Barbara e l’uovo, la bambina e il cioccolato

Era ammalata, Barbara, e durante il giorno si trascinava a stento nei campi, lavorando. La sera poi tornava a piedi a Cortale e U chianu, il fondo in cui si recava, era parecchio distante dal paese: un altro spossamento.

Un affanno, quel corpo sofferente che non serviva più per le tante esigenze. La menopausa provocava amari scherzi e le contadine avvertivano le modifiche che avvenivano nel loro fisico: Sientu l’ovaii chi mi si stringinu, notava qualcuna. E quante abbiamo letto “Noi e il nostro corpo” ( scritto dalle donne per le donne ) sappiamo che questo in realtà succede.

E con difficoltà ormai Barbara mieteva, piantava semi e germogli, raccoglieva i prodotti, tagliava l’erba per il vitello. I lavori femminili della campagna non erano adatti per un corpo che non aveva più l’energia giovanile. Il collo era già spezzato per i pesi eccessivi negli anni portati sulla testa, le braccia erano stoccate per i troppi panni lavati al fiume, le maternità e l’allattamento prolungato ( finché i bimbi succhiavano il latte, la famiglia risparmiava perché meno avevano bisogno di altro nutrimento ) avevano tolto vigore . E – soprattutto – si sentiva piegata da un’estenuazione infinita e dura e nuova. Se ne vergognava, perché alle donne allora si chiedeva di essere delle macchine, incessantemente in moto da mane a sera.

Il medico le aveva detto d’includere nell’alimentazione qualcosa che le desse forza. Cosa?
Non era semplice, con la sua dispensa e cucina di contadina povera.

Ricorreva, per tale ragione, a ciò che era ritenuto miracoloso da coloro che negli anni ’50 vivevano una condizione economica come la sua: l’uovo.
Crudo, vugghiutu ( alla coque, quando lo si metteva in un pentolino con acqua ), arrustutu ( lo si appoggiava alle braci del focolare e allorché sudava significava che era pronto ), fritto, sbattuto con lo zucchero. Ad un certo punto, all’inizio dei Sessanta ( il lusso però era riservato generalmente agli adulti ), lo si beveva crudo con il saporito Marzala, il vino liquoroso siciliano: una popolare ghiottoneria che tutti ci permettevamo. C’era anche la cuzzupa di varie fogge ( un panierino, un fiocco, ecc.) ma con un uovo di gallina messo sempre sopra e quindi infornata, che costituiva lo squisito uovo pasquale della nostra infanzia. Insomma, si faceva ricorso a questo alimento come ad una manna e ad una panacea ed esso troneggiava nella cucina e nella sapienza culinaria di quei tempi: rara era la carne, almeno quella di vitello, talvolta si assaporava qualche pollo o gallina.

Per primi dovevano mangiare l’uovo i bambini, poi gli ammalati, gli altri venivano dopo in una gerarchia alimentare in cui non erano tutti uguali ma si distinguevano i diversi bisogni. Una sorta di organizzazione comunista a cui i poveri erano costretti.

Barbara abitava col marito in un vicolo, in una sola stanza nella quale aveva cresciuto i due figli. Uno spazio angusto, dove – naturalmente al focolare e naturalmente anche con l’afa estiva – si cucinava, si pranzava, si dormiva. Niente bagno e nessuna finestra.
Per respirare ci si metteva sull’uscio di casa.
E così lei mangiava il suo uovo appoggiata allo stipite della porta, forse per prendere fiato, forse per far vedere che era ammalata e farsi commiserare dai vicini, forse per mostrare agli altri che si poteva concedere una prelibatezza.

Gustava il suo uovo, Barbara, lentamente quasi che fosse cibo raro.

La bambina abitava di fronte. Dal proprio uscio guardava la donna intenta in quel rito di malata e le veniva l’acquolina in bocca, perché era una bambina e ai bambini viene sempre voglia delle cose altrui, figuriamoci negli anni Cinquanta. Ma Barbara mai la invitò ad assaggiare il suo uovo.

Venne, però, Natale e dalla Svizzera tornò come ogni anno il fratello maggiore, con vestitini nuovi e giocattoli per la piccola.
La valigia ( quella famosa, di cartone e tenuta dalla cordicella ) si apriva e mostrava meraviglie!
Una volta le aveva portato pure i mattoncini della Lego, a Cortale sino ad allora ignoti, e fu una festa per tutti i ragazzini del vicolo che lei orgogliosamente poteva stupire, persino i più ricchi.
Ma il fratello recava in dono, soprattutto, tanto ottimo cioccolato e questo era davvero incantevole e fantastico per la bimba.
Tante poglie e dai gusti differenti ( tavolette al latte, fondente, con le nocciole…), divorate leccandosi le dita e deliziando la gola con l’intensità che solo col cioccolato può aversi ( pure da adulti, se lo stato di salute non lo vieta! ).

Sull’uscio di casa la piccola gustava il proprio cioccolato, lentamente.
E guardava Barbara. E diceva fra sé: Mo’ agghiutta mbacante!, Adesso inghiotti tu a vuoto!
Alla faccia della bontà e innocenza infantile!
Ma – timidamente come riescono a fare i deboli umiliati, s’intende – i bambini si irritano e si corrucciano quando vengono mortificati. Specialmente se sono gli adulti a ferirli, a volte inconsapevolmente.

Vita quotidiana, in un vicolo contadino negli anni Cinquanta del secolo scorso.

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La ninna nanna di mia madre e il ricordo di una confinata

Ninna nanna Pietru Giuanni
ca la mamma jiu a castagni

si ti nde porte ti nde mangi
e sinnó ti assietti e ciangi

Negli anni Cinquanta, durante la mia infanzia, ho sentito questa triste ninna nanna accompagnata da un colpetto un po’ rude alle spalle: non si era abituati ad esprimere col corpo l’affetto, pur profondissimo.

Qui si narra di un bambino affidato a qualcuno ( zie, nonna o nonno, vicini di casa ) mentre la madre è al lavoro, ma il canto poteva essere intonato dalla stessa madre, come a me spesso accadeva quando la mia mi teneva in braccio e pronunziava parole che la dicevano assente.
Si vede una società contadina povera, nella quale il piccolo aspetta il ritorno materno e, se non arriveranno le castagne, non gli resterà che sedersi e piangere: le ninne nanne sono costituite da espressioni sussurrate al bambino per indurlo al sonno, che possono portarlo in un mondo magico ma anche nella realtà, nel nostro caso dura, in cui si vive.

Negli anni Settanta, per far dormire i nipotini che venivano dalla Svizzera e si esprimevano in un italiano stentato, mia madre in dialetto cortalese si abbandonava però ad un diverso canto, meno cupo e più arioso. Una volta i nipoti, già grandini, registrarono la voce della nonna. Io riuscii ad ascoltarla soltanto dopo circa quindici anni dalla sua morte, a fatica reggendo il dolore.
La registrazione avviene in due diversi tempi: il primo, presente pure mio fratello, il secondo in cui lei è sola con i piccoli.

Ninna ninna fiure amatu
pannizzeda de broccatu
si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera
si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse

O gienti bravi chi bi lu portati
strazzi non mi faciti la via via
ogne funtana mi lu rifriscati nommu li sembre luntana la via
ninna ah

Ninna ninna fiure amatu
pannizzeda de riniedu
si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera
si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse

Il canto viene interrotto da mio fratello, tuttavia mia madre riprende e intona

Ninna ninna fiure ama(tu)

ma procede con un’altra ninna nanna, quasi l’interruzione avesse scatenato un diverso flusso della memoria, come succede nella recitazione orale:

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà

Viene ancora interrotta, ma ricomincia

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà
ti lu porto un mbrì mbrì
fatti la nonna nonnì

Nella dinamica della composizione orale, in cui una parola o formula ha la funzione di richiamarne un’altra e sostiene il processo mnemonico, lei ricorda: li cantavi chista a Bettineda e quantu quagghiava. E mio fratello: mi ricuordu, era chida signora chi era…, cumpinata, dice lei, rammentando il tempo del fascismo quando a Cortale ci furono numerosi confinati, tra cui una donna che nel nostro vicolo a mia sorella porgeva un’altra ninna nanna.

E mia madre, che si è riappropriata di quel canto di esule, lo ripete e chiude la prima registrazione:

Fatti la nonna nonnina
quantu mu vene mammà
ti lu porto un mbrì mbrì
fatti la nonna nonnì

Il tono resta mesto, come in una nenia, ma – rispetto a ciò che a me nell’infanzia era narrato – in questa ninna nanna, ripresa e ritrovata nella memoria per i nipoti, il figlio è un fiore amato, vengono rievocati il broccato e fasce d’oro: un mondo fatato nel quale il bambino entra per incantamento, attraverso la voce della madre o dei parenti o di un’amica che Mussolini confinava nel tuo vicolo.

Da dove mia madre traeva il suo canto? Da una vasta area, certamente cantava assieme alle donne di Marsala, città per la quale Giuseppe Pitré nella seconda metà dell’Ottocento testimonia:
Si la mamma lu sapissi
D’oru ‘i fasci ti mittissi;
Si la mamma lu sapía,
D’oru ‘i fasci ti mittía;
E a-la-vò
Mia madre è nata nel 1914, la madre sua – da cui avrà appreso i canti – nella seconda metà dell’Ottocento, l’epoca di Pitré.

Non posso tacere ciò che ho provato nel leggere quanto da Pitré riportato per Marsala, il primo collegamento che ho trovato per le parole di mia madre: è stata tra le mie più forti emozioni intellettuali. Il canto di una contadina di un paesino della Calabria, vissuta sempre in un vicolo, l’osservavo inserito in un’area culturale vasta, su cui il grande studioso si era soffermato! A me, che ho sempre rispettato e sentito mia nelle più intime fibra la civiltà contadina da cui provengo, piace che sia stato detto e mostrato in maniera autorevole che mia madre ( e quante con lei hanno cantato e quante con lei hanno vissuto ) appartiene a tale tradizione culturale. Altro che chiusura contadina e dei nostri paesi! Altro che le ciance di quanti, prezzolati dai poteri, blaterano di un universo contadino mai esistito, di volgari e inventate tradizioni popolari, attuando quelli che che a me paiono autentici tradimenti ideali e di classe.
Pitré fa un’operazione culturale e insieme di giustizia sociale. E anche se il mio è stato solo un superficiale scorrere una piccola parte di quanto sulle ninne nanne egli ha raccolto, ciò è bastato per riportarmi alla letteratura “alta”, quella scritta che a scuola si studia. È stata una piacevole meraviglia, una sorta di intima ricomposizione psicologica e culturale. In verità, nessun maestro ha saputo insegnarci che dalla sapienza e dalla lingua contadina dei nostri genitori potevamo partire per innestarci e collegarci con la letteratura scritta. Spesso, invece, fummo istruiti tacitamente od apertamente a far tabula rasa di quanto conoscevamo. Non bisognava dire così, ma così. Poco importava che i nostri parlassero un bell’italiano antico, molto legato al latino ed al greco: un linguaggio colto, una profonda spiritualità, non qualcosa da cui allontanarsi.

Avvicinandomi di più alla raccolta del Pitré, ho visto che, nella novella Lu Re d’Anìmmulu, il giovane principe al proprio bambino di cui il nonno, il re d’Anìmmulu, ignora la nascita dice in una ninna nanna:
Re d’Animmulu sapissi
Chi si’ figghiu di sò figghiu,
‘Ntra fasci d’oru si’ ‘nfasciatu,
‘Ntra nachi d’oru si’ annacatu,
Tutta nnotti starìa cu tia;
Dormi, dormi, o vita mia!
Pitré stabilisce un confronto con Imbriani ( Quando mio padre saprà/ Con fasce d’oro ti fascerà) e con Gonzenbach dove a cantare sono le fate ( Si tò nanna lu saprà, / Fasci d’oru ti farà ) e con Basile ( Se lo sapesse mamma mia,/ ‘N conca d’oro te lavarria, / ‘N fasce d’oro te ‘nfasceria ), con Bernoni e le fiabe veneziane ( Fa la nana, bel bambin;/ Se la nana lo savesse, / In fasse d’oro t’infassaria;/ Fa la nana, anima mia ).
A Marsala e nel canto di mia madre la figura del re (che non sa ) è stato sostituito dalla madre. La mamma ( che non sa ) è in Basile.

Per quanto riguarda la ninna nanna della confinata, mia sorella ha avuto la fortuna di sentire – mentre sull’Europa infuriavano venti funesti – sillabe diverse dalle nostre e immagini non paurose ma attraversate dalla luce, attendendo che mammà tornasse e che portasse un mbrì mbrì. Nel sonno della bambina, spero che anche la donna abbia trovato conforto, come la Danae di Simonide. Io credo che la fresca risata a cui mia sorella sa ancora abbandonarsi provenga anche da quella melodia di un’esule non fascista, che le ha regalato l’attesa di un mbrì mbrì certamente irreale e vago ma che escludeva la rassegnazione ed apriva alla speranza.

Mia madre narra anche di un viaggio che si auspica senza strazzi, di una strada lungo la quale fermarsi per dare refrigerio al piccolo presso le fontane, che appaiono come una sorta di locus amoenus ( dove trovavano requie anche i pastori di Teocrito ).
È difficile ( per me ) stabilire collegamenti, perché il bambino pure oggi lo si conduce al sonno in vari modi, con diversi canti, a volte non legati strettamente al mondo infantile o che non hanno la funzione di indurre a dormire (importante è che egli senta una voce nota, di solito quella materna, essenziali sono il movimento di chi lo culla e la musicalità, il ritmo del canto). E le ninne nanne prendevano motivi anche da altri generi che nascevano per differenti occasioni e che venivano riadattati: penso per questa parte, ad esempio, ad alcune canzoni per le spose in Abruzzo che raccontano del cammino ( a volte si tratta di una partenza vera e propria ) verso la casa dello sposo e di un’entrata nel mondo della nuova famiglia per la giovane altro, che familiari e amici si augurano senza sofferenze. E penso soprattutto ad alcuni versi d’amore di Roghudi nella raccolta di Mandalari, che presuppongono una separazione, un doloroso discidium:
Ora si parti la felicitati!
Di mia si si parti e ssi pigghia la via!
O cavaleri, comu la levati!
Datinci jochi e spassu pe la via:
D’ogni funtana mi la rinfriscati,
Nno mmi si pigghia di malinconia.
All’ottu jorna vannu li so’ frati:
-Comu ccà ti la passi, parma mia?
-Sugnu comu li donni maritati;
Fora di la me’ casa, a la stranìa.
E con stranìa sovente in Calabria s’indicava l’America.

Mia madre cantava dunque assieme a tante ( e tanti ) del Mediterraneo e questo dono offriva ai propri nipoti negli anni Settanta. Li intratteneva con le parole di Re d’Anìmmulu, ma nell’antico patrimonio popolare ricevuto attraverso una secolare tradizione ( si la mamma lu sapera fasci d’uoru ti mentera/ si la mamma lu saperisse fasci d’uoru ti menterisse ) non è da escludere un suo personale profondo ri-creare. Le donne nostre erano consapevoli della loro povertà e della loro a volte impotenza: se la mamma sapesse e potesse, o figlio, ti offrirebbe fasce d’oro, questo forse è stato il sentimento avvertito da mia madre nel cullarci, espresso con l’antico periodo ipotetico di un principe, giovane padre. La ricchezza altrui era nota, erano noti il broccato e l’oro, ma nella società contadina si diceva: U non avire ti fa de non sapire, il non avere ti porta a non poter fare. Non resta che evocare la ricchezza attorno al sonno del proprio figlio e forse augurargliela: permane la mestizia ma in qualche modo il bambino non è più il povero Pietru Giuanni. E si immagina un mondo nuovo, che va oltre le castagne.

E una sera mia madre rimane sola con i nipoti e dispiega di nuovo il suo canto, facendo aggiunte rispetto al precedente, com’è naturale per gli omerici aedi e rapsodi e in ogni letteratura e diffusione poetica orale, in cui un elemento del lirico componimento aiuta a rammentare altri componimenti:

O gienti buoni chi bi lu levati
strazzi no li faciti la via via
ninna ah ah
ogne funtana mi lu rifriscati nommu mi pare luntana la via
ninna ah ah

Ninna e ninna ninnettosa
la via via cu santa Rosa
santa Rosa jiu cantandu
cu tri cinguli va sonandu
va sonandu e va diciendu:
“L’aiu a lu sinu chi mi sta dormiendu”
ninna ah ah

Ninna ninna ninna e nonna de luntana
ch’è Dio cu la Madonna
la Madonna e lu Signure
l’acceduzzi cantaturi
cantaturi e canta gente
cantu a ‘Ntonuzzu mio ch’ede innocente
ninna ah ah

O gienti buoni chi bi lu levati
strazzi no li faciti la via via
ninna ah
ogne funtana mi lu rifriscati
nommu mi pare luntana la via
ninna ah

Compaiono stavolta Dio, i santi, la Madonna, il Signore che spesso nella poesia popolare vengono invocati e ai quali il bimbo nelle ninne nanne viene affidato perché lo proteggano dalla realtà amara. Si sentono suoni e ci sono cinguli, si odono gli uccellini: cantaturi e canta gente, dice mia madre, e Pitré ricorda O sonn’ingannatore, nganna-gente per Gessopalena, il sonno al cui incanto si voleva indurre il piccolo, spesso perché le donne potessero dedicarsi ai loro lavori. Mi ngannau u suonnu, si affermava ancora a Cortale negli anni Cinquanta, se il sonno ti sorprendeva.
Ninna e ninna ninnettosa, canta mia madre ( ubbidendo solo alla rima e non al significato), ma a Monteleone si diceva Dormi, dormi, dormi e posa e a Rossano Va’ dorma, gioia mia, và dorma e posa. In mia madre sembra ( si potrebbe però ipotizzare una sintesi di canti ) che santa Rosa stessa abbia al seno il bambino, altrove ( ad esempio, ad Acri ) si ha un dialogo in cui la Madonna – che passa per le strade della terra – chiede alla madre del piccolo dove egli sia e quella risponde di averlo al seno, addormentato. La donna non dimentica di invocare la protezione di Maria su suo figlio ( fammillu stari buonu ). In altre ninne nanne – soprattutto siciliane- la Madonna cura amorevolmente Gesù, attorno alla cui naca cinguettano gli uccelli e aleggia l’armonia di un ninnare.

Ecco l’atto d’amore di mia madre, che tornava a se stessa giovane sposa, che quei canti aveva per la prima volta sussurrato a ‘Ntonuzzu suo innocente e ripeteva adesso per i figli del suo diletto primogenito.
Il suo è un canto mesto ( il tono ricorda quello che da bambina ho sentito dalle donne durante i funerali e la lunga sua insistenza su ah finale è quella dei pianti ) che registra una condizione ingrata e una vita grama, ma contiene anche visioni idilliache e di splendore. Il piano della realtà e quella del sogno/sonno nel quale il bimbo sta per entrare si intersecano.

García Lorca vedeva riflessa nelle ninne nanne delle donne spagnole la disperazione della loro esistenza e Alan Lomax nota che nel Mezzogiorno esse sono cupe, rispetto a quelle del Nord dell’Italia. La questione meridionale si riflette nella narrazione malinconica della vita quotidiana!
Giuseppe Ganduscio ricorda quanto addirittura la guerra incombesse sul sonno dei bambini:

Ed alavo’ figliuzzu ammannatu
suliddi semu to’ patri è surdato

Ed alavo’ figliuzzu di Diu
ca tu nascisti e to’ patri muriu

Nelle ninne nanne le donne esprimevano dunque anche il dolore della propria vita, a volte minacciavano il bambino, si evidenziavano persino i sentimenti ambivalenti verso la maternità, ma Danae in mezzo alla tempesta del mare, mentre Perseo inconsapevole dorme, leva il proprio lamento e sussurra: Ma io prego, tu riposa, o figlio, e quiete abbia il mare ed il male senza fine riposi: che è in fondo l’augurio di ogni madre alla propria creatura. Della mia certamente, che avrà sentito profondamente quel bel dativo dall’intenso coinvolgimento affettivo raccomandando: “ogne funtana mi lu rifriscati”.

Alla fine del canto di mia madre, la nipotina le chiedeva: Spengo la luce?
E la luce si spense.

Molestie a chi?

Non so la vastità e i netti contorni del fenomeno da alcuni mesi denunciato da tante, ma certo è che le rivelazioni che si susseguono hanno un merito: mostrano il verminaio in cui  sono abitualmente immerse le donne, tutte non solo quelle dello spettacolo.
Oltre alla terribilità e all’orrore della violenza sessuale, le donne in verità subiscono quotidianamente mille soprusi: sono anzi questi l’humus che nutre l’acme delle brutalità, lo stupro.

Quale donna sull’autobus non ha sentito un corpo di maschio avvicinarsi senza averlo in nessun modo chiesto?
Chi, facendo una fila, non ha dovuto sottrarsi alle altrui fantasie?
Io ne ricordo una persino alla mensa universitaria, allorché fui obbligata a girarmi per dire all’idiota di turno di mantenere una garbata distanza.
E non sono bazzecole.

E poi al cinema!
Rammento ancora quando, trovandomi nella mia città universitaria, pensai di trascorrere al cinema il vuoto pomeriggio in cui gli uffici erano chiusi, da sola dal momento che mi trovavo da sola. Riproponevano La caduta degli dei e mi sembrava un dono poter assistere ad un’opera di Visconti, io a cui il cinema era negato poiché vivevo abitualmente in un piccolo paese.
Non scordo il disagio durante la proiezione, cui mi costrinse un giovanotto seduto accanto a me, il quale evidentemente riteneva che, visto che io ero mi ero recata al cinema senza accompagnatore, fossi in cerca di emozioni hard.
Una signora, che allora ai miei occhi di ragazza parve anziana, affettuosamente mi invitò a  mettermi vicino a lei.

In seguito, quando periodicamente andavo all’università ( non la frequentavo, purtroppo ) il pomeriggio non ebbi più l’ardire di recarmi da sola al cinema. La perdita fu enorme: perché non potei godere di quest’arte da me tanto amata e soprattutto perché fu una delle numerose occasioni in cui in me si insinuò la terribile consapevolezza che parecchi orizzonti e spazi mi erano preclusi in quanto donna. Il senso di ripiegamento interiore fu, ed è stato ogni volta, dolorosissimo.
E non sono bazzecole.

Di ciò, non solo degli stupri, sono colpevoli gli uomini nei riguardi delle donne: delle ingiuste sconfitte intime, psicologiche.
Ecco perché accolgo con favore quest’ultima denuncia femminile ( di cui non mi interessano alcuni dettagli che ritengo secondari ): perché svela un rimosso e palesa il putrido di una società che continua a creare difficoltà e inciampi alla costruzione di sé delle donne come persone.
E non sono bazzecole.

Neppure l’età ( che dovrebbe essere) veneranda, nel tempo in cui credi di poter finalmente guardare tranquilla il mondo e vuoi godere dei benefici della distanza da ogni tipo di seduzione, neppure la modifica dell’antica bellezza ti protegge e ti tiene lontana da gratuite ingerenze maschili.

Ho lavorato a Crotone e della città rammento in primo luogo le donne, di una peculiare disinvoltura e spontaneità oltre che avvenenza. Nella piazza principale, c’è uno specchio e le vidi con piacere in tante fermarsi e aggiustarsi i capelli e controllare il trucco: mi apparve un fatto positivo, in quel centro che conservava parecchie importanti tracce della cultura operaia.
Capitava che le donne, aspettando l’autobus, ti chiedessero se fossi un avvocato dal momento che avevi la borsa con i libri o ti raccontassero aspetti della loro giornata.
Una di queste mie amiche per un giorno di Crotone, una signora anziana, volle confidarmi una sua preoccupazione e un suo disagio. Pensava che l’età avanzata l’avrebbe tenuta al riparo dagli idioti, ma un vicino la importunava e sempre ad una certa ora si appostava vicino casa sua e la controllava procurandole apprensione.
Era smarrita mentre me lo diceva: non capiva. Sembrava me, quando – ragazza curiosa dell’arte in un cinema di Messina – uno sconosciuto mi volle insegnare che io ero non-libera.

Quanti insegnamenti non richiesti riceviamo noi donne! Quanti estranei e quante persone amate ci vogliono spiegare noi stesse e il mondo!
La domanda che allora sale forte dalle ultime denunce sulle molestie che tante hanno subito e subiscono è che sono necessari rapporti nuovi: è urgente che i maschi si abituino a immaginare un tèmenos, uno spazio sacro invalicabile, che circonda le donne e le separa dalle loro mani e voglie.

Che il mondo possa essere nostro, senza intralci e senza prezzi da pagare.

Toglimi la spina! Cacciami u pirune!

…non sapete cos’è che quattro chiocciole possono significare di cammino fatto, di sarmenti frugati, di sassi rivoltati, e di spine rimaste nelle mani e di dita schiacciate, dice polemicamente una contadina a un’altra donna non esperta della fatica dei campi.

Basta poco per ridestare la memoria. E Vittorini è autore che particolarmente io sento consonante.

Negli anni Cinquanta e sino almeno ai Settanta, le mani degli abitanti del mio vicolo erano spesso e per diverse cause gonfie e arrossate o con le dita attaccate dal pus ( mi chiumpiu ) od ulcerate.
Ed esisteva un frequente e collettivo rito: cacciare i piruni, estrarre le spine, soprattutto la sera al ritorno dalle campagne.
A Rosina, m’u cacciati nu pirune pe l’animi de i muorti? E si prendeva la mano altrui in un gesto di pietas.
Ede biedu ndintruMi s’azziccau oje, pulizzandu cierti ruvetta – Ca doppu chi no stacimu fiermi mai! -Viderà ca ncuna vota ni riposamu puru nui, quandu ni nde jamu cu i piedi avanti.

Non si stava mai fermi, si lavorava senza sosta alcuna e si era tristemente consapevoli che forse ( viderà, vedrai ) l’unico riposo ci sarebbe stato con la morte: viderà, un futuro fuori però dalla storia.
Intanto, per liberare quelle benedette mani dal dolore lancinante, si usava solitamente l’ago dopo averlo sterilizzato sul fuoco, ma gli aghi che possedevamo qualche volta erano arrugginiti.
Menu male ca mi lu cacciastivu, siti ngalipata e aviti a  manu leggia, mi sientu già miegghiu: ca mi paria c’avia nu cane nta lu jiditu!

Spesso si chiedeva aiuto ai giovani che avevano la vista migliore, dal momento che di occhiali contro la presbiopia neppure l’ombra. Io non di rado prestavo soccorso ed ero brava, levavo pure le spine più minute e insidiose e quelle che erano penetrate troppo a fondo, biedi ndintru. Con pazienza.

Erano colpite specialmente le mani femminili, le più delicate. Mani che facevano qualsiasi lavoro, pecchí a nui non ni cadinu l’aneda. Mani di contadine, senza anelli da proteggere e salvaguardare.

Le mani delle donne di casa mia si erano indurite per adattarsi alle tante fatiche e durezze: freddo, fuoco ( mia zia prendeva tranquillamente con le mani i tizzoni fumanti e fastidiosi per gli occhi per toglierli dal braciere! ), acqua continua ( tiegnu sempe i mani nta l’acqua, esclamavano le nostre madri, che sovente da anziane hanno pagato ciò con i dolori reumatici ), a volte persino la pesante zappa o più spesso la piccola zappuda, il falcetto ( runcigghiu ) sempre con sé ( a lu fiancu, attaccato al fianco) per tagliare i ruvietti, i rovi.
Eppure restavano mani delicate. E belle e dignitose.

Benedette e fortunate le nostre mani, oggi: aggraziate e trattate con creme e che – se vogliamo – godono delle attenzioni della manicure. Non quelle di tutte, purtroppo, perché adesso ci sono i nuovi dannati della storia.
Ma tante indossiamo abitualmente i guanti se dobbiamo lavorare ( ad esempio, in giardino ), oltre che contro il freddo.
Io non rimpiango certo i disagi del passato.

I guanti li mettevamo però ai nostri morti, nella società contadina. E i figli abbiamo continuato il rito non nostro, ma che per i nostri padri era attraversato da qualche speranza per l’eternità.
A mia madre, siccome avevamo scordato di farlo, abbiamo mandato i guanti quando qualche anno dopo morì mio cugino.
Che fosse protetta nel caso si imbattesse in rovi.

Noi figli di contadini sappiamo, direbbe Vittorini. E, anche se agnostici, non abbiamo voluto negare quelle speranze ai nostri vecchi: nutriamo di queste laiche tenerezze per chi abbiamo amato e per chi sulla terra non ha mai conosciuto requie dalla fatica.

Rime e ritmi: il corpo delle donne

Giovenale vuole attaccare i greci, in quanto stranieri ed abili intellettuali, ma trova ancora occasione per aggiungere ulteriori versi contro un altro suo bersaglio preferito, le donne. E certamente non è strano che il pregiudizio nei riguardi dell’universo femminile si accompagni a quello nei confronti del diverso, dell’estraneo, del tempo presente e delle sue novità a cui si preferisce un idillico e mai esistito passato.
Il poeta sostiene che nessuno meglio di un greco sappia recitare un ruolo femminile. E guardate cosa nella satira dice, con quella sua capacità di creare potenti immagini icastiche: Proprio ti sembra che una donna parli, non un attore; tutto vuoto e piano diresti in lui dal ( piccolo ) ventre in giù, solcato solo da una stretta fessura.
Le donne saremmo dunque un vacua et plana omnia, un vuoto, una mancanza di, una sorta di piatto deserto. Noi cioè non siamo delle possidenti una vagina ( figuriamoci degli esseri dotati di anima e ragione, come invece riteneva quel matto di Euripide! ), ma un’assenza. Cosa che in fondo affermerà più tardi lo stesso Freud, quando parlerà di invidia del pene: una parte della sua moderna scienza, questa, soggetta a critiche e di certo alquanto caduca.
Le donne come un vuoto e il nostro organo sessuale, segno della nostra identità, fonte del nostro piacere e origine del mondo com’è mostrato da Courbet, una rima, una fenditura, una tacca. Stando così le cose, non ci resterebbe in verità che invidiare il pene!
Ahinoi! Sulle donne anche i più grandi ingegni hanno partorito e partoriscono fesserie, commettendo dei…lapsus freudiani, è il caso di dire: sono errori sintomatici, perché il grado di civiltà e di mentalità progressista si misura sempre soprattutto sull’atteggiamento che si ha verso le donne, che si recalcitra sempre a considerare persone.
Per esempio, soltanto quando Bergoglio proclamerà  che pure le donne hanno il diritto di accedere al sacerdozio forse si potrà cominciare a pensare che egli sia un papa innovatore: suvvìa,  nel cristianesimo delle origini ( a cui ogni tanto sarebbe bene guardare! ) esistevano delle schiave quae ministrae dicebantur, come testimonia Plinio il Giovane.
Quanto al corpo delle donne, a Cortale si tramanda un grazioso aneddoto. Si racconta che una signora fosse interrogata dai carabinieri dopo la partecipazione ad uno sciopero: ” Lei è stata ferita nel tumulto?”, “Gnornò, nu pocu cchiù supa”. La parola tumulto indica bene una percezione di sé che le donne molto spesso hanno, una percezione parecchio lontana dall’algido ed asettico passera, uno dei numerosi termini con cui si è invece immiserita e domata la potenza della sessualità femminile.
E per ciò che concerne l’immaginario maschile su di noi, meglio quanto detto sulla rima da Manganelli, il quale scrivendo alla sua donna ha espressioni piene di passione ed erotismo! Quanto sto bene stretto a te, con te, su di te, dentro di te: guaina, fodero, rilegatura, discesa, labirinto, adito.