Chi è ( lasciato ) solo a Cortale: cahier de doléances

È solo l’anziano che non viene curato bene dai professionisti della medicina
È solo l’anziano che non trova in paese i farmaci ed è costretto a recarsi a Girifalco
È solo l’anziano nella cui casa entrano ormai impunemente i ( soliti ) ladri

È solo il vecchio malmenato da un giovane

È solo chi si ammala ed è disperato perché conosce l’insufficienza e la volgarità delle nostre strutture sanitarie

È sola la madre a cui si vogliono moralisticamente togliere i figli

È solo il giovane non violento

È solo chi è vittima del traffico irregolare

È solo chi si trova di fronte a commercianti che non hanno tra i loro obiettivi il benessere e la soddisfazione del cliente

È solo chi ha vicini violenti e prepotenti, che nessuno ( neppure ) redarguisce

È solo chi viene raggirato da chi malamente esegue per lui un lavoro, per il quale deve tuttavia pagare come fosse stato fatto perfettamente

È solo il cittadino che non ha e/o non vuole il patrocinio dei potenti

 

È solo chi si ritrova con una costruzione abusiva addossata alla sua dimora o alle sue cose

È solo il cittadino la cui vettura magicamente va a fuoco e non riceve alcuna solidarietà

È solo chi di fronte alla violenza sa che non troverà difesa nei reggitori pubblici

È solo chi vuole esprimere un’idea fuori dal coro

È solo chi considera due sfere separate le istituzioni pubbliche e quelle religiose

È solo il non credente

Sono soli i terreni su cui estranei buttano arbitrariamente acque di vegetazione

Sono sole le dimore che non vengono definite palazzi

Sono soli i vicoli dove non passa mai ramazza

È sola la scuola lasciata in balia di vacui progetti e feste varie

Sono soli i cittadini di fronte a chi ha deciso per un eolico selvaggio nel nostro territorio

Sono soli i cittadini a cui pubbliche istituzioni stavano per rifilare il mostro della Battaglina

È solo il cittadino di fronte alla retorica delle dichiarazioni ufficiali che nulla spiegano di quanto di violento e illegale accade in paese

Ai tanti soli, ai tanti non  ( esclusivamente ) ai pochi e noti, va espressa solidarietà.

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Crotone e il mondo alla rovescia

Miei cari ospiti, se siete commercianti mutate proposito e cercate un’altra risorsa per vivere. Se siete invece uomini di mondo e capaci di mentire sempre, voi correte dritti verso la fortuna. In questa città, infatti, non è onorata la dedizione alle lettere, non trova posto l’eloquenza, non vengono lodati la frugalità e i santi costumi, ma tutti coloro che vedrete sappiate che sono divisi in due parti. In verità o vengono raggirati o sono degli imbroglioni. […]
Insomma, entrate in questa città come in campi sotto il giogo della pestilenza, nei quali altro non c’è che cadaveri sbranati o corvi che li dilaniano.

Nella descrizione di Petronio, Crotone appare come un luogo in cui non trovano posto attività commerciali che consentano una mobilità sociale, negletti sono gli studi, gli abitanti ignorano i buoni costumi, manca il desiderio di avere figli.
Nessun Trimalchione lavora duramente per uscire dalla schiavitù e raggiungere la ricchezza o ha la triste consapevolezza di non possedere la cultura. Domina al contrario l’inerzia e, come Paolo Fedeli mostra nelle sue belle pagine sul Satyricon, i valori su cui poggia l’antica società urbana sono rovesciati: non litterarum studia celebrantur, non eloquentia locum habet, non frugalitas sanctique mores laudibus ad fructum perveniunt, sed quoscunque homines in hac urbe videritis, scitote in duas partes esse divisos.

La città, come un contadino spiega ai protagonisti giunti a terra dopo un naufragio, è come una campagna desolata dalla pestilenza ed è abitata solo da cadavera, quae lacerantur o da corvi, qui lacerant.
Gli uomini sono o cacciatori di testamenti o ricchi privi di eredi, oggetto di tale caccia.

I miei ragazzi di Crotone sgranavano gli occhi di fronte a questo quadro potente: incerti tra l’orgoglio di essere in uno scritto simile e lo smarrimento per quella visione amara che in qualche modo ancora li chiamava in causa.
Chissà se i fatti più recenti riguardanti il loro territorio ( le inchieste sulla pestifera connessione tra politica e ‘ndrangheta, le rovine all’ambiente e alla salute delle popolazioni, gli omicidi che tendono a spegnere le voci non-violente ), chissà se li spingono – adesso che non sono più tra i banchi della scuola – ad operare per ristabilire i valori dell’urbs: il lavoro, la cultura, il rispetto per le virtù fondanti della civiltà d’un popolo. Lo spero, tanto.

Ed io, io, che cosa vedo nella Calabria odierna?
Cosa mi preannuncia il vilico?

Avremo in futuro- penso pure al dopo 4 marzo! – il genus negotiationis o faremo i corvi delle risorse pubbliche e dei cadaveri degli altri? Saranno onorate le belle lettere, la civica correttezza? Sarà possibile avere figli? Chi sarà ritenuto un uomo onesto?

Tali domande vengono ancora oggi dal Satyricon: è la forza dei classici. E forse la speranza di mutamento anche noi, come in ogni tempo, possiamo riporla solo nella lettura, nella conoscenza e nell’operosità, non nella caccia all’altrui eredità.

Molestie a chi?

Non so la vastità e i netti contorni del fenomeno da alcuni mesi denunciato da tante, ma certo è che le rivelazioni che si susseguono hanno un merito: mostrano il verminaio in cui  sono abitualmente immerse le donne, tutte non solo quelle dello spettacolo.
Oltre alla terribilità e all’orrore della violenza sessuale, le donne in verità subiscono quotidianamente mille soprusi: sono anzi questi l’humus che nutre l’acme delle brutalità, lo stupro.

Quale donna sull’autobus non ha sentito un corpo di maschio avvicinarsi senza averlo in nessun modo chiesto?
Chi, facendo una fila, non ha dovuto sottrarsi alle altrui fantasie?
Io ne ricordo una persino alla mensa universitaria, allorché fui obbligata a girarmi per dire all’idiota di turno di mantenere una garbata distanza.
E non sono bazzecole.

E poi al cinema!
Rammento ancora quando, trovandomi nella mia città universitaria, pensai di trascorrere al cinema il vuoto pomeriggio in cui gli uffici erano chiusi, da sola dal momento che mi trovavo da sola. Riproponevano La caduta degli dei e mi sembrava un dono poter assistere ad un’opera di Visconti, io a cui il cinema era negato poiché vivevo abitualmente in un piccolo paese.
Non scordo il disagio durante la proiezione, cui mi costrinse un giovanotto seduto accanto a me, il quale evidentemente riteneva che, visto che io ero mi ero recata al cinema senza accompagnatore, fossi in cerca di emozioni hard.
Una signora, che allora ai miei occhi di ragazza parve anziana, affettuosamente mi invitò a  mettermi vicino a lei.

In seguito, quando periodicamente andavo all’università ( non la frequentavo, purtroppo ) il pomeriggio non ebbi più l’ardire di recarmi da sola al cinema. La perdita fu enorme: perché non potei godere di quest’arte da me tanto amata e soprattutto perché fu una delle numerose occasioni in cui in me si insinuò la terribile consapevolezza che parecchi orizzonti e spazi mi erano preclusi in quanto donna. Il senso di ripiegamento interiore fu, ed è stato ogni volta, dolorosissimo.
E non sono bazzecole.

Di ciò, non solo degli stupri, sono colpevoli gli uomini nei riguardi delle donne: delle ingiuste sconfitte intime, psicologiche.
Ecco perché accolgo con favore quest’ultima denuncia femminile ( di cui non mi interessano alcuni dettagli che ritengo secondari ): perché svela un rimosso e palesa il putrido di una società che continua a creare difficoltà e inciampi alla costruzione di sé delle donne come persone.
E non sono bazzecole.

Neppure l’età ( che dovrebbe essere) veneranda, nel tempo in cui credi di poter finalmente guardare tranquilla il mondo e vuoi godere dei benefici della distanza da ogni tipo di seduzione, neppure la modifica dell’antica bellezza ti protegge e ti tiene lontana da gratuite ingerenze maschili.

Ho lavorato a Crotone e della città rammento in primo luogo le donne, di una peculiare disinvoltura e spontaneità oltre che avvenenza. Nella piazza principale, c’è uno specchio e le vidi con piacere in tante fermarsi e aggiustarsi i capelli e controllare il trucco: mi apparve un fatto positivo, in quel centro che conservava parecchie importanti tracce della cultura operaia.
Capitava che le donne, aspettando l’autobus, ti chiedessero se fossi un avvocato dal momento che avevi la borsa con i libri o ti raccontassero aspetti della loro giornata.
Una di queste mie amiche per un giorno di Crotone, una signora anziana, volle confidarmi una sua preoccupazione e un suo disagio. Pensava che l’età avanzata l’avrebbe tenuta al riparo dagli idioti, ma un vicino la importunava e sempre ad una certa ora si appostava vicino casa sua e la controllava procurandole apprensione.
Era smarrita mentre me lo diceva: non capiva. Sembrava me, quando – ragazza curiosa dell’arte in un cinema di Messina – uno sconosciuto mi volle insegnare che io ero non-libera.

Quanti insegnamenti non richiesti riceviamo noi donne! Quanti estranei e quante persone amate ci vogliono spiegare noi stesse e il mondo!
La domanda che allora sale forte dalle ultime denunce sulle molestie che tante hanno subito e subiscono è che sono necessari rapporti nuovi: è urgente che i maschi si abituino a immaginare un tèmenos, uno spazio sacro invalicabile, che circonda le donne e le separa dalle loro mani e voglie.

Che il mondo possa essere nostro, senza intralci e senza prezzi da pagare.

Chi rimane e chi è partito: le mie ferie tra le case di Vasciu

Non è – continuò – nemmeno nel paese, è un paio di chilometri fuori, una bicocca di sassi affumicati coi pascoli dei monti intorno. Né vi troviamo qualcun altro. Nessuno. Tranne i morti della famiglia che abbiamo nel cimitero vicino, e i ritratti di tutti loro che stanno appesi sopra il tavolo, più una tartaruga centenaria ch’esce di sottoterra una volta l’anno, proprio al nostro ritorno dalla svernata, come se venisse su dall’antichità dei tempi, con quel suo grugno di muffa, per assicurarsi che ci siamo di nuovo, e che le apparteniamo per sempre, e che non cambiamo…

Per tanti miei compaesani emigrati parecchi decenni fa, il paese credo sia ancora questo detto da Vittorini: un’appartenenza che va oltre i mutamenti e la scomparsa di quello che era il proprio mondo. Almeno per la generazione che negli anni Cinquanta e Sessanta è andata via e che per un certo periodo ha sperato anche di tornare ( se non prima, durante la pensione ) e nei luoghi dell’emigrazione è vissuta in un’elegiaca nostalgia per decenni. In seguito smise di crederci: i figli non potevano o non desideravano spostarsi, genitori e parenti erano morti, ci si ritrovava cambiati, la fabbrica e Milano ormai dentro l’anima si mischiavano con la Cortale perduta. In fondo, il ritorno aveva perso importanza sebbene non lo si confessasse, per paura di disarticolare la propria identità.

Mio fratello torna a Cortale ogni anno da più di sessanta anni e ogni volta si sente un estraneo e ogni volta miracolosamente ritrova se stesso.
Cambiano i luoghi, non vedi più camminare per le vie persone note, nessuno ti riconosce. Poi un odore, un ricordo, il medesimo testardo bisogno di ricomporti ti dice che sei di nuovo tra cose che ti appartengono.
Dopo un po’, ti manca Zurigo e la sua organizzazione, Cortale ti pare ancora possedere i difetti che ti spinsero ad emigrare, hai nostalgia della famiglia e dei nuovi amici e scappi un’altra volta. Alla stazione di Lamezia Terme si ripete l’ennesima scissione dolorosa dentro di te: tra il bisogno di avere radici e ciò che eternamente ti fa andare via, tra l’amore per il paese natio e la consapevolezza che in qualche modo esso ti costrinse a scappare e ti rifiutò.

L’ambivalenza permea e possiede anche chi è rimasto: abbiamo tratto beneficio dai frutti dell’emigrazione ( sono arrivati soldi e abbiamo studiato, aggiustato le case, mangiato meglio, persino abbiamo goduto di spazi più ampi, noi che vivevamo in case piccole e indecenti e dormivamo in tanti in un unico letto) e, contemporaneamente, paghiamo il danno in termini di solitudine, di impoverimento umano e culturale. Siamo divenuti più volgari, pure per questo, per le antiche separazioni.

Ciò mi dice il tour di questa estate fatto da me Vasciu, nella zona più antica e dolente del mio paese.

Durante tali passeggiate, ho visto che oggi esistono tanti che mettono alla vecchia casa il cartello “vendesi”, non sapendo che non ci sono acquirenti in un centro che continua a perdere i suoi giovani in un’eterna migrazione. Il loro è un ragionamento economico, ma anche un meccanismo psicologico: a decidere di vendere sono i figli, in qualche caso i nipoti, di coloro che partirono e che si struggevano nel sogno del ritorno. Vivono ormai altrove e sanciscono con tale decisione la fine del rapporto che avevano i vecchi o il mutamento del rapporto. In parecchi casi credo si sanzioni un discidium e si riconosca una diversità tra sé e i luoghi di origine dei propri cari.
Pure il paese ha però mutato atteggiamento nei loro confronti. Chi torna è difatti considerato non un cortalese residente altrove ma un turista, un’occasione di guadagno per i commercianti, talora criticato per i comportamenti, soprattutto se – libero da condizionamenti – disapprova quanto avviene in paese: come un estraneo viene valutato e percepito. Questa estate ciò è capitato a Cortale, ma anche ad esempio a Curinga. Le pagine dei social sono piene di una nuova forma di astio ed incomprensione, tra chi è rimasto e chi è partito.
Pare che una separazione definitiva si sia consumata. Non piangiamo più nel salutarci: urliamo l’uno contro l’altro.

Cortale, rione BasserugheMa negli anni Cinquanta e Sessanta l’abbiamo capito subito che niente sarebbe stato come prima, dopo la partenza dei nostri amici e parenti. Allorquando a Natale o in estate vedevamo gli emigranti tornare, nel salutarli chiedevamo infatti quando sarebbero ripartiti. La domanda era il segno che non eravamo più gli stessi, che il nostro cuore aveva ritrovato un equilibrio nuovo, quello successivo alla rielaborazione intima del distacco. La rassegnazione, l’abitudine all’assenza di tanti, indicavano che la sofferenza ci aveva mutati e che non eravamo più disposti a risentire ad ogni partenza il dolore nell’identico modo e con l’identica violenza.

Ma come fate a camminare in queste cote?, dicevamo imitando chi rientrava per le vacanze ( vagheggiate per un intero inverno ) e manifestava un disorientamento rispetto alla nostra povertà, visibile anche percorrendo le strade diverse rispetto a quelle del Nord.
E ricordo ancora una ragazzina, la quale mi confessava smarrita che, quando il padre tornava una volta l’anno a Cortale, lei lo sentiva come un estraneo che si intrometteva nella sua quotidianità e nella sua casa.

Questa estate, nel mio camminare attraverso il paese, ho capito più cose tra quelle dimore che in tanti anni passati: ho capito l’emigrazione e i suoi effetti e la sua entità, ho capito anche quanto il paese sia oggi in abbandono. Ho capito l’impoverimento culturale, oltre che umano, che subì Cortale quando i suoi abitanti partivano a frotte.

Ho camminato per vie spesso non note e talvolta, inoltrandomi un poco, lo spazio si apriva davanti a me, finivano le strettoie dei vicoli e si mostravano delle viste inaspettate ed armoniche: è la stranezza dei nostri posti in cui la miseria si sposa a volte con la grazia, il degrado con la bellezza. Un po’ com’era la nostra vita: difficile e amara, ma pure attraversata da tenerezze e piacevolezze.

I luoghi conservano la storia e quelli cortalesi parlano dell’emigrazione, ma anche di un presente disarmonico e ingiusto, privo di reali obiettivi collettivi e chiuso al futuro, specialmente per i giovani.

Chi governa e amministra, però, non ama guardare nel profondo le zone problematiche e manifesta fastidio nel vederne le immagini realistiche ed urtanti, che sono in contrasto con la narrazione tranquillizzante che si intende fare del vivere nei nostri posti.
La storia, tuttavia, inizia allorché si mettono in discussione i miti, molti e risibili già per Ecateo.

In alcuni punti, in verità, il territorio sa raccontare in maniera particolare ed è un racconto doloroso. Non avevo mai capito la potenza delle cose, delle strade, di un’immagine, come in questa mia estate, io convinta della potenza della scrittura e quindi dei libri.

Mi vanto in verità di essere più figlia di qualche testo letto che di una regione. Ma mai come in questa estate, nell’aggirarmi nei vicoli e tra i sassi che narravano una vicenda collettiva, mi sono sentita parte di questo paese e della sua vicenda storica, innanzitutto contadina.

Comunque, durante il mio estivo girovagare, ho sempre pensato che le persone eravamo migliori dei luoghi e delle condizioni di vita che ci erano toccati in sorte. Perciò siamo andati altrove, in cerca di un’esistenza più umana: a Milano, Torino, Como, Zurigo, la geografia della mia infanzia e adolescenza durante le quali ho visto case ed esistenze svuotarsi. Pure la mia vita mutava.

Nelle fresche mattinate d’estate, ho amato le sventure del mio paese, le assenze. Ho risentito i passi, le voci di un tempo, le ingiustizie ed ho avuto voglia, a volte, di divenire una sola cosa con le umili pietre, di sedermi e piangere per la rabbia e la tenerezza.

Timpune, Jusi Rughi, u PassuSolanu, Azzaru: la mia estate in questi quartieri – i più antichi di Cortale, contrassegnati da un tragico abbandono e da una tragica bellezza – è stata uno dei viaggi conoscitivi più interessanti ed emozionanti che io abbia fatto.

Il ballo e le pulci a Cortale

-Oje vau a li ziti, annunciava nel vicolo qualcuno vestito a festa –Fatti na scotuliata de pulici puru pe mia!, era spesso l’allegra risposta di chi non partecipava al matrimonio che quel giorno in paese si celebrava.

A Cortale, un tempo, al posto di ballare si diceva scrollata di pulci come se si facesse la bacchiatura di un albero, solo che dal corpo non cadevano frutti ma pulci. E il modo di dire nasceva dal modo di vivere.
Almeno fino agli anni Sessanta, infatti, eravamo infestati dalle pulci e portavamo sulle braccia, sul collo, i segni del loro succhiare specie di notte. Con un senso di vergogna e riserbo li nascondevamo, coprendoci alla meglio con i vestiti, e ci recavamo così malridotti a scuola o a lavorare.

Al mattino, prima di andare nei campi, le donne rifacevano il letto.
Riordinarlo significava, però, dedicarsi a un’operazione preliminare: spulicare u liettu, cioè eliminare la dose quotidiana di pulci da lenzuola e materassi.
L’indomani, dopo aver avuto durante la notte il sangue divorato e il sonno tormentato, si ricominciava con la consueta spulicata.
Le pulci in verità non scomparivano mai del tutto ed era una lotta impari.
-Mi sucaru i pulici stanotte!, si doveva tristemente constatare nonostante la giornaliera fatica. -U zitiedu ade u cuodu mangiatu de i pulici, si sussurrava guardando il proprio bambino con il collo martoriato.

La spulciatura ( spulicatina ) richiedeva attenzione, pazienza con la propria vita e -soprattutto- stomaco forte.
Rivedo il movimento dei due pollici nello schiacciare l’insetto, risento il rumore ( come uno schiocco, scattiju ) delle unghie per l’avvenuta uccisione, lo strofinare sulle lenzuola il sangue rimasto sulle dita, ricordo le lenzuola che conservavano numerose piccole macchie ematiche.
Naturalmente si puliva a mani nude, senza guanti igienici.
Di tal genere sono stati i nostri fasti.

A dire il vero, eravamo altresì infestati dai pidocchi e qualcuno si beccò la tigna e si dovette rasare i capelli per curarsi, ma si può narrare un guaio alla volta: rievocare è doloroso.

Non è che allora fossimo amanti delle pulci e che ci piacesse sentirne notte e giorno, anche quando camminavamo, il movimento sul corpo. Non è che fossimo sporcaccioni e per questo le ospitassimo nei letti o le lasciassimo allegramente saltare sui pavimenti.
Eravamo anzi amanti della pulizia e le nostre lenzuola appena cambiate odoravano di fiume, di sapone e di lissía, un tipo di faticoso bucato di cui le nostre donne erano raffinate maestre.
Era cosa piuttosto ordinaria da noi a vucata, che persino i senesi antichi chiamavano in maniera pressoché uguale, bucata. Storici fantasiosi sarebbero capaci di dedurne addirittura che toscani siano stati i primi illustri abitanti di Cortale!

Usavamo pure un micidiale DDT per debellare gli ospiti non desiderati, ma esso era più nocivo alle persone che ai parassiti e la battaglia contro lo sporco – componente strutturale del nostro mondo – non potevamo vincerla: i materassi, raramente di lana o pezze, solitamente erano fatti di essiccate pannocchie di granturco non igieniche e dure per le carni, non c’era l’acqua in casa e quella che trasportavamo in testa non bastava mai, i pavimenti erano di creta e fango ( taju ) e quindi farinosi e di per sé sudici ( allorché ogni mattina con una dura e per la schiena scomoda scopa di erica si spazzava, si raccoglieva na palettata di una polvere che sembrava inesauribile ), tutti i componenti delle famiglie cacavamo in uno stesso recipiente il cui contenuto al mattino portavamo dentro un secchio in una zona del paese detta U capicuornu. E non era un pellegrinaggio festoso.

Un giorno mio fratello, che non stava mai fermo, a casa del maestro presso il quale andava per lezioni private rovesciò con le gambette perennemente irrequiete il contenuto del pitale, nascosto compostamente sotto il letto. La mortificazione del giovane insegnante fu tanta, mio fratello bambino credo si sia invece divertito parecchio.
Un po’ sorridevamo pure noi, quando ci raccontava ridendo di quella disavventura. Si sa, il riferimento al ventre è sempre causa di riso e non c’è bisogno di scomodare Aristofane per i nostri rovesciamenti di vasi, anch’essi comici perché contrastanti col decoro.

Ma ballavamo anche, in quella Cortale degli anni Cinquanta e Sessanta, e ni scotulavamu li pulici.
Ballavamo alla cerimonia per i fidanzamenti, ai matrimoni danzavamo per quindici giorni ( non si faceva il viaggio di nozze! ) e in quell’occasione nascevano tanti nuovi amori tra i ragazzi. Insomma, eravamo pure allegri, quanti non morivamo e sopravvivevamo alle innumerevoli e misteriose e allora non curabili malattie.
Eravamo bambini, giocavamo, a giugno gridavamo lucciola lucciola vieni da me e inseguivamo le minute luci volanti ed era un incanto, eravamo giovani, facevamo l’amore, avevamo figli.
Mio padre, la sera, suonava la chitarra nel vicolo ed era lieto assieme alla sua famiglia ed ai vicini.

Per indicare tuttavia una situazione di grande spensieratezza, quasi di innocente sfrenatezza – il ballare -, dicevamo, oltre naturalmente ad abballammi, anche ni ficimu na scotuliata de pulici. Unendo i due poli della nostra vita: la luce e l’ombra, la gioia e la miseria.
La nostra esistenza era siffatto connubio stridente: danza e pulci.

Molti avrebbero abbandonato questi luoghi e le pulci. E nelle città dell’emigrazione – Torino, Milano, Como, ecc. – rimpiangeranno per sempre le danze del natio paese.