Non ammazzare

Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore.

Che tutti noi possiamo restare umani, come diceva Vittorio Arrigoni, e che nessuno debba conoscere sgomento e rimorso del colpo, uscito di mano, e l’angosciosa compassione di Lodovico per l‘uomo che abbiamo ucciso.

Sogni di docenti

E’ stato veramente strano, stamani, entrare nella sala dei professori e udire due colleghe raccontare i sogni della notte appena trascorsa.
Una: “C’era una fila lunghissima di alunni in attesa e dovevano tutti interrogare me, non io i ragazzi”.
L’altra: “Mi trovavo in un posto strettissimo che fungeva da aula ed esso si restringeva attorno a me sempre di più”.
Ho sorriso stamane di fronte alle mie colleghe sentendole vicine forse dopo tanto tempo, in questo periodo molto oscuro per la scuola nella quale sembrano saltare tutte le regole democratiche e ognuno pare poter divenire nemico dell’altro.
Ero anch’io reduce da una notte angosciata e dissi loro quello che avevo sognato: “Dovevo andare a Roma, all’università, per sostenere l’esame di laurea e non riuscivo a prendere il treno”.
Ecco cos’è la scuola ( pubblica ): un luogo privo di norme generali e condivise, dove i lavoratori si sentono sotto pressione e prossimi alla schiavitù.
Quale progetto formativo e culturale può realizzarsi in tale situazione di sofferenza così vicina all’alienazione?

Sì alla famiglia, no all’omofobia!

Ieri ho guardato con costernazione questo volantino che ho trovato nella sala dei professori.
E, a dire il vero, dopo aver visto che si inneggiava alla Famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna, avevo letto, indignandomi, SÌ ALLA FAMIGLIA NO ALL’OMOSESSUALITÀ.
A casa mi sono accorta di cosa effettivamente ci fosse scritto.
Ma avevo avuto ragione nel leggere come istintivamente avevo letto, perché questo era il senso reale del testo.
Come siamo arrivati a un degrado tale da permettere che in una scuola pubblica qualcuno si senta autorizzato a lasciare simile materiale che si fa latore di discriminazione ed odio?
Quando avevo sedici anni fu sui banchi che udii e scoprii le parole che mai più avrei dimenticato: Homo sum, humani nil a me alienum puto. Arrivai nella mia stanza e con lo smalto rosso scrissi i versi di Terenzio su una parete dove sono rimasti per un lunghissimo periodo. In essi avvertivo profonda tolleranza, comprensione per l’altro, ma soprattutto valutazione positiva dell’essere umano.
Forse la scuola non crede più all’umanesimo? Ma cos’è allora la cultura se non comporta riconoscimento e rispetto dell’individuo, qualunque siano l’etnia, il ruolo sociale, il sesso e le predilezioni sessuali?
Insegniamo i classici o quanto farneticano le Sentinelle in piedi, che vogliono decidere della vita altrui?

Cortale, tardi anni ’60; Cortale, giugno 2014

Non pensavo che avrei più rivisto quella miseria estrema nei nostri luoghi, quella degradazione persino dell’essenza umana.
Si era alla fine degli anni Sessanta, quando vidi un uomo trascorrere gli ultimi giorni e poi morire steso su una balla di paglia, non in un letto. L’uomo aveva lavorato tutta la vita. Rimasto vedovo, aveva considerato di essere troppo povero per risposarsi e provvedere a una famiglia più larga, per cui si era dedicato a crescere le figlie e a dare loro una dote. Non aveva avuto nessun erede maschio, ritenuto una benedizione e una ricchezza nelle case contadine. L’uomo, vecchio e ammalato, adesso non ha più niente e nessuno: ha ceduto già la proprietà dei campi acquistati alle figlie, che a loro volta hanno lasciato il paese in cerca di fortuna. Sono gli anni in cui da Cortale si emigra a ritmo febbrile e cambia ogni cosa, anche la vita degli anziani i quali non godono ancora tutti della pensione ed hanno perso, andati via i figli, la posizione di rispetto che nella famiglia contadina garantiva loro una vecchiaia più dignitosa.
Vengono solo delle vicine, caritatevoli e affettuose, a portargli qualche caffè, a inumidirgli le labbra riarse con un po’ d’acqua. Non si poteva fare molto, nessuno di noi era ricco e nessuno nuotava nell’oro. Il resto è immobile, e l’uomo muore su quella paglia, nell’indifferenza delle istituzioni e degli amministratori di allora e nel silenzio generale.
Non ho mai dimenticato quell’uomo sulla paglia e credevo che non avrei più rivisto quella miseria estrema nei nostri luoghi.
Poi una mattina del giugno di quest’anno quel pianto di una giovane donna che squarcia le vie. Si è suicidato il suo giovane sposo, nuovo emigrato venuto a Cortale per dare alla sua famiglia un avvenire migliore.
Se mi si chiede cosa sia il dolore, penso all’elegia di due figure nel vicolo all’alba: l’uomo – il fratello del morto –  in piedi, con il viso rivolto al cielo, sta accanto alla giovane cognata seduta e le tiene un braccio su una spalla per confortarla. La loro solitudine, nel vicolo. E dentro, nella stanzuccia, il ragazzo che aveva deciso di andarsene. Non scorderò mai il suo volto: nella peculiare ricomposizione pacificatrice dei tratti che conferisce la morte, sembrava un bimbo. E soprattutto non scorderò quelle mani, che avevano tutti i segni del pesante lavoro di una vita: non le vedevo da quarant’anni. E non scorderò quel corpo a fatica fatto entrare in una bara non adatta a un uomo alto e forte, tanto che il ragazzo era messo come di traverso, forzatamente rannicchiato, e privo di scarpe, soltanto appoggiate sui piedi. Un vestito invernale, in quel caldo di giugno. La bella ed elegante camicia bianca, a collo alto.
E nelle orecchie mi risuona quel “Perché? Perché?” della sua giovane sposa, durato sino a quando non ha chiuso la porta e lo ha accompagnato nell’ultimo mesto viaggio di ritorno al paese natio.
Al mattino solo i due affranti congiunti nel vicolo e il ragazzo in quella stanza straniera, accarezzato dalla luce che cominciava ad entrare attraverso la finestra aperta. Pietà sembrava essere fuggita.
E non esco dal senso di colpa che subito mi ha afferrata: per un’amicizia che non ho dato, per l’avarizia colta dall’altro, per quel saluto timido che il giovane mi rivolgeva, rispondendo al quale io mi sentivo responsabile e in imbarazzo, perché comprendevo che egli era disarmato e spaventato anche di fronte a me. Io facevo parte delle sue insicurezze, io che se mi analizzano il sangue trovano un gene, quello dell’emigrazione, in ogni generazione della mia famiglia.
Partiva prima delle sei del mattino per lavorare e tornava tardi la sera. In tanti venivano per richiedere le sue braccia, evidentemente egli non si risparmiava. Alcune volte ho udito che si discuteva, senza dubbio sul compenso. Spesso tossiva, lo sentivo dalla mia cucina.
Adesso non sento più quella tosse. Non c’è più lo stendino, vicino l’uscio della sua casa. Non c’è più la pianta con fiori all’ingresso, la parabola per collegarsi anche alla propria terra.
I due giovani erano partiti assieme per costruire il destino loro e del figlio lasciato a casa.
Uno dei due, però, non ha più nutrito speranze.
Di solito di fronte alla morte di un giovane, un evento che noi definiamo sgasciu, Cortale risponde con una partecipazione corale. Ma pochi sono stati quelli che sono passati a salutare il ragazzo che andava via. E anzi, invece di guardare alle responsabilità della collettività con coraggio fino al punto da restarne impietriti, è subito iniziata a diffondersi una ridda di voci che tendevano a rassicurare noi stessi e a dare interpretazioni banalizzanti del suicidio, facendo insinuazioni meschine sui due sposi. E’ dunque cambiato il paese da quando, alle soglie degli anni Settanta, lasciava morire un uomo sulla paglia? Non esistono più neppure vicine caritatevoli che ti bagnino le labbra riarse, come allora accadde.
Oggi – di fronte a questa morte scelta pur di non vivere l’esistenza amara toccata in sorte – dovremmo almeno chiederci quali condizioni di lavoro si abbiano a Cortale e quali modi di vita i più deboli siano costretti a subire. Dovremmo chiederci fino a che punto la miseria sia sopportabile. In quelle mani di ragazzo, sporcate e sformate da un lavoro non umano, io ho rivisto cose che credevo scomparse per sempre: ho visto assommarsi la fatica di tante generazioni nostre.
E adesso, mentre  sento e osservo il vuoto del vicolo, ricordo quando d’estate lui ed altri giovani emigrati si riunivano ed andavano qualche domenica al mare. Quando nel vicolo si sedevano tutti, per la ristrettezza della casa e per il caldo che in essa c’era, come una volta facevamo noi nel tempo in cui avevamo abitazioni anguste e prive di finestre. E ricordo quando li vidi in bicicletta. O lei con i capelli acconciati dal parrucchiere. O quando cambiavano qualche mobile. Mi parevano segnali buoni, di vitalità e di una giovinezza che mette uno sull’altro mattoncini per comporre il proprio futuro.
E invece non avevo capito niente. Non avevo capito che il ragazzo viveva l’inferno in terra.
Ho sempre pensato che il suicidio – atto assoluto, tragico e quindi con dei tratti di terribile sublimità – possa essere schiacciato e scacciato da qualcosa di altrettanto sublime: un gesto d’amore o una parola consolatoria o un guizzo di bontà che quasi magicamente vincano il demone di un’anima. Specie nel caso di un giovane.
Anni fa, di fronte al corpo senza vita di una studentessa di Crotone e al volo suicida dalla finestra della scuola, mi ripetevo, forse infantilmente, forse per distogliere il cuore dalla vista di quella che sembrava una tenera bambola spezzata: “Se ieri avesse incontrato qualcuno o qualcosa che avesse lenito il suo tormento…”.
Io so di non essere stata quel qualcosa per il ragazzo che in una notte di giugno ha deciso di andare lontano da noi. E il paese intero non lo è stato, cittadini e istituzioni.
Non posso scordare il suo sguardo timido quando mi salutava. E non posso scordare le parole d’amore che una giovane donna ha pronunciato di fronte a quel suo compagno che si era fatto sommergere dalla disperazione, lei rimasta sola a guardare smarrita al futuro, in un mondo pieno di disparità che volgarmente ti fa osservare le troppe ricchezze degli altri mentre tu stenti a progettare la giornata successiva.
Quella notte di giugno è caduta la speranza di un uomo. Ma si è spenta anche la nostra speranza o sicurezza di non essere dis-umani e ingiusti.
Che piacere può dare un giorno che si aggiunge a un giorno e che allontana da morte?, urlava l’Aiace sofocleo che si apprestava a porre fine alla sua vita. E soggiungeva: E tu, Sole, che spingi il tuo carro alto nel cielo,/ quando vedrai la terra dei miei padri/ trattieni le briglie d’oro/ e annuncia la mia sventura e la mia sorte/ al vecchio padre e all’infelice mia madre:/ quando udrà la notizia, la misera, / riempirà la città coi suoi alti lamenti.
Noi siamo incapaci di alimentare speranze in chi è debole e non riempiamo le nostre città di lamenti quando soccombe.
Ma davvero crediamo che una parte degli uomini possa trarre diletto dalle briciole dei nostri banchetti di privilegiati?
Se la speranza si spegne/ e ricomincia Babele / che torcia illuminerà/ le strade della Terra? (Lorca)

Scuola media a Cortale: i compiti fantasma

Ricordo ancora la mia gioia di bambina per un bel voto inaspettato ad un compito scritto e la serietà con cui un’altra volta in seconda media ho ascoltato l’insegnante che, mostrandomi l’elaborato da lei corretto, mi spiegava che in un periodo ipotetico avevo sbagliato l’uso dei  modi verbali, poiché mi faceva confondere l’impiego in questi casi del solo condizionale nel dialetto cortalese. I compiti scritti servono in verità all’insegnante per verificare l’apprendimento degli alunni e per controllare la giustezza della sua stessa programmazione e metodologia; agli alunni è utile prendere visione degli elaborati corretti dal docente per divenire consapevoli della propria situazione e per evitare in futuro di ripetere gli errori commessi. Anche le famiglie hanno il diritto di conoscere l’andamento didattico dei figli e di tale andamento le prove scritte rappresentano una parte rilevante. Indubbiamente la libertà dell’insegnante è un valore fondamentale, ma i criteri di valutazione devono essere chiari e una pubblica comunicazione deve investire l’intero processo dell’insegnamento, così come i voti devono essere motivati. Esistono pure delle diavolerie definite griglie di valutazione precostituite, che ( udite, udite!) dagli insegnanti  dovunque sono fatte conoscere agli alunni preventivamente. A Cortale, invece, i ragazzi della scuola media fanno i compiti scritti, ma in qualche disciplina si dice che Continua a leggere