Archiloco e mia madre

Archiloco nasce alla fine dell’VIII secolo a Paro nelle Cicladi, le isole che giocano a girotondo nell’Egeo, da una famiglia nobile. È tra i più grandi poeti greci.
Mia madre nasce da famiglia contadina nel 1914 a Cortale, un piccolo centro della Calabria, ma da ragazza vive soprattutto a Jalupà, zona ventosa ed aspra del paese, che coltiva assieme ai fratelli e ai genitori. Si trasferì poi a Salica, ancora una zona di Cortale in cui, insieme allo sposo, lavorò dei piccoli ed ingrati appezzamenti di terreno. Su altri fazzoletti di terra, cugnali, i miei genitori sudavano al Timpune e Supa i Righi: eterni viaggiatori, i nostri contadini, anche all’interno di Cortale stessa. Come Archiloco, che da Paro va però a Taso, schiena d’asino, non bella, non amabile.

Grande è la varietà degli argomenti trattati dal poeta, il quale conosce pure i toni riflessivi ed esortativi, oltre all’impetuosa invettiva dei giambi.
Io non ho una formazione filosofica, né religiosa e – sui grandi temi dell’esistenza – mi muovo in maniera curiosa ed anarchica tra le riflessioni poetiche dei classici greci e latini e quelle di mia madre.
Ci deve essere tuttavia qualche relazione tra la cultura alta e quella popolare, visto quello che mi succede ogni tanto: di cogliere tra esse fondamentali connessioni.

JalupàL’altra mattina, tra un pensiero rivolto alla valutazione di fine anno scolastico ed uno alla complessità della vita, ecco che mi son trovata di nuovo a parlare con un’esclamazione di mia madre ( le sue considerazioni e i suoi modi di dire, in cui si raccoglieva una sapienza popolare millenaria, mi ritornano in mente come se lei non mancasse ormai da quasi trent’anni! ): Storta va e nderitta vene, sempe storta non po jire. Quella storta va (via) e viene quella dritta, sempre in maniera storta non può andare: sottintesa la strada, metafora della sorte, che i Greci avrebbero definito τύχη.

Il dolore colpisce oggi l’uno, domani l’altro…Ma sopportate con forza…No, non è mia madre, questo è Archiloco.
Cuore, cuore mio sconvolto da pene irrimediabili, sorgi…E gioisci delle gioie, affliggiti dei mali, ma non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini. Sì, è il ῥυσμός di Archiloco e dei Greci.

In Archiloco e in mia madre ( cioè nella cultura contadina ) c’era la stessa fiducia nel vivere e la conoscenza del ritmo, della regolarità dell’esistenza. Del resto mia madre, visto il luogo in cui è vissuta ( Cortale, ma anche Jalupà, Salica, Timpone, Supa i Righi ), un po’ greca era!
Le due culture, quella raffinatissima di Archiloco, e quella di mia madre, popolare e quindi sovente lievito della grande arte, invitavano – in maniera certo formalmente diversa – a godere delle gioie e a soffrire per le sciagure, senza eccedere ( μὴ λίην, non troppo ), considerando quale ritmo governi le vicende umane.

Uno a Paro l’altra a Jalupà, sapevano che nella vita si succedono piaceri e dolori e credevano nella relatività di ogni circostanza e principio.
Tutti e due aristocratici, perché entrambi ἄνθρωποι: esseri umani.