Non ammazzare

Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore.

Che tutti noi possiamo restare umani, come diceva Vittorio Arrigoni, e che nessuno debba conoscere sgomento e rimorso del colpo, uscito di mano, e l’angosciosa compassione di Lodovico per l‘uomo che abbiamo ucciso.

Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

Sogni di docenti

E’ stato veramente strano, stamani, entrare nella sala dei professori e udire due colleghe raccontare i sogni della notte appena trascorsa.
Una: “C’era una fila lunghissima di alunni in attesa e dovevano tutti interrogare me, non io i ragazzi”.
L’altra: “Mi trovavo in un posto strettissimo che fungeva da aula ed esso si restringeva attorno a me sempre di più”.
Ho sorriso stamane di fronte alle mie colleghe sentendole vicine forse dopo tanto tempo, in questo periodo molto oscuro per la scuola nella quale sembrano saltare tutte le regole democratiche e ognuno pare poter divenire nemico dell’altro.
Ero anch’io reduce da una notte angosciata e dissi loro quello che avevo sognato: “Dovevo andare a Roma, all’università, per sostenere l’esame di laurea e non riuscivo a prendere il treno”.
Ecco cos’è la scuola ( pubblica ): un luogo privo di norme generali e condivise, dove i lavoratori si sentono sotto pressione e prossimi alla schiavitù.
Quale progetto formativo e culturale può realizzarsi in tale situazione di sofferenza così vicina all’alienazione?

Sul votare

Arturo Bova, candidato del PD.

Alle elezioni regionali del 23 novembre non andrò a votare, fatto inusitato per me che ho sempre considerato sacro tale esercizio.
Ho votato costantemente PCI e poi solamente a sinistra, pure quando le cose mutavano profondamente nella tormentata galassia della sinistra italiana.
Ho già sperimentato l’amara esperienza del votare il meno peggio e il meno peggio è stato Loiero. Ho votato il minoritario Pippo Callipo, avendo la dolorosa consapevolezza che avrei aiutato Scopelliti a vincere.
Ogni volta, nel tentativo di tenere accesa la lampada di fiducia nei rappresentanti ( ormai, cosiddetti ) della volontà popolare. Non posso però più farlo.
Tuttavia ho appreso – soprattutto nella vicenda della Battaglina – che si può incidere su grandi ( e piccole ) questioni dal basso, unendosi ad altri.
Durante la lotta contro la discarica Battaglina ho anche conosciuto bene la natura del PD ( erede e rampollo del sistema berlusconiano ), che quel mostro aveva voluto e che a lungo ha recalcitrato contro i sentimenti di larghissimi strati della popolazione che alla discarica si opponevano in maniera netta.
Non voterò dunque, con la speranza in questa democrazia dal basso, che è in grado di vincere pure fuori dai vari Palazzi del potere.

‘U miedicu de i vennari e il Municipio

Credo che a Cortale si fosse sotto l’amministrazione Riga-Braccio, quando a scuola cambiarono i vecchi banchi di legno e misero quelli verdolini, più comodi e allegri: il giudizio da dare su quella conduzione del comune  sarà più complesso, ma di allora questo ricordo.
Fu in quegli anni che si fece anche, credo, una refezione per i bambini più poveri o che appartenevano a famiglie molto numerose ( ma qualcuno insinuava che la discriminante consistesse nell’essere amici degli amministratori ). Io non fui mandata probabilmente perché mancavo del secondo requisito ( ritengo che il primo, quello della povertà, lo avessimo più o meno tutti ! ), ma ogni giorno pensavo a quali cose succulente potesse gustare la mia compagna di classe e di giochi, che mi sembrava fortunata poiché ad un certo punto si alzava e con la bidella andava a mangiare alla gratuita mensa scolastica presso le “Case Popolari”.
E fu, mi pare, in quel periodo che, pure per combattere la mortalità infantile, da Girifalco, paese che già vantava parecchi specialisti, cominciò a venire ogni venerdì un medico per i bambini. Ricordo che ancora alcuni bimbi morivano quando io ero piccola, sebbene fossimo nel dopoguerra e ci nutrissimo sufficientemente. Certo il ritmo di tali morti era lento, mentre mia zia diceva che qualche decennio innanzi era un continuo suonare delle campane a gloria, perché saliva al cielo un bambino divenuto n’angiliedu .
Il medico che arrivava da Girifalco noi lo chiamavamo ‘U miedicu de li vennari, ed era come se dicessimo medico pediatra. Non visitò mai me che avevo cinque-sei anni, forse perché, come tanti altri che erano sopravvissuti e avevano superato indenni i primi anni di vita, ero forte o perché mi pare curasse soltanto i piccolissimi che probabilmente correvano più pericoli. Ma era una festa grande quando quel medico giungeva da Girifalco, perché a noi  più grandicelli dava la farina a latte, un po’ come i soldati americani avevano distribuito alcuni anni prima il cioccolato. A farina a latte era una polvere gustosissima e noi golosamente ne mettevamo pugni  in bocca e ci deliziavamo. Era, per  le nostre abitudini alimentari, una leccornia. Del resto, allora andavamo alla ricerca di sapori non-contadini. Io e la mia compagna di banco della scuola elementare mangiavamo colla solida perché aveva il gusto di mandorla! E di quei venerdì ricordo la fila di mamme con i piccoli in braccio e noi un po’ più grandi che attorniavamo il dottore allegramente e ce ne andavamo con la faccia e il musetto impiastricciati di farina lattea.
‘U miedicu de i Vennari aveva lo studio in una stanza, credo sulla destra, di quell’elegante edificio che oggi ci si ostina a denominare “Palazzo Cefaly-De Rinaldis”, come se tale fredda pomposità gli conferisse maggiore prestigio che chiamarlo “Municipio”. Ma Cortale manca oggi di valori civici fondamentali e condivisi ed ha bisogno di genuflettersi sempre di fronte a qualcuno e di onorarlo, soprattutto se le grandezze ( reali o cosiddette, addirittura sedicenti ) sono locali. La storia nostra non riesce ad essere laica e collettiva, ma è un racconto noioso di una serie di De viris illustribus spesso solo immaginata. In questo paese, a richiesta sfrontata, ognuno può perciò avere titolata una via, un monumento, ecc., perché i luoghi non hanno valore e importanza in quanto appartenenti alla storia della comunità tutta, ma devono essere come privatizzati e dedicati a un nume più o meno tutelare, anche nel caso di mediocre levatura.
Negli anni ’50-’60 chiamavamo l’edificio comunale, con rispetto, ‘U Monicipiu. Adesso si potrebbe nominare “Municipio Vecchio”, rendendo onore al suo carattere pubblico a lungo rivestito, e non mi pare che sarebbe male o che si cadrebbe nell’anonimato, visto che a Firenze hanno “Palazzo Vecchio”.
A me ‘U Monicipiu sembrava un luogo incantato: ricordo un’immensa entrata ( in realtà non è così, ma gli spazi si confrontano ed io lo confrontavo con le nostre buie e non spaziose case, nelle quali si dormiva in una stanza, spesso nello stesso letto, cu de i piedi cu de a testa. E poi c’erano ( e ci sono ) due scale che si riunivano in alto in un pianerottolo, su cui si aveva la porta di accesso agli uffici amministrativi. Il gioco nostro di bambini consisteva nel dividersi, parte ai piedi di una scala parte ai piedi dell’altra, e cercare a gara di raggiungere per primi il pianerottolo. Oppure, salire da una rampa e scendere dall’altra, in quello che ci appariva un incantevole castello. Nessuno si lamentò mai di quell’allegro vociare. Noi giocavamo, ma non aprivamo mai quella porta, né entravamo sgarbatamente negli uffici, dove capivamo che qualcuno si occupava di tutti e svolgeva una funzione pubblica. E quando qualche volta mi recavo con mio padre che mi teneva per mano o quando più grande ci andai da sola in quegli uffici, quanta gentilezza e correttezza negli impiegati, che si chiamavano Peppino Pirritano, ecc.! Da bambina ho sempre pensato che mio padre fosse un amico di chi lavorava in quelle stanze, tanto era il rispetto con cui veniva ricevuto: egli andava non per reclamare favori, ma diritti; l’altro svolgeva il proprio compito con professionalità. Quanto ai sindaci  di una volta, non voglio  certo tesserne l’elogio politico, perché so bene cos’è stato il potere democristiano e che ruolo ha giocato al Sud. Del resto, ho votato sempre a sinistra e quindi sono stata sempre minoranza e in maniera dichiarata. Ma, dopo che per una vita ho fatto parte dei tanti che hanno pregato di non morire democristiani, debbo pur dire che rammento quanto affetto il sindaco Mungo mostrasse nel rivedere mio fratello che veniva dalla Svizzera, a votare comunista. E  ricordo Todaro e altri politici non della mia pars che almeno salutavano. Sarà stato paternalismo, ma se non altro c’era un tratto cordiale, cortese  e gentile nello stare assieme e si aveva la sensazione di vivere in una comunità.
Sono andata invece qualche anno fa ad una manifestazione in cui si celebrava Cefaly senior, un dipinto del quale era stato fatto venire a Cortale con i soldi pubblici, perciò anche con i miei. E rammento come l’attuale sindaco passasse tra i convenuti a salutare i suoi amici, solo i suoi amici, come se gli altri fossimo nemici o abitanti di un altro paese che egli poteva permettersi il lusso di ignorare.
Io non ho votato e non voterò l’attuale compagine amministrativa, per un giudizio politico chiaro e netto. E non voterò per l’altra lista, perché in questi anni non è esistita un’opposizione e perché pure adesso non viene a mio parere lanciata una proposta alternativa. Quanto alle europee, penso che voterò “grecamente”, per Tsipras.
Non mi aspetto dunque un granché da chi vincerà le elezioni comunali. Non posso in effetti scordare, anzi per me è stata una cartina al tornasole, lo stupore inebetito di chi ci governa quando dei cittadini allarmati sottoposero loro la questione della Battaglina e ne indicarono il pericolo. Quella vicenda ha rivelato tutti i limiti, e di chi ci ha amministrato e dell’opposizione. Di chi ha mostrato tanta incapacità gestionale non ci si può fidare. In verità, pur nel succedersi di diversi sindaci, abbiamo avuto nei tempi più recenti una classe politica inadeguata e colpevole, non fosse altro perché non attrezzata a comprendere e guidare le sfide della modernità: lo si è visto con l’eolico ( possediamo un territorio devastato ) e con la faccenda della discarica che si stava costruendo sotto gli occhi degli amministratori.  Bombe per l’ambiente e la salute. Cose non da poco!
Tuttavia scelgo di nutrire speranze: vorrei che in futuro a Cortale gli eletti al comune cessassero di considerare di serie A alcuni cittadini, altri di serie B, e che smettessero di guardare con sospetto quanti manifestano idee diverse. Il rispetto e la cordialità, la comunicativa e lo stringere relazioni affabili, sono un carattere essenziale in chi governa, soprattutto in una piccola comunità. Non si deve coltivare il seme della rivalità e discordia, specialmente in una terra violenta come la Calabria. Riflettano: non dirigono un circolo ristretto, ma sono i rappresentanti di un’intera collettività,  anche di chi non li vota.
Torni il Municipio ( o diventi, se il mio è stato solo un sogno, un fantasticare di bimba e di adolescente ) ad essere tale, sia non palazzo ma luogo pubblico in cui tutti si sentano a proprio agio. Risulti uno spazio considerato dai cittadini sacro e non uno spazio per soddisfare i propri desideri a discapito di altri, una casa propria nella quale spadroneggiare. Sia, per chi sarà incaricato di decidere, non una sede per sé ed i propri amici, ma sede dove ci si dedica al bene collettivo. Possano i bambini di tutti vederlo come un posto incantato, possa ogni adulto andarci tenendo per mano la propria bambina, sicuro di trovare correttezza amministrativa e rispetto. Sembra poco, ma solo dal reputare la cosa pubblica sacra e davvero res-publica si dà inizio al mutamento di cui abbiamo urgente bisogno ed il difficile cammino lungo la strada dell’equità.