. E il termine viene utilizzato anche in altri contesti dell’esistenza: per indicare il rapido trascorrere del tempo o per dire a qualcuno che i suoi baci non sono graditi.

Non è improbabile dunque che lo sputo di mia madre, pur nella sua ormai ritualità desacralizzata e pur essendo soprattutto figlio della Cortale povera e sporca degli anni Cinquanta e Sessanta, avesse un’origine antica e facesse parte di credenze popolari diffuse in un vasto ambito geografico.
Nel senso apotropaico, l’uso è testimoniato in effetti pure da Plinio il Vecchio. E – avvicinandosi a culture e tempi a noi più vicini- ad Acri può succedere che le donne sputino tre volte nell’entrare nella stanza della puerpera, in zone moldave sputare è un atto benaugurante in cerimonie quali battesimi o matrimoni, in Sardegna è presente lo sputo per contrastare paure e mali.

Carattere apotropaico pure a Cortale?
Perché no? Il gesto, che a mia madre arrivava da lontano pressoché svuotato visto che mai ha accennato a un potere salvifico di esso, in lei tuttavia nascondeva un’apprensione ed un desiderio di tenere da me lontani i mali. E in fondo, pure quando mi affidava a sant’Anna, voleva proteggermi.
In maniera consapevole intendeva, però, misurare il mio tempo e in qualche modo il rapporto sputo-tempo è nel poeta siciliano quando avverte che la vecchiaia si avvicina con la stessa velocità e facilità dello sputare.

Il gesto non era elegante, anzi traeva la forza proprio dalla sua rozzezza.
Sovente lo si trova in Teocrito, che dalla Sicilia arriva alla corte dei Tolomei portando la tradizione popolare del carme bucolico. Voce alessandrina molto sofisticata, egli con un procedimento rivoluzionario modula il canto con l’esametro, il verso degli Achilli e dei re, ed i suoi pastori sono poeti raffinati che sanno cantare e fare il formaggio.

E mia madre era colma di grazia.
Contadina vera e persona di fine sentire, come i pastori cantori di Teocrito: reali e, contemporaneamente, creature dell’immaginazione poetica.

Virgilio a Jalupà

Presto si aggiunse la malattia del frumento, sicché la ruggine divorava gli steli e il cardo isterilito era irto nei campi: muoiono le messi, avanzano gli aspri sterpi, lappole e triboli, e fra i campi fiorenti dominano il loglio funesto e le sterili avene.
Perché se non rastrellerai assiduamente le erbe e non metterai in fuga gli uccelli coi rumori e con la falce non poterai i rami che fanno ombra sul campo e non invocherai con preghiere la pioggia, ahi guarderai invano il grande mucchio di raccolto dell’altro e nei boschi cercherai di calmare la fame scuotendo con forza le querce.

Virgilio offre questo racconto dolente sul lavoro, nel primo secolo avanti Cristo.
Mi sembra di udire il coro mesto dei miei contadini parlare della moria di piante e animali e delle insidie dei campi, nella Cortale degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento.
St’annu i pumadora si le mangiau la culifietula, i vajaniedi si le mangiau la negghia…E si constatava la disgrazia verificatasi nelle campagne.
Si non si le manginu li malatii, pare ca st’annu nde facimu alivi pe lu commidu.
E si esprimeva un auspicio e una paura.
Ancora, di primo mattino:-Duve jiti, Bettina? -Vau mu mi addugnu a chidi chianticiedi, nommu siccanu.

Quanti erano i nemici di quei miei compaesani e parenti, che vivevano di un’agricoltura affidata unicamente alla forza delle braccia, senza mezzi, spesso in balia della natura e dei capricci meteorologici!
Le piogge o la mancanza di esse, il sole o il poco sole, la nebbia, le malattie, gli insetti.
E ad essi si aggiungeva la volpe. Nell’immaginario io non ho la volpe di Esopo, ma quella che di notte faceva le razzie di galline a Salica, orto dove tribolavano i miei genitori.
È stato il mostro che ha popolato la mia infanzia, una sorta di orco, e addirittura ero arrivata a fantasticare che, vista l’ubicazione del fondo, venisse dalla vicina Jacurso.
Se la notte nei pagghiari si ficcava tale animale, voleva dire niente uova, niente carne di gallina, niente sughi succulenti.
E mio padre e mia madre inutilmente, due volte al giorno, erano andati a piedi a cibare il pollame.
Me la ricordo la mestizia dei miei genitori, due giovani contadini, dopo il passaggio della volpe.

Da questo siamo scappati, quando abbiamo deciso di emigrare.

La visione che i contadini cortalesi avevano della campagna e della loro esistenza era amara e non so dove alcuni odierni cantastorie del passato rinvengano la felicità e la spensieratezza dell’attività agricola di cui cianciano. Non si accorgono di bestemmiare.
Evidentenmente, non hanno mai sentito il respiro di un uomo che solleva e riabbassa la zappa nel dissodare la terra. E non rammentano che gli anziani avevano quasi tutti la schiena curva, fino a formare sovente con gli esili corpi un angolo retto: Piero Bevilacqua scrive della cifosi dorso-lombare a grande arco come della malattia professionale dello zappatore. Adesso, grazie alle condizioni economiche migliori, moriamo belli dritti guardando il cielo non la punta dei nostri piedi.

A Cortale si diceva, dunque, che i pomodori li avevano mangiati gli insetti che puzzano dal culo, i baccelli li aveva mangiati la nebbia e Virgilio usa lo stesso verbo, edo, mangiare.
E ci si augurava che le olive non venissero colpite da malattie, per ricavarne il necessario per quell’anno.
E di primo mattino, Bettina andava a curare quanto piantato affinché non seccasse.
Si lavorava duramente, come esortava il poeta il quale nel passo utilizza il termine labor e nel significato di lavoro e in quello di malattia.

Da questo siamo scappati, quando abbiamo deciso di emigrare.

Ma soprattutto Virgilio mi fa rivedere le zie che coltivavano una zona chiamata Jalupà e un moto di affetto e di pena mi preme sul cuore.
Le mie povere zie, come se avessero letto le Georgiche, quando andavi da loro le trovavi accaldate e stanche che sotto il sole cocente combattevano con i passeri, sonitu: colpendo su una pentola, perché non divorassero il grano. Me le ricordo abbarraccati, stremate, detergersi il sudore mentre mi salutavano, smettendo per un attimo quella pena e il rumore da disperati.
Altro che i buffi e graziosi spaventapasseri che ancora si vedono nei campi!

Da questo sono scappati i tanti che sono emigrati, non da un idillico stare.

Si era costretti a lottare anche con i passeri: questa era la nostra agricoltura e in tal modo viveva la nostra gente, consapevole dell’incessante e ingrato faticare.
Attorno, ogni forza era più potente e qualsiasi esserino suscitava timore ed era in grado di vincere.

Ho sempre pensato che le mie zie, ormai anziane e senza figli, a Jalupà conducessero questa battaglia contro gli uccelli poiché avevano più tempo, quasi si trattasse di una bizzarria. Forse è così, ma è pur vero che erano sottratte ore ed ore al giusto riposo e quei visi stravolti e afflitti per la fatica mi tornano in mente a rinnovare un dolore.

Da ciò siamo scappati e siamo divenuti emigranti.

In verità, non ho mai visto mio padre e mia madre combattere sonitu con i passeri: troppo occupati con zappe casa figli, ma ciò significa che si son dovuti rassegnare a lasciare una porzione del raccolto pure agli uccelli. Una parte del grano serviva per pagare l’affitto ai proprietari del fondo, una parte si dava al mugnaio, una parte ai passeri.
Quanti padroni! Troppi mangiavano sfruttando quelle quattro braccia.

Ogni volta che leggo il canto di Virgilio sul lavoro, penso alla nostra coltivazione della terra negli anni Cinquanta e Sessanta, assai simile a quella del primo secolo avanti Cristo: ecco da cosa siamo scappati.

Non è esistito nessun locus amoenus.

Elogio del secchio o catu

Stamane, passando vicino ad un albero di fico, ho riconosciuto l’odore caratteristico delle sue foglie ed ho ricordato il secchio.

Mia madre era solita recarsi due volte al giorno in un piccolo appezzamento di terreno che avevamo in affitto, al mattino e alla sera e naturalmente a piedi.
Portava con sé un secchio, ricavato da un recipiente pieno di acciughe, che gli avari negozianti regalavano una volta che avevano venduto il contenuto.

Spesso il mio vicolo risuonava del martellante rumore di un sasso che picchiava su un grosso chiodo per praticare sulla latta ormai priva di acciughe due fori laterali, attraverso i quali si faceva passare del filo di ferro intrecciato varie volte per averne un rudimentale manico oppure la presa di un altro oggetto ormai inutilizzabile: ed ecco un bel secchio resistente, u catu de landia!
Ogni bene assumeva mille vite e mille usi e riciclavamo tutto, perché in quell’economia di mera sussistenza e sopravvivenza era un lusso buttare qualsiasi cosa.

Di qualche secchio rammento le immagini su di esso disegnate, in stile naïf: lo sfondo era marino e quindi di un grazioso azzurro, piccoli pesci nuotavano lietamente e a volte erano pure presenti delle sirene che con la boccuccia graziosa cantavano come quelle di Ulisse ed avevano lunghi capelli biondi con riccioli delicati. Insomma, quadretti idilliaci che niente avevano in comune con la vita dura dei nostri negli anni Cinquanta e Sessanta.

All’andata mia madre nel secchio naïf portava a vrodata, la misera broda per quel benedetto maiale che allevavamo. Si trattava di una brodaglia per nulla somigliante a quanto rimane dopo i nostri pasti oggi e non piena di chissà quali resti, dal momento che ci avevamo pensato noi a mangiare tutto.
Il maiale era però una delle fonti principali della nostra alimentazione e della sua nutrizione e buona salute ci preoccupavamo come fosse un componente della famiglia.

Al veterinario infatti ci si rivolgeva prontamente in caso di bisogno degli animali che avevamo, allo stesso modo che al medico allorché eravamo ammalati noi.
E se ad esempio moriva un vitello, era quasi un lutto per le famiglie. – È successa una disgrazia a Nicolina!  – Cosa? È morto qualcuno? Ah, figghimma, li moriu a vacca, chi sbentura amara!
E si andava a fare visita a Nicolina per portarle la propria solidarietà di afflitti, precisamente come si faceva quando cessavano di vivere le persone.

Al ritorno dalla campagna quel secchio, a cui si era data una sciacquatina veloce in qualche rigagnolo nell’orto presente, lo si rivestiva e ricopriva di impermeabili foglie di fico belle ampie e dentro si mettevano le primizie del momento, a strati: uno strato per l’uva, uno per i fichi, uno per i pomodori, uno per i cetrioli, uno per le fave, uno per le  pere, un altro per le uova.
C’era maestria nel fare il rivestimento: pur nel caos sporco di quel mondo dolente in cui vivevamo, non era assente l’attenzione alla pulizia e alla cura di sé e di chi si amava.

Imà, chi ni portasti?”, era la golosa e avida domanda con cui accoglievamo festanti l’entrata in casa di nostra madre, per la quale – se era l’imbrunire -iniziava l’ultima parte di una giornata di mille fatiche. E le mani si infilavano veloci nel secchio ad afferrare un frutto di stagione, che subito divoravamo. Mia sorella conserva la stessa gioia di allora nel gustare i pomodori.

Di quei prodotti, specie a settembre mese di abbondanza di frutti anche nelle nostre povere campagne, godeva pure qualche ozioso ma affamato e ingordo vicino: i contadini – popolo di cui quasi nessuno si occupava e gente destinata ad emigrare abbandonando terre ingrate e governanti ostili – erano spesso rassegnati a non ricavare denaro dal proprio lavoro.

Quegli odori ho sentito stamane e quel magico e cangiante secchio di latta ho rivisto. Le sirene continuano ad ammaliare e il mio cuore diviene sempre più sensibile alla dolcezza del loro canto.

Archiloco e mia madre

Archiloco nasce alla fine dell’VIII secolo a Paro nelle Cicladi, le isole che giocano a girotondo nell’Egeo, da una famiglia nobile. È tra i più grandi poeti greci.
Mia madre nasce da famiglia contadina nel 1914 a Cortale, un piccolo centro della Calabria, ma da ragazza vive soprattutto a Jalupà, zona ventosa ed aspra del paese, che coltiva assieme ai fratelli e ai genitori. Si trasferì poi a Salica, ancora una zona di Cortale in cui, insieme allo sposo, lavorò dei piccoli ed ingrati appezzamenti di terreno. Su altri fazzoletti di terra, cugnali, i miei genitori sudavano al Timpune e Supa i Righi: eterni viaggiatori, i nostri contadini, anche all’interno di Cortale stessa. Come Archiloco, che da Paro va però a Taso, schiena d’asino, non bella, non amabile.

Grande è la varietà degli argomenti trattati dal poeta, il quale conosce pure i toni riflessivi ed esortativi, oltre all’impetuosa invettiva dei giambi.
Io non ho una formazione filosofica, né religiosa e – sui grandi temi dell’esistenza – mi muovo in maniera curiosa ed anarchica tra le riflessioni poetiche dei classici greci e latini e quelle di mia madre.
Ci deve essere tuttavia qualche relazione tra la cultura alta e quella popolare, visto quello che mi succede ogni tanto: di cogliere tra esse fondamentali connessioni.

JalupàL’altra mattina, tra un pensiero rivolto alla valutazione di fine anno scolastico ed uno alla complessità della vita, ecco che mi son trovata di nuovo a parlare con un’esclamazione di mia madre ( le sue considerazioni e i suoi modi di dire, in cui si raccoglieva una sapienza popolare millenaria, mi ritornano in mente come se lei non mancasse ormai da quasi trent’anni! ): Storta va e nderitta vene, sempe storta non po jire. Quella storta va (via) e viene quella dritta, sempre in maniera storta non può andare: sottintesa la strada, metafora della sorte, che i Greci avrebbero definito τύχη.

Il dolore colpisce oggi l’uno, domani l’altro…Ma sopportate con forza…No, non è mia madre, questo è Archiloco.
Cuore, cuore mio sconvolto da pene irrimediabili, sorgi…E gioisci delle gioie, affliggiti dei mali, ma non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini. Sì, è il ῥυσμός di Archiloco e dei Greci.

In Archiloco e in mia madre ( cioè nella cultura contadina ) c’era la stessa fiducia nel vivere e la conoscenza del ritmo, della regolarità dell’esistenza. Del resto mia madre, visto il luogo in cui è vissuta ( Cortale, ma anche Jalupà, Salica, Timpone, Supa i Righi ), un po’ greca era!
Le due culture, quella raffinatissima di Archiloco, e quella di mia madre, popolare e quindi sovente lievito della grande arte, invitavano – in maniera certo formalmente diversa – a godere delle gioie e a soffrire per le sciagure, senza eccedere ( μὴ λίην, non troppo ), considerando quale ritmo governi le vicende umane.

Uno a Paro l’altra a Jalupà, sapevano che nella vita si succedono piaceri e dolori e credevano nella relatività di ogni circostanza e principio.
Tutti e due aristocratici, perché entrambi ἄνθρωποι: esseri umani.