Archiloco e mia madre

Archiloco nasce alla fine dell’VIII secolo a Paro nelle Cicladi, le isole che giocano a girotondo nell’Egeo, da una famiglia nobile. È tra i più grandi poeti greci.
Mia madre nasce da famiglia contadina nel 1914 a Cortale, un piccolo centro della Calabria, ma da ragazza vive soprattutto a Jalupà, zona ventosa ed aspra del paese, che coltiva assieme ai fratelli e ai genitori. Si trasferì poi a Salica, ancora una zona di Cortale in cui, insieme allo sposo, lavorò dei piccoli ed ingrati appezzamenti di terreno. Su altri fazzoletti di terra, cugnali, i miei genitori sudavano al Timpune e Supa i Righi: eterni viaggiatori, i nostri contadini, anche all’interno di Cortale stessa. Come Archiloco, che da Paro va però a Taso, schiena d’asino, non bella, non amabile.

Grande è la varietà degli argomenti trattati dal poeta, il quale conosce pure i toni riflessivi ed esortativi, oltre all’impetuosa invettiva dei giambi.
Io non ho una formazione filosofica, né religiosa e – sui grandi temi dell’esistenza – mi muovo in maniera curiosa ed anarchica tra le riflessioni poetiche dei classici greci e latini e quelle di mia madre.
Ci deve essere tuttavia qualche relazione tra la cultura alta e quella popolare, visto quello che mi succede ogni tanto: di cogliere tra esse fondamentali connessioni.

JalupàL’altra mattina, tra un pensiero rivolto alla valutazione di fine anno scolastico ed uno alla complessità della vita, ecco che mi son trovata di nuovo a parlare con un’esclamazione di mia madre ( le sue considerazioni e i suoi modi di dire, in cui si raccoglieva una sapienza popolare millenaria, mi ritornano in mente come se lei non mancasse ormai da quasi trent’anni! ): Storta va e nderitta vene, sempe storta non po jire. Quella storta va (via) e viene quella dritta, sempre in maniera storta non può andare: sottintesa la strada, metafora della sorte, che i Greci avrebbero definito τύχη.

Il dolore colpisce oggi l’uno, domani l’altro…Ma sopportate con forza…No, non è mia madre, questo è Archiloco.
Cuore, cuore mio sconvolto da pene irrimediabili, sorgi…E gioisci delle gioie, affliggiti dei mali, ma non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini. Sì, è il ῥυσμός di Archiloco e dei Greci.

In Archiloco e in mia madre ( cioè nella cultura contadina ) c’era la stessa fiducia nel vivere e la conoscenza del ritmo, della regolarità dell’esistenza. Del resto mia madre, visto il luogo in cui è vissuta ( Cortale, ma anche Jalupà, Salica, Timpone, Supa i Righi ), un po’ greca era!
Le due culture, quella raffinatissima di Archiloco, e quella di mia madre, popolare e quindi sovente lievito della grande arte, invitavano – in maniera certo formalmente diversa – a godere delle gioie e a soffrire per le sciagure, senza eccedere ( μὴ λίην, non troppo ), considerando quale ritmo governi le vicende umane.

Uno a Paro l’altra a Jalupà, sapevano che nella vita si succedono piaceri e dolori e credevano nella relatività di ogni circostanza e principio.
Tutti e due aristocratici, perché entrambi ἄνθρωποι: esseri umani.

Stranieri nel vicolo e la bellezza di Peter

Nel vicolo al mattino gli adulti si recavano in campagna, i piccoli a scuola; la sera si tornava dal lavoro, si cenava e poi, se nella buona stagione, ci si sedeva davanti l’uscio e si conversava. I bambini partecipavamo al chiacchiericcio, specie se stanchi, o ci scatenavamo nei giochi.

Ogni tanto passavano degli umili venditori, con la loro per noi magnifica mercanzia.
E a volte arrivava nel vicolo addirittura qualche straniero, portatore di novità: perché l’altro fosse straniero bastava che ci separassero pochi chilometri.

Giungevano dalla per noi lontanissima Cosenza dei giovani specializzati nella sericoltura, i quali con la collaborazione di mio padre trovavano un appartamento dove provvedere all’incubazione del seme ( risento ancora il calore delle stanze- incubatrici ) e per un periodo soggiornavano a Cortale.

Ricordo uno di questi ragazzi, che la sera veniva a trascorrere il tempo nel vicolo: i bambini ci sedevamo attorno a lui e anche le ragazze potevano chiacchierare, visto che la distanza sociale ( impossibile un legame tra giovani contadine e un impiegato! ) rendeva il loro rapporto come asessuato, quindi lecito.

Il ragazzo vestiva elegantemente abiti freschi di seta chiara ed era bello come gli attori delle riviste del tempo.

Il vicolo risuonava delle risate delle ragazze e noi bambine eravamo incantate dal giovane, il quale paragonava ognuna ad un’attrice, trasportandoci così nel mondo fatato di Cinecittà od Hollywood: la mia compagna di giochi, dalle carnose labbra, era chiamata Sophia Loren e per me tale è rimasta. E come sapeva condurre il divertimento, il ragazzo di Cosenza! “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”, “Cacao!”, gridai velocemente io.
Il cacao ( con questo termine indicavamo e la polvere e la bevanda ) fu tra le cose provenienti da fuori che proprio allora cominciavano a mutare la quotidianità cortalese; l’avevamo pienamente adottato e per noi persino il colore marrone era “cacao”. Anzi era nato un modo di dire, pari u viecchiu d’o cacau, alludendo al vecchio che appariva sulla confezione, non so se della Ferrero.

Poi, agli inizi degli anni Settanta, arrivò lui e ci incantò tutti: vecchi e giovani. Come un ospite mite di un teorema scritto appositamente per noi.

Veniva da Berna ed era un regalo dell’emigrazione: era amico di nostri compaesani trasferiti in Svizzera per lavoro e veniva a trascorrere le vacanze in Italia, innamorato della cultura italiana e soprattutto di Petrarca.

Abitava in una minuscola stanzetta di fronte casa mia e di giorno, con il solito sacchettino di quelli del Nord dentro cui non manca mai un libro, andava al mare, col pullman naturalmente.

Avevamo vent’anni e le ragazze, attraversate da ansie di novità e che con difficoltà estreme cercavamo di vivere a modo nostro in un ambiente invece chiuso, parlavamo con Peter con la tranquillità e l’amicizia alla quale non potevamo abbandonarci con i ragazzi del paese.

Ci scambiammo dei doni. Io gli regalai un bel testo che possedevo di Petrarca, che faceva parte di una collana della Mondadori e che a me, che non avevo la biblioteca degli avi, era molto caro. I libri costavano per noi troppo ed erano un lusso, ma alcuni iniziavano a essere pubblicati a un prezzo non eccessivo e la mia casa man mano si adornava di queste carte preziose. Peter mi regalò “La morte a Venezia” e, se mi impegno, lo trovo ancora nei miei disordinati cassoni.

Il suo italiano era delizioso: “la naso”, “il chiave” mettevano allegria a tutti i vicini. Ed era delizioso soprattutto il modo di pensare: mai più ho ragionato senza paure, senza difese come con lui. La nostra è stata una bella e purissima amicizia, sebbene attraversata in qualche momento da un leggero erotismo, che non si espresse mai e a cui mai abbiamo dato voce: la distanza geografica ci teneva lontani da tentazioni e inoltre eravamo consapevoli di avere il cuore altrove: entrambi di altri innamorati, posseduti da amori infelici, come capita spesso a quell’età ( e non solo! ). Il suo si chiamava Nicole, bionda e dai riccioli aurei: Peter ne parlava come della Laura petrarchesca.

Peter è stato il sollievo e la consolazione dei miei vent’anni, in Calabria difficili, perché mi sono potuta rapportare col mondo maschile senza stare in guardia: un universo che in lui era privo di rozzezza e violenza, una mascolinità tenera e sensibile. Gliene sarò eternamente grata e mi piacerebbe che in qualche parte della terra egli ancora girasse gentile.

Era bello in maniera straordinaria e aveva un bel sogno: fare l’attore.
A tutti nel vicolo egli portò la peculiarità e diversità del suo sentire, oltre che la sua semplicità che lo fece amare da ognuno. Nicole aveva splendidi riccioli e lo diceva a noi ragazze, che chissà quante diavolerie usavamo per avere i capelli lisci! Il lungo naso di una nostra amica, per noi un difetto, era divino ai suoi occhi; i miei lineamenti un po’ marcati erano greci, intendeva dire della statuaria greca, e scusate se è poco!

Ci si sconvolgevano le categorie di valutazione e il vicolo si apriva e diveniva una metropoli: un evento straordinario per dei giovani attratti dal cambiamento e che massimo andavano ogni tanto a Messina per sostenere gli esami universitari.

Era un incontro che non ci impegnava ad altro che alla grazia dell’esserci conosciuti: non ci siamo mai scritti, mai telefonati e ci salutammo donandoci i libri.

Un paio di anni dopo andai a Zurigo e mio fratello mi suggerì di telefonare al mio amico, che la sera stessa arrivò con dei cioccolatini per mia cognata. Io e lui decidemmo di andare al cinema.

Adoravo il cinema e nel vicolo ne sentivo la mancanza, come sentivo la mancanza di tante altre cose. Quella sera c’erano a Zurigo le proiezioni di “Ultimo tango a Parigi”, un film su cui al paese avevo già letto la recensione di Moravia e che ho amato per il senso di morte che lo pervade oltre che per la libertà dello sguardo. Erano gli anni in cui in Italia si cercava di conquistare, tra le altre, pure la liberazione sessuale: fatto che è costato, come ogni conquista. E l’assenza di bigottismo con cui la tematica sessuale era trattata da Bertolucci era importante, specialmente se avevi vent’anni e li vivevi in un vicolo calabrese: anche questa una condizione che ha comportato troppi costi.

La sala era piccola, il film in tedesco ma sottotitolato in francese, lingua che ho studiato. La bellezza di quell’ambiente senza schiamazzi e di quel ragazzo tranquillo seduto accanto fu per me un dono: la visione del film avvenne in un raffinato silenzio, alla fine si udirono gli applausi per il regista. Durante il film, solo delle misurate risatine quando si parlò di diverse lunghezze del pene. Non oso, per carità di patria, fare confronti.

Negli anni Ottanta, Peter ci regalò un’altra giornata: tornò a trovarci assieme alla sorella. Sempre bello come il sole.
Seguiva ancora la sua vocazione di attore e anche questo me lo rendeva caro: era divenuto uomo migliorando e non abbandonando il meglio di sé.

Le giovani del vicolo, intanto, conducevamo la nostra esistenza non semplice. Niente era indolore: ad esempio, noi passeggiavamo suscitando parecchie critiche, ma solo in luoghi alle passeggiate consacrati. Il libero camminare, figuriamoci il girovagare ozioso! , per le donne non era contemplato.

Facendoci scudo dei due turisti, anche noi ce ne andammo quel giorno per le viuzze del nostro paese: tranquille, libere. Com’è giusto che sia.

Da qualche mese, avevo pensato di fare questo post, ma gli impegni e la pigrizia ( scrivere è una fatica ) me lo avevano impedito.
Poi una sera trovo detto su Facebook che Peter è morto.

Mi sono sentita più sola e ho pianto, sconsolata: amavo pensare che in qualche luogo Peter continuasse a percorrere incantato le vie, perché questo rendeva il mio mondo non infranto e impoverito, nonostante il trascorrere degli anni e le tante perdite.

Il giorno dopo, sulla morte si è espresso un dubbio e ad esso io ho preferito prestar fede. Ho bisogno di credere che quel mio ragazzo, con cui in fratellanza ho potuto vedere un film che ha come filo conduttore nientemeno che il sesso, mi accompagni nella vita.
Il mio vicolo è lui.

Il ricamo e l’inquietudine delle donne

– E che può succedere a Milazzo? – Rea Silvia rispose. – C’è un vapore che arriva e riparte. E ci sono i giovanotti che camminano avanti e indietro. E io ero sempre che ricamavo nella luce della porta. E mia madre e le mie zie erano sempre che ricamavano anche loro. E le mie sorelle lo stesso, erano sempre che ricamavano, sebbene una abbia solo quindici anni e una nemmeno tredici.

Nel passo di Vittorini ho sentito in maniera chiara la secolare mancanza di movimento che avvolge la vita di queste ed altre donne ( specialmente al Sud), il loro scontento, la struggente attesa.

E le ho riviste le ragazze che negli anni Cinquanta hanno popolato la mia infanzia: anime sognanti, ansiose di sperimentare mondi nuovi ma destinate a stare in luoghi ristretti e poveri, imprigionate in un’esistenza ripetitiva, votate ad attendere un uomo che le liberasse dall’angustia.
Ma ho rivisto anche le donne che non ho incontrato e di cui ho soltanto udito parlare: quelle che alcuni decenni prima erano emigrate nelle Americhe sposandosi per procura, vale a dire spesso senza aver mai visto il compagno con cui avrebbero passato i loro anni. Ciò, tuttavia, permetteva di uscire dalla dura vita delle campagne ed evitare un avvenire che non prometteva niente se non lavoro da bestie, parti ( frequentemente mortali ), figli ( talora voluti, talora no ), mariti ( in parecchi casi violenti e a loro volta insoddisfatti).

Ho rivisto le tante mie coetanee strette negli anni ’70 tra le proprie ansie di rinnovamento, di conoscenza e di indipendenza e la scarsità economica e di orizzonti dei luoghi calabresi. Ho ritrovato il nostro desiderio di vivere noi stesse come individui ed esseri umani, esplorando autonomie nella sessualità e nella realizzazione di sé, e le sconfitte che abbiamo subito, nella soffocante chiusura della prevalente mentalità dei benpensanti.

Nel quadro di Vittorini mi pare di vedere ( ma forse sbaglio ) anche qualche giovane donna di adesso, che mille sogni nutre sul suo futuro, ma è costretta in ambienti conservatori, culturalmente depressi, delusa pure dal matrimonio e persino dall’avere figli, condizioni che si rivelano non essere la terra promessa tanto agognata. Al Sud, infatti, spesso sono le ragazze ad andare via e a non voler tornare.
Mi pare di vedere le molte cinquantenni di oggi inquiete, ridotte a osservare con compiacimento ma pure invidia le numerose possibilità che le figlie hanno: studiare, viaggiare, esplorare, convivere con qualcuno e magari in seguito lasciarlo. Donne sovente rinchiuse nel recinto della maternità che non risponde alla loro intima esigenza di libertà e costruzione della propria identità.

Se la ministra ( ministro? eccola ancora, la nostra difficoltà di esistere, addirittura nella lingua! ) avesse pensato alla secolare assenza di ritmo che avvolge l’esistenza delle donne, al loro silenzioso ricamare e alle fughe dal ricamo, se avesse riflettuto sui tanti diritti che hanno a fatica conquistato (tra cui quello di non essere madri ), se fosse stata sensibile alle perenni spinte all’indietro a cui esse devono far fronte, non avrebbe probabilmente proclamato con stupido ed oscurantista decreto il giorno della fertilità, come se si rivolgesse a coniglie senza storia.
E avrebbe ricordato che in primo luogo le donne sono attraversate dal desiderio di essere persone, dal bisogno di fuggire dall’avvilimento che i tanti imposti ricami loro provocano ed affrancarsi dalla monotonia di spazi e speranze.

Leggo del pio ed accorato appello della Lorenzin e mi chiedo quali donne il ministro/a frequenti e abbia in mente.
E guardo le vecchie foto degli anni Cinquanta e Sessanta del mio piccolo paese nelle quali appaiono già giovani sorridenti, allegre, belle, con il capo scoperto, eleganti anche se vestite con abiti non di gala. E attorno a tali graziose figure, invece, dei poveri luoghi fatiscenti senza strade e servizi e le campagne pure esse spoglie, da cui non avresti ricavato il necessario per vivere, figuriamoci un po’ di superfluo per gioire. Tutte donne migliori dei paesi toccati in sorte.
Presto queste ragazze avrebbero lasciato quei territori desolati ( i quali avrebbero per sempre conservato la ferita della loro lontananza ), per comporre una danza diversa a Milano, Zurigo, in America.

Adesso ne vedi alcune tornare per trascorrere l’età della pensione a Cortale: le riconosci perché negli occhi e nei passi ritrovi i segni dell’aspirazione ad una vita diversa che le ha spinte, tempo fa, ad andare via.
Non sono tornate sconfitte, benché si intuisca qualche recondita scissione. Anche loro sono partite, come le donne di Milazzo in Vittorini, per contemplare ed esplorare le città del mondo: in cerca della bellezza.

Soffitti, santi e bambini contadini

Quando da piccola mi ammalavo, venivo trasferita nel lettone dei miei genitori e passavo quel tempo sospeso e di ozio beato contando le tavole di cui era fatto il soffitto in legno con travi.
Risento ancora la sensazione di piacere per lo spazio grande del letto e ritrovo l’antico spostare gli occhi sul soffitto come su un aperto orizzonte colorato. Finito il momento della febbre alta e del relativo stordimento, i giorni della ripresa prima di potersi alzare e di tornare alla normalità erano un periodo di libertà dagli impegni di bambina. Un tempo altro che conduceva in una dimensione nuova: niente scuola, niente giochi, nessuna chiamata degli adulti a sbrigare qualche incombenza.

Le tavole del soffitto, che mia madre di solito tinteggiava di un delizioso color celestino, mi tenevano compagnia: le contavo e le ricontavo, lontana dall’annoiarmi e baloccandomi con i numeri la cui magia i libri mi stavano man mano mostrando. Inoltre lo scrostarsi del soffitto e il succedersi negli anni delle pitturazioni, senza che si togliessero perfettamente le incrostazioni, formavano quelle che al mio sguardo si presentavano quali figure di diversa foggia: nuvole, nasi, animali, alberi, montagne. Ed ecco, nella sesta tavola, un mare. Toh, che gambe lunghe ha quel ragazzo! Ah, là quello sembra un coniglio, quant’è grande la piazza della ventesima tavol(ozz)a.

La stanza era tutta mia e il tempo una linea che si doveva solo vivere, non riempire di azioni. Era questo un regalo della malattia, una giustificazione inaspettata. Di tanto in tanto entrava qualcuno che ti toccava delicatamente la fronte e se chiudo gli occhi risento il tocco leggero della mano e la riconosco: ora era quella di mia sorella, ora della zia, mio fratello bambino non poteva avvicinarsi per non ammalarsi a sua volta. Mio padre mi prendeva il polso e mi contava i battiti: la sua diagnosi è l’unica che ho accolto nella vita con disarmata fiducia.

Mia madre per l’occasione portava dalla campagna un pollastrello, che sacrificava con il piacere e la soddisfazione con cui l’ho vista sempre impegnata in un rito che nella società contadina significava e celebrava l’abbondanza dell’alimentazione, abitualmente più parca ( ci perdonino gli animalisti alla Brambilla! ). All’ammalato era norma riservare una dieta speciale e a chi aveva una patologia complicata o  mortale si dava un cibo ritenuto particolarmente raffinato, i picciuni chini, i piccioni ripieni.
Dal galletto mia madre ricavava un brodino saporito per la mia gola chiusa e la tenera carne era destinata soltanto a me e al mio ristabilimento: nessun altro in famiglia poteva goderne.

Quando la febbre era più resistente, passava anche il medico che ti osservava la gola e ti toccava la pancia.
Il resto del tempo lo trascorrevo da sola, ad osservare la stanza. Gli altri erano fuori di essa, impegnati nel ritmo consueto dell’esistenza.

Le pareti della camera, come in ciascuna casa contadina, erano tappezzate di quadretti con immagini sacre, oltre al crocifisso appeso al capezzale. Ricordo una santa Lucia ed una Madonna.
Un quadro attirava specialmente la mia attenzione di malatina: era posto alla destra del lettone e raffigurava sant’Antonio ( forse mio padre l’aveva acquistato a  Nicastro, dove ogni anno si recava durante i festeggiamenti ). La figura centrale era circondata ai lati da tondi che credo narrassero episodi della vita del santo.
Era su tali piccoli spazi tondeggianti che la mia fantasia si esercitava maggiormente e immaginavo altro, rispetto a ciò che era rappresentato, complice la distanza rispetto al lettone, complice la febbre e complice la mia inventiva di bambina. In un tondo rammento che vedevo una giovane donna e alcuni segni diventavano una gonna colma di fiori, mentre il resto si trasformava in due piedi e due braccia impegnati in una danza lieta: scorgevo pure la testa di riccioli belli e neri della ragazza.

Anni dopo, mia sorella mi confessò che il quadro aveva anche per lei la stessa forza creativa ed evocatrice. Siamo stati quindi tutti felici ed abbiamo conosciuto la potenza dell’immaginazione, osservando le straordinarie pareti.

Quanto a me, a poco a poco guarivo e uscivo dall’ozio leggiadro, cresciuta di qualche centimetro, dicevano gli adulti: A ziteda appe a freve de a criscimogna, la bimba ha avuto la febbre di crescita.
E tornavo a scuola, che era il mio negotium adorato.

La scuola, la mucca e il “l’avare”

Lago di ComoErano prossimi gli anni Novanta ed io insegnavo in un paesino sul lago di Como, ricco anche perché gli olandesi lo avevano eletto posto di villeggiatura.
Mi era stata assegnata una prima media, a dire il vero si trattava di una pluriclasse. L’edificio scolastico era avveniristico: pareti in vetro, piscina, tanto verde attorno. Ma i pur agiati bambini sillabavano e non leggevano.
Come ero solita fare quando arrivavo in un centro che non era il mio, avevo detto agli alunni di scrivere qualche paginetta su se stessi e sul luogo in cui vivevano: mi avrebbe consentito di intendere un po’ il loro mondo.
Mentre lavoravano, mi avvicinai ad un bambino che puzzava quasi che il cattivo odore avesse definitivamente impregnato la sua pelle ed aveva le unghie delle manine sporche ed orlate di nero, come noi in Calabria trent’anni prima quando frequentavamo la scuola elementare. “Posso parlare della mia mucca?”, mi chiede con sul visetto una timida speranza che rammento ancora. Mi si strinse il cuore. Gli risposi di sì, ma mi augurai che il suo orizzonte potesse un giorno allargarsi, magari pure grazie alla scuola.
Fu così che seppi che quei bambini il pomeriggio portavano al pascolo le vacche, spesso di proprietà – mi pare di ricordare – di benestanti olandesi. Ecco perché sillabavano: non avevano il tempo di studiare.

L’anno successivo all’esperienza nella pluriclasse di ricchi, tornai in Calabria ed andai ad insegnare nel Crotonese.
Non c’era la piscina, ma i ragazzi erano alloggiati in luoghi indicibili e indecenti dove ti pioveva sul capo ed in classe era necessario tenere il cappotto addosso per l’intero inverno, anche se non si era freddolosi. Gli alunni avevano venduto il dizionario di latino, non venivano interrogati, si esprimevano in dialetto, pensavano che ogni paese fosse governato dalla ‘ndrangheta a guisa del loro. “Prof, cu cumande a u paise vuostru?”  “La sinistra, dopo l’ultima elezione”. Mi osservarono come fossi una bimba ingenua: ” No, intendevamo quale famigghia!” E mi raccontavano che tra i clan nemici i rapporti erano così violenti che si arrivava a profanare i cadaveri e cavare gli occhi ai morti della famiglia avversaria. Rammento che, notando il mio smarrimento, indulgevano su dettagli raccapriccianti con un qualche infantile e inconsapevole piacere nello sguardo.
Paesaggio del Crotonese
Stringemmo un patto con questi ragazzi: diedi loro dei testi molto semplici da tradurre, ma volli interrogarli e riapparirono i dizionari. E li promossi tutti, perché avevamo raggiunto, per dirla nel gergo scolastico da me non amato, i nostri obiettivi: piccoli, ma fondamentali. Non si gridava più Cumpa’,  m’u truovi u vocabulu? ma ci si impegnava, si faceva la versione e si capiva che esprimersi in italiano era importante ed interessante. I colleghi rimasero delusi: stranamente si aspettavano che io, poiché giungevo da fuori, bocciassi tutti quegli alunni per anni negletti e trascurati.
In questa quinta liceo scientifico, in un compito di italiano, un giovane una volta scrisse che aveva compassione degli extracomunitari, ai quali probabilmente sarebbe sempre toccato solo l’avare i vetri delle macchine dei passanti.
Sentiva pietà, il ragazzo, per gli extracomunitari.
Io, nel correggere il suo lavoro, mi sono dolorosamente chiesta quale potesse essere il suo avvenire, visto che scriveva l’avare ( un verbo abbastanza piano, di uso quotidiano ) e che il suo paese era divorato dalla ‘ndrangheta.
Alcuni anni dopo, a pochi metri di distanza dall’edificio scolastico, furono freddamente uccise quattro persone. Rividi quel guizzo di piacere nello sguardo dei miei ragazzi e ne ebbi pena e angoscia.

Mi capita di pensare con particolare intensità a degli alunni, quasi sempre non si tratta dei più bravi. E di frequente cerco di figurarmi l’esistenza di quelli del Crotonese: cosa sarà loro successo? cosa sarà avvenuto nella loro vita? che strada si sarà aperta al giovane che scriveva l’avare? E quali orizzonti umani e culturali si saranno dischiusi per il bimbo che abitava nello splendido scenario del lago di Como e che in un povero italiano mi narrò i pomeriggi in compagnia della sua mucca?
Può la scuola non occuparsi dei ragazzi e congedarli smarriti di fronte al futuro e non attrezzati per affrontarlo?

Certo, tali interrogativi non si pone oggi la scuola renziana: la scuola festaiola che ciancia di competenze avulse dalle conoscenze, la scuola che afferma di non possedere un soldo per i bisogni degli allievi ( tantomeno per i propri docenti ), ma che molto spende per pagare conferenzieri vari e foraggia una pletora di progettisti interni ed esterni che in essa ormai quotidianamente si aggira .
La pessima scuola.