Molestie a chi?

Non so la vastità e i netti contorni del fenomeno da alcuni mesi denunciato da tante, ma certo è che le rivelazioni che si susseguono hanno un merito: mostrano il verminaio in cui  sono abitualmente immerse le donne, tutte non solo quelle dello spettacolo.
Oltre alla terribilità e all’orrore della violenza sessuale, le donne in verità subiscono quotidianamente mille soprusi: sono anzi questi l’humus che nutre l’acme delle brutalità, lo stupro.

Quale donna sull’autobus non ha sentito un corpo di maschio avvicinarsi senza averlo in nessun modo chiesto?
Chi, facendo una fila, non ha dovuto sottrarsi alle altrui fantasie?
Io ne ricordo una persino alla mensa universitaria, allorché fui obbligata a girarmi per dire all’idiota di turno di mantenere una garbata distanza.
E non sono bazzecole.

E poi al cinema!
Rammento ancora quando, trovandomi nella mia città universitaria, pensai di trascorrere al cinema il vuoto pomeriggio in cui gli uffici erano chiusi, da sola dal momento che mi trovavo da sola. Riproponevano La caduta degli dei e mi sembrava un dono poter assistere ad un’opera di Visconti, io a cui il cinema era negato poiché vivevo abitualmente in un piccolo paese.
Non scordo il disagio durante la proiezione, cui mi costrinse un giovanotto seduto accanto a me, il quale evidentemente riteneva che, visto che io ero mi ero recata al cinema senza accompagnatore, fossi in cerca di emozioni hard.
Una signora, che allora ai miei occhi di ragazza parve anziana, affettuosamente mi invitò a  mettermi vicino a lei.

In seguito, quando periodicamente andavo all’università ( non la frequentavo, purtroppo ) il pomeriggio non ebbi più l’ardire di recarmi da sola al cinema. La perdita fu enorme: perché non potei godere di quest’arte da me tanto amata e soprattutto perché fu una delle numerose occasioni in cui in me si insinuò la terribile consapevolezza che parecchi orizzonti e spazi mi erano preclusi in quanto donna. Il senso di ripiegamento interiore fu, ed è stato ogni volta, dolorosissimo.
E non sono bazzecole.

Di ciò, non solo degli stupri, sono colpevoli gli uomini nei riguardi delle donne: delle ingiuste sconfitte intime, psicologiche.
Ecco perché accolgo con favore quest’ultima denuncia femminile ( di cui non mi interessano alcuni dettagli che ritengo secondari ): perché svela un rimosso e palesa il putrido di una società che continua a creare difficoltà e inciampi alla costruzione di sé delle donne come persone.
E non sono bazzecole.

Neppure l’età ( che dovrebbe essere) veneranda, nel tempo in cui credi di poter finalmente guardare tranquilla il mondo e vuoi godere dei benefici della distanza da ogni tipo di seduzione, neppure la modifica dell’antica bellezza ti protegge e ti tiene lontana da gratuite ingerenze maschili.

Ho lavorato a Crotone e della città rammento in primo luogo le donne, di una peculiare disinvoltura e spontaneità oltre che avvenenza. Nella piazza principale, c’è uno specchio e le vidi con piacere in tante fermarsi e aggiustarsi i capelli e controllare il trucco: mi apparve un fatto positivo, in quel centro che conservava parecchie importanti tracce della cultura operaia.
Capitava che le donne, aspettando l’autobus, ti chiedessero se fossi un avvocato dal momento che avevi la borsa con i libri o ti raccontassero aspetti della loro giornata.
Una di queste mie amiche per un giorno di Crotone, una signora anziana, volle confidarmi una sua preoccupazione e un suo disagio. Pensava che l’età avanzata l’avrebbe tenuta al riparo dagli idioti, ma un vicino la importunava e sempre ad una certa ora si appostava vicino casa sua e la controllava procurandole apprensione.
Era smarrita mentre me lo diceva: non capiva. Sembrava me, quando – ragazza curiosa dell’arte in un cinema di Messina – uno sconosciuto mi volle insegnare che io ero non-libera.

Quanti insegnamenti non richiesti riceviamo noi donne! Quanti estranei e quante persone amate ci vogliono spiegare noi stesse e il mondo!
La domanda che allora sale forte dalle ultime denunce sulle molestie che tante hanno subito e subiscono è che sono necessari rapporti nuovi: è urgente che i maschi si abituino a immaginare un tèmenos, uno spazio sacro invalicabile, che circonda le donne e le separa dalle loro mani e voglie.

Che il mondo possa essere nostro, senza intralci e senza prezzi da pagare.

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Non ammazzare

Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore.

Che tutti noi possiamo restare umani, come diceva Vittorio Arrigoni, e che nessuno debba conoscere sgomento e rimorso del colpo, uscito di mano, e l’angosciosa compassione di Lodovico per l‘uomo che abbiamo ucciso.

Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

Sogni di docenti

E’ stato veramente strano, stamani, entrare nella sala dei professori e udire due colleghe raccontare i sogni della notte appena trascorsa.
Una: “C’era una fila lunghissima di alunni in attesa e dovevano tutti interrogare me, non io i ragazzi”.
L’altra: “Mi trovavo in un posto strettissimo che fungeva da aula ed esso si restringeva attorno a me sempre di più”.
Ho sorriso stamane di fronte alle mie colleghe sentendole vicine forse dopo tanto tempo, in questo periodo molto oscuro per la scuola nella quale sembrano saltare tutte le regole democratiche e ognuno pare poter divenire nemico dell’altro.
Ero anch’io reduce da una notte angosciata e dissi loro quello che avevo sognato: “Dovevo andare a Roma, all’università, per sostenere l’esame di laurea e non riuscivo a prendere il treno”.
Ecco cos’è la scuola ( pubblica ): un luogo privo di norme generali e condivise, dove i lavoratori si sentono sotto pressione e prossimi alla schiavitù.
Quale progetto formativo e culturale può realizzarsi in tale situazione di sofferenza così vicina all’alienazione?

Sul votare

Arturo Bova, candidato del PD.

Alle elezioni regionali del 23 novembre non andrò a votare, fatto inusitato per me che ho sempre considerato sacro tale esercizio.
Ho votato costantemente PCI e poi solamente a sinistra, pure quando le cose mutavano profondamente nella tormentata galassia della sinistra italiana.
Ho già sperimentato l’amara esperienza del votare il meno peggio e il meno peggio è stato Loiero. Ho votato il minoritario Pippo Callipo, avendo la dolorosa consapevolezza che avrei aiutato Scopelliti a vincere.
Ogni volta, nel tentativo di tenere accesa la lampada di fiducia nei rappresentanti ( ormai, cosiddetti ) della volontà popolare. Non posso però più farlo.
Tuttavia ho appreso – soprattutto nella vicenda della Battaglina – che si può incidere su grandi ( e piccole ) questioni dal basso, unendosi ad altri.
Durante la lotta contro la discarica Battaglina ho anche conosciuto bene la natura del PD ( erede e rampollo del sistema berlusconiano ), che quel mostro aveva voluto e che a lungo ha recalcitrato contro i sentimenti di larghissimi strati della popolazione che alla discarica si opponevano in maniera netta.
Non voterò dunque, con la speranza in questa democrazia dal basso, che è in grado di vincere pure fuori dai vari Palazzi del potere.