Barbara e l’uovo, la bambina e il cioccolato

Era ammalata, Barbara, e durante il giorno si trascinava a stento nei campi, lavorando. La sera poi tornava a piedi a Cortale e U chianu, il fondo in cui si recava, era parecchio distante dal paese: un altro spossamento.

Un affanno, quel corpo sofferente che non serviva più per le tante esigenze. La menopausa provocava amari scherzi e le contadine avvertivano le modifiche che avvenivano nel loro fisico: Sientu l’ovaii chi mi si stringinu, notava qualcuna. E quante abbiamo letto “Noi e il nostro corpo” ( scritto dalle donne per le donne ) sappiamo che questo in realtà succede.

E con difficoltà ormai Barbara mieteva, piantava semi e germogli, raccoglieva i prodotti, tagliava l’erba per il vitello. I lavori femminili della campagna non erano adatti per un corpo che non aveva più l’energia giovanile. Il collo era già spezzato per i pesi eccessivi negli anni portati sulla testa, le braccia erano stoccate per i troppi panni lavati al fiume, le maternità e l’allattamento prolungato ( finché i bimbi succhiavano il latte, la famiglia risparmiava perché meno avevano bisogno di altro nutrimento ) avevano tolto vigore . E – soprattutto – si sentiva piegata da un’estenuazione infinita e dura e nuova. Se ne vergognava, perché alle donne allora si chiedeva di essere delle macchine, incessantemente in moto da mane a sera.

Il medico le aveva detto d’includere nell’alimentazione qualcosa che le desse forza. Cosa?
Non era semplice, con la sua dispensa e cucina di contadina povera.

Ricorreva, per tale ragione, a ciò che era ritenuto miracoloso da coloro che negli anni ’50 vivevano una condizione economica come la sua: l’uovo.
Crudo, vugghiutu ( alla coque, quando lo si metteva in un pentolino con acqua ), arrustutu ( lo si appoggiava alle braci del focolare e allorché sudava significava che era pronto ), fritto, sbattuto con lo zucchero. Ad un certo punto, all’inizio dei Sessanta ( il lusso però era riservato generalmente agli adulti ), lo si beveva crudo con il saporito Marzala, il vino liquoroso siciliano: una popolare ghiottoneria che tutti ci permettevamo. C’era anche la cuzzupa di varie fogge ( un panierino, un fiocco, ecc.) ma con un uovo di gallina messo sempre sopra e quindi infornata, che costituiva lo squisito uovo pasquale della nostra infanzia. Insomma, si faceva ricorso a questo alimento come ad una manna e ad una panacea ed esso troneggiava nella cucina e nella sapienza culinaria di quei tempi: rara era la carne, almeno quella di vitello, talvolta si assaporava qualche pollo o gallina.

Per primi dovevano mangiare l’uovo i bambini, poi gli ammalati, gli altri venivano dopo in una gerarchia alimentare in cui non erano tutti uguali ma si distinguevano i diversi bisogni. Una sorta di organizzazione comunista a cui i poveri erano costretti.

Barbara abitava col marito in un vicolo, in una sola stanza nella quale aveva cresciuto i due figli. Uno spazio angusto, dove – naturalmente al focolare e naturalmente anche con l’afa estiva – si cucinava, si pranzava, si dormiva. Niente bagno e nessuna finestra.
Per respirare ci si metteva sull’uscio di casa.
E così lei mangiava il suo uovo appoggiata allo stipite della porta, forse per prendere fiato, forse per far vedere che era ammalata e farsi commiserare dai vicini, forse per mostrare agli altri che si poteva concedere una prelibatezza.

Gustava il suo uovo, Barbara, lentamente quasi che fosse cibo raro.

La bambina abitava di fronte. Dal proprio uscio guardava la donna intenta in quel rito di malata e le veniva l’acquolina in bocca, perché era una bambina e ai bambini viene sempre voglia delle cose altrui, figuriamoci negli anni Cinquanta. Ma Barbara mai la invitò ad assaggiare il suo uovo.

Venne, però, Natale e dalla Svizzera tornò come ogni anno il fratello maggiore, con vestitini nuovi e giocattoli per la piccola.
La valigia ( quella famosa, di cartone e tenuta dalla cordicella ) si apriva e mostrava meraviglie!
Una volta le aveva portato pure i mattoncini della Lego, a Cortale sino ad allora ignoti, e fu una festa per tutti i ragazzini del vicolo che lei orgogliosamente poteva stupire, persino i più ricchi.
Ma il fratello recava in dono, soprattutto, tanto ottimo cioccolato e questo era davvero incantevole e fantastico per la bimba.
Tante poglie e dai gusti differenti ( tavolette al latte, fondente, con le nocciole…), divorate leccandosi le dita e deliziando la gola con l’intensità che solo col cioccolato può aversi ( pure da adulti, se lo stato di salute non lo vieta! ).

Sull’uscio di casa la piccola gustava il proprio cioccolato, lentamente.
E guardava Barbara. E diceva fra sé: Mo’ agghiutta mbacante!, Adesso inghiotti tu a vuoto!
Alla faccia della bontà e innocenza infantile!
Ma – timidamente come riescono a fare i deboli umiliati, s’intende – i bambini si irritano e si corrucciano quando vengono mortificati. Specialmente se sono gli adulti a ferirli, a volte inconsapevolmente.

Vita quotidiana, in un vicolo contadino negli anni Cinquanta del secolo scorso.

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Claudia, Rita, Valeria, Ottavia, Mariliana, Linda, Gilda ed Anna: gli anni con voi e molte altre, a Como.

Como, Casa della Giovane.Eravamo giovani donne che lavoravano come supplenti nella scuola ed abitavamo – perché conveniente dal punto di vista economico – alla “Casa della giovane”, gestita da suore. Una parte delle stanze si affacciava sul lago di Como, vicina era l’incantevole Villa Olmo, sullo sfondo la collina di Brunate.
La cucina ed i bagni erano però in comune e dividevamo le piccole camere con altre inquiline.

Io vi arrivai al secondo anno di insegnamento in Lombardia, dopo il precedente  abbastanza difficile in cui avevo dovuto affrontare tante novità tutte in una volta, e quello stare assieme mi giovò e lo ricordo come un periodo felice.

Vivevo assieme a delle giovani che venivano da varie parti d’Italia, come me ancora non di ruolo e come me di spirito indipendente e disposte a partire, pur di non chiedere niente a nessuno. Eravamo, inoltre, lavoratrici serie che passavano il pomeriggio a studiare: tutte persone che sono state apprezzate dalla laboriosa Lombardia. Lo dico con chiarezza, senza false modestie.
Parecchie di noi – non più giovanissime – avevano naturalmente mondi segreti e già intime ferite.

Le suore erano discrete, non badavano alle nostre idee ed a me, non credente, non fu mai chiesto di andare a messa. Bisognava, certo, rientrare in orario ed era presto, ma avevo scelto di stare in un istituto e quindi ne rispettavo le regole.
Un giorno tornando da scuola a suor Betty, la più anziana che stava all’entrata, infilai l’ago e lei mi ringraziò esclamando “Ti ha inviata il Signore!”. “Non per così poco, suor Betty!”, dissi io, pensando alla mia vecchia madre che avevo lasciato a Cortale e che sempre si faceva aiutare con cruna e filo.

Nella camera accanto, sul lato dov’era il mio letto, dormiva Rita che veniva dalla Campania.
Le stanze erano separate solo da un pannello di compensato: il buon cuore cattolico – è noto – è sensibile al guadagno. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per due metri di spazio da spartire con un’altra persona, pagavamo infatti più di quattrocentomila lire. Ma si poteva soggiornare soltanto il tempo della supplenza evitando un affitto mensile che non avremmo potuto affrontare con un lavoro precario, il posto era sicuro, era al centro, ben servito dagli autobus: tutti vantaggi per delle lavoratrici non residenti e, diciamo così, stagionali.

Quando la sveglia di Rita al mattino suonava, anch’io la sentivo e insieme sentivo guarire ogni mia sofferenza per la lontananza da casa o per la durezza di un’occupazione precaria. Avvertivo di essere inserita nel ritmo collettivo del lavoro e ciò mi dava forza. In tutta Italia – pensavo – le persone che devono guadagnarsi da vivere in questo momento si alzano e affrontano la giornata.
Il pomeriggio, Rita – come me – preparava la lezione o correggeva i compiti.
Ogni tanto smettevamo e andavamo nella stanza dell’altra per chiacchierare.

A volte dal frigo scompariva qualcosa e la lunga fila al bagno non era piacevole. A me ciò comportava levatacce ma sono mattiniera, come ogni contadina che si rispetti.
Ci confrontavamo, però, sul modo di valutare lo scritto di un alunno o sulle domande da fare per partecipare ai concorsi o, semplicemente, su come raggiungere un paese della Val d’Intelvi in cui c’era una nuova supplenza per noi. È stato il mio periodo di vissuta sorellanza.

Incoraggiavamo ovviamente chi accettava una lunga permanenza a Premana, un centro ameno dove a causa della neve bisognava soggiornare e perciò separarsi dai nuovi amici e lasciare le attrattive della città. Non era indolore il tenersi lontane dalla pratica dei favoritismi! Nel mio caso ( in Calabria avevo rifiutato la raccomandazione addirittura offertami ) implicò la distanza da mia madre nei suoi ultimi anni e – soprattutto – la consapevolezza che anche lei pagasse un costo e soffrisse.

Rita come me era laureata in lettere classiche e rammento che alle convocazioni in Provveditorato aspettò per sincerarsi che anch’io avrei avuto la nomina annuale: l’agognata  nomina annuale voleva dire essere tranquille per dei mesi.

Con Claudia, che veniva da Cosenza, abbiamo diviso la stanza per un anno e non abbiamo mai litigato.
Eppure io amo dormire al buio, lei – terrorizzata dai terremoti – aveva una lucetta portata dalla Calabria: abbiamo risolto la questione nascondendola alla mia vista con dei libri. A turno provvedevamo a tenere pulito l’angusto spazio concessoci, studiavamo vicine ( a due tavoli differenti! ).
La sera lei, munita di gettoni, scendeva nella guardiola per telefonare a casa dove aveva lasciato il marito e un figlio poco più grande di un anno. Quando il piccolo si rifiutava di parlare o non la riconosceva, tornava in stanza in lacrime. Costava quella nostra indipendenza rispetto alla moda, al Sud diffusa, di raccomandarsi presso qualche preside!

Claudia insegnava negli istituti professionali e nel pomeriggio era impegnatissima a preparare le attività. In seguito, in Calabria, io ho avuto a che fare con colleghi che ritenevano che tali istituti – fondamentali perché formano i tecnici dei vari settori – non richiedessero attenzione.

Ottavia, che veniva dalla Puglia, era tra le più giovani. La ricordo camminare nei corridoi, col suo codino biondo ondeggiante. Una mattina venne affranta a dirmi della morte di Freddie Mercury. Ero lontana dalle sue passioni musicali e ancora mi spiace di non aver partecipato a quella pena con la dovuta intensità.
Lei era curiosa e colta e sensibile ed assieme andammo al cinema per “Rapsodia in agosto” di Kurosawa: fu un giorno incantato e continuo a portare nella borsa il biglietto di ingresso. È raro che si possano condividere alcune passioni culturali, anzi a volte capita di doverle celare per evitare imbarazzi o noie e ciò provoca un sottile disagio.

Qualche tempo dopo ( man mano, ognuna era passata di ruolo ed era tornata nella sua regione, qualcuna aveva invece deciso di rimanere in Lombardia per sempre ) Ottavia mi rintracciò e decidemmo di vederci, a Napoli. Nonostante la distanza, facciamo tuttora parte l’una della vita dell’altra.

Mariliana veniva dall’Abruzzo.
Era una personcina gentile nei tratti fisici e nei modi e contemporaneamente ferma nei propositi.
A volte mi pare ancora di udire la sua fresca ed allegra risata.

Tutte cercavamo di rendere nostro con qualcosa il poco spazio toccatoci, in quella strana e per molti aspetti scomoda comune.
Lei aveva una ciotolina a fiori azzurri delicati nella quale puliva le lenti a contatto: sono certa che intendesse abbellire in tal modo il suo vivere in un luogo per lo più estraniante.
Io ammiravo l’oggetto grazioso e Mariliana nel momento di tornare a casa me lo diede in dono.

Valeria veniva da Catania e faceva la postina. Era schiva, ma quando ci separammo sussurrò che non mi avrebbe mai dimenticata.
Possedeva l’arte siciliana del raccontare e mi narrò con fine ironia e senso del comico le iniziali difficoltà di orientarsi nel consegnare la posta in una città sconosciuta e alcune disavventure sue e degli utenti, a cui ad esempio a volte il quotidiano fu recapitato… con qualche giorno di ritardo.
Mi trasportò, inoltre, in un pomeriggio torrido di Catania. Valeria bambina corre corre e corre e arriva trafelata dal medico: Dottore, la nonna dice che se tossisce le fa male il petto.
E Valeria nuovamente corre corre e corre per portare il secco consiglio: Dille di non tossire, allora!

Cara Valeria, che per avere l’impressione di possedere una casa aveva affittato un’intera stanza, sebbene la spesa fosse troppa! In essa, posta vicina alla cucina e il cui interno se l’uscio era aperto potevamo intravedere nel passare, si erano trasferiti un po’ di immagini e sapori siciliani, ma nessuna di noi poté mai entrarci.

Nei miei anni di “collegiale” conobbi nella scuola di San Fedele Intelvi anche Linda, che era della bella Varenna.
Mi invitò a passare un fine-settimana nella sua abitazione e vidi posti meravigliosi e godetti della bellezza assoluta del lago di Como e l’ascoltai raccontare della nonna che da fanciulla teneva un diario ed era esperta sciatrice.

Con Linda parlavamo spesso di noi, specialmente sull’autobus che ci riportava a casa. Era giovane e avvenente ed aveva dei contrasti in famiglia, perché stava  con un modello di cui era molto innamorata. Una volta però mi disse che ciò che desiderava di più era riuscire a conquistare una stabilità professionale: il suo investimento principale non era quello amoroso.
La ragazza ( assieme alle donne che in Lombardia incontravo sui mezzi pubblici, umili operaie truccate e curate ) mi fece riflettere e mi mostrò cosa significhi avere la cultura del lavoro.

I miei genitori erano lavoratori seri, io stessa in teoria sapevo dell’importanza del lavoro per la realizzazione di sé di una donna: ma non lo sapevo nelle più nascoste fibre, in maniera tale da non dolersi troppo per le esperienze d’amore che in fondo ponevo al centro.
Ero avanti per tante cose ( divorzio, aborto, diritti civili, etc. ), ma nell’intimo avevo – rispetto a Linda e alla cultura lombarda –  una fragile educazione sentimentale.
Davvero Linda mi aiutò ad essere forte e indipendente nel profondo.

A Como frequentai pure Gilda, affascinante come il suo nome e fiera e coraggiosa, con cui ci scambiammo confidenze importanti.
E ritrovai Anna, mia compagna di ginnasio, che allorché arrivai un po’ smarrita in Lombardia mi accolse in casa, con una generosità rara e preziosa. La mia presenza fece diventare gli spazi più stretti e caotici: vestiti ovunque, letti condivisi e a volte quindi persino le febbri.

Quando mi fu possibile, decisi di trovare alloggio altrove e lo comunicai ad Anna confessando che avevamo esigenze diverse.
Possiamo modificare le esigenze, rispose lei che voleva aiutarmi pur avendo rispetto a me una stabilità lavorativa. Non credo di aver mai più incontrato un’anima simile e questo essere addirittura pronti a cambiare un po’ se stessi per riuscire ad andare verso l’altro.
Che poi è quello che ci chiede l’odierna epoca, con i tanti che in Italia giungono sperando di avere un’esistenza migliore.

Oggi la medesima “Casa della giovane” riflette il mutamento dei tempi: attualmente  è tenuta da suore messicane.
Ma già negli anni in cui io vi abitai cominciavano ad arrivare le donne africane, segno di una molto ampia emigrazione femminile nel mondo. Ci meravigliavano con i forti odori della loro cucina che si diffondevano nell’edificio già di primo mattino, mentre bevevamo  il nostro solito caffè e mangiavamo di fretta tutt’al più qualche biscotto.

Le arance di Francesco o del senso della vita di un uomo

Mangio le arance con piacere: ne gusto la bontà dei sapori, in bocca avverto con benessere la polpa agro-dolce, mi incanta la bellezza del colore solare e allegro.

È stato sempre così, ho avuto sempre un buon rapporto con tale frutto.
Da bambina le sbucciava mio padre e l’operazione di fine intaglio terminava con una magia, perché egli dalla buccia ricavava una sorta di occhiali che noi bimbi mettevamo sul visetto, contenti.

Non le consumavamo spesso, perché non le producevamo nei nostri campi. Ma quando ero adolescente, mia zia cominciò a portare a casa tante arance, avute in cambio di patate che avevamo in quantità: ‘e cangiava cu patati, come si diceva.
Feci allora delle scorpacciate di quel frutto che mi seduceva anche perché noi non lo coltivavamo.
Lei mi osservava sorridendo perché non faceva in tempo a sbucciarmele ( sono stata molto coccolata! ) che io le divoravo e in quantità, complice la giovinezza e la salute di cui godevo.
Pure i fichi d’India arrivavano in casa nostra tramite i baratti di mia zia, che me li mondava senza guanti ed io li mangiavo in abbondanza. Li adoro ancora adesso, ma non li assaporo quasi più, perché manca chi mi protegga dagli aculei della pianta.

I minuscoli appezzamenti di terra che possedevamo o avevamo in affitto erano affidati alla zappa di mio padre, il quale è stato un contadino competente, che ha lavorato con impegno e scrupolo ma non ha amato questo mestiere. Ha anzi cercato, quando ha potuto, di fare altro ed ha accompagnato l’attività principale ad un modesto commercio, ad esempio quello legato alla vendita del bozzolo del baco da seta.
Credo che proprio per il suo non radicamento nell’esistente e non accontentarsi, per la sua sottile inquietudine, egli abbia fatto studiare i figli, un’impresa un po’ titanica per una famiglia contadina. Certo, mi ha trasmesso la bella capacità di sentirmi come persona e non per il mestiere che faccio (o il sesso a cui appartengo ).

Poi nella nostra vita giunse un uomo gentile e intelligente, mio cognato Francesco, che piantò aranci nei nostri fazzoletti di terra e ne piantò una varietà particolare, lui che sull’ultimo posto di lavoro – un’azienda agricola calabrese – aveva conosciuto cose nuove, rispetto a mio padre che era di oltre vent’anni più grande.

Nell’azienda – dove arrivò dopo l’emigrazione e ormai adulto, con moglie e figli – Francesco divenne un intenditore di piante, fiori e frutti. Era stato da bambino e ragazzo contadino nel campo dei genitori, poi in Svizzera giardiniere e – avendo studiato a Zurigo di sera – tornitore, infine ancora giardiniere al rientro in Calabria: come se tornasse al se stesso giovanissimo con i saperi di una vita, avendo imparato prima dal padre e in seguito dagli svizzeri, i quali certo avevano un’agricoltura meno arretrata della nostra, intendo dire meno affidata alle braccia, l’aspetto che in fondo non amava – a ragione – mio padre.
Mio fratello, emigrato anche lui negli anni Cinquanta, racconta il suo stupore di fronte all’altezza del granturco nella Svizzera, a confronto di quello piccolo e cresciuto a stento che aveva sempre visto a Cortale. Fu il differente granturco a fargli cogliere il divario esistente tra i propri desolati luoghi e il fiorente paese in cui era giunto.

Mio cognato arriva in casa nostra con la ricchezza delle sue esperienze e con la passione per la campagna che mancava a mio padre, per il quale essa non aveva niente di idilliaco. Francesco si inchinava sulle zolle con tenerezza.
Ricordo ancora le lunghe discussioni sui cambiamenti da apportare nei campi tra i due, il più anziano distaccato nell’intimo dall’agricoltura, e il più giovane, che guardava persino le nostre terre aride e poco produttive con un occhio nuovo, amorevole e innovativo.

I campicelli della mia famiglia erano stati utilizzati fino ad allora per sfamare noi e qualche bestia che alla nostra alimentazione contribuiva: il maiale, il vitello, alcune galline.
Si producevano gli essenziali grano, patate, verdure ecc. e la frutta la offrivano quasi spontaneamente gli alberi di fichi, sparuti peri e ciliegi.
E non mancavano i gelsi, coltivati per le foglie destinate al baco da seta ( che quasi ogni famiglia cortalese negli anni Cinquanta e Sessanta allevava ), mentre a noi bambini interessavano soltanto le succulente e dolci more. La bachicoltura si praticava per uso familiare e personale ( la seta serviva per la dote delle figlie, basti pensare ai ddomaschi ), ma soprattutto per vendere il bozzolo e guadagnare un po’ di soldi.

Ma con Francesco ecco giungere qualche melone e anguria che dapprima stentavano a svilupparsi ma poi si adattavano al suolo o viceversa, i kiwi ( fummo tra i primi in paese a mangiarne ), dei limoni.
In quei poderi riarsi e con mio padre sempre riottoso, piantò anche una piccola vigna, che crebbe, sicché qualche anno dopo adulti e bambini eravamo impegnati nella nostra allegra vendemmia; aggiunse alcuni ulivi e – appunto – fece apparire le arance. Curava pazientemente quel terreno secco e alquanto discolo e cambiavano i colori, i profumi, l’alimentazione.

Mentre modificava i non estesi fondi che possedevamo, Francesco continuava a lavorare nell’azienda in qualità di giardiniere, come aveva fatto all’inizio del suo soggiorno in Svizzera. Il termine indicava che egli si intendeva di piante, orti, ma anche dei più voluttuari giardini. Del resto, nel campo del virgiliano vecchio di Corico c’è rigoglio di gigli, papaveri, rose, frutta, miele, tigli e pini e non manca un platano a dare ombra: orto, frutteto, giardino ornamentale sono assieme nell’idillica descrizione.
Ricordo che nelle domeniche d’estate Francesco ci portava in diverse spiagge della Calabria, dove – essendo ormai parecchio apprezzato – molti lo chiamavano per portare grazia al giardino della loro casa estiva.
Noi ci godevamo il mare, mentre egli faticava pure nel giorno festivo.

Francesco era un grande lavoratore, generoso e intelligente, comunista.
Aveva coscienza civile e politica e faceva parte di quella classe operaia che è stata il nerbo onesto di un’Italia felice, nell’età dell’oro del nostro paese.

Nell’azienda agricola, in cui non più giovanissimo seppe tuttavia migliorare e maturare, egli poté conoscere una grande varietà di piante di cui memorizzò – e con quale piacevolezza li pronunciava!- i nomi latini: era cioè divenuto un esperto.

Ma Francesco era così: sapeva crescere in ogni situazione della sua esistenza. E nemmeno in Svizzera era rimasto passivo e inerte: aveva appreso il tedesco ( non quello letterario, ma quello che gli serviva per una comunicazione sciolta e sicura ) e aveva imparato il mestiere di tornitore e affinato quello di contadino.

A me Francesco ha insegnato tante cose, tra le quali ballare, arte che egli aveva praticato in una scuola di Zurigo: gli devo numerose gioie e averlo perso troppo presto è stato uno dei miei maggiori dolori.

Alla mia famiglia tutta egli ha lasciato parecchie eredità, tra cui un tipo particolare di arance. Le raccogliamo ancora, su un nostro pezzetto di terra. E non so a quali incroci od innesti sia ricorso o da quale paese provenisse il seme utilizzato, ma sono davvero le arance più gustose che abbia assaggiato.

Le guardo, le assaporo e lo ritrovo, quell’uomo gentile.
Francesco, oltre che naturalmente nei figli, continua in tale maniera a vivere nelle sue arance: una specie d’immortalità. Ogni anno rinasce ed io lo saluto: eccolo!

I poeti – penso a Saffo, a Pindaro, ad Orazio – dichiarano orgogliosamente e laicamente di essere immortali in virtù della loro poesia. A me l’amore per il sole ha dato in sorte splendore e bellezza, dice Saffo di fronte alla pelle arida ed ai capelli bianchi e alle fragili ginocchia della vecchiaia, lei che può vantare di aver parte delle rose della Pieria dalle Muse abitata; Orazio è consapevole di quale monumento abbia innalzato; Pindaro sa di volare alto come l’aquila di Zeus per la sua maestria.

Anche gli uomini che non hanno il dono divino della creazione possono però conquistare l’immortalità, in diversi modi.
Io questo lo so, osservando le arance di Francesco che per sempre allieteranno il campo le cui zolle egli prese fra le mani e trasformò.

Prima gli italiani!

Vada via la fame ed entrino salute e ricchezza!
Purificare la città, infliggere colpi!
Cacciato, come un uomo maledetto
.

Non è una seduta del nostro Parlamento o una folla di italiani che chiedono ai loro ministri di salvarli dalla peste dei migranti che numerosi giungono nei nostri porti.
Prima gli italiani!

Siamo nell’antica Grecia, dove in parecchie località si celebravano le Targelie: non solo ad Atene, ma anche nella Ionia e in alcune colonie d’Occidente, quale Marsiglia.
La festa era volta ad ottenere dalla divinità la protezione dei raccolti e l’allontanamento di ogni male dalla città e dalle campagne.
A tale scopo, un uomo era scelto perché su di lui si concentrassero simbolicamente tutte le colpe della collettività. Per un intero anno veniva nutrito a pubbliche spese, poi portato in processione per le strade e battuto con rami di fico e mazzi di cipolle. A volte gli si lanciavano contro pietre, altre doveva lasciare il paese, spesso lo si uccideva. A Clezomene e a Marsiglia sembra che le sue ceneri fossero gettate in mare: da quanto tempo il mare nostrum ha perso l’innocenza e funge da cimitero!
Insieme al φαρμακός, all’uomo-peste, si eliminavano dalla comunità colpe e mali.

Tranquilli! Non si parla di oggi: a noi non occorrono capri espiatori; noi non buttiamo in mare nessuno; non dobbiamo proteggere nessun raccolto. Conosciamo le leggi economiche: altre – non chi arriva dall’Africa – sono le cause della perdita dei posti di lavoro. Non abbiamo bisogno di riti apotropaici, noi del civile e superiore Occidente ( calante? ).

Chi era l’eletto, colui che avvelenava la città e, nello stesso tempo, la liberava dai mali? Chi era il reietto e – insieme – il salvatore?
Di solito era scelto tra gli schiavi, i criminali, gli straccioni, gli affetti da deformità, gli stranieri: gli ultimi. Ma la categoria degli ultimi può essere sempre più pericolosamente allargata: ognuno di noi potrebbe divenire la vittima designata dal potere di turno, a cui non piacerà cosa pensiamo o come viviamo o il colore dei nostri occhi o il sesso a cui apparteniamo.

Abbiamo ancora bisogno che la salvezza avvenga a prezzo della morte od allontanamento altrui? La città nostra non è capace di guardare lucidamente ai suoi mali, analizzarli e risolverli? Abbiamo cessato di cercare le responsabilità politiche della nostra condizione? Abbiamo smesso di individuare chi e cosa ci avvelena la vita?
Potremmo però convivere con la diversità e la necessità degli altri e fare del φαρμακός un fattore di progresso, senza rifugiarci in riti salvifici primitivi, privi di logica e privi di amore o di carità o filantropia o giustizia, in qualsiasi modo intendiamo dire: in fondo siamo discendenti chi di Cristo, chi di Marx, chi della rivoluzione francese.

In Calabria, una terra disastrata dalla ‘ndrangheta da tempo e non da quando sono arrivati gli emigranti, Gratteri vorrebbe convincerci che, siccome possono essere occasione per rifocillare gli uomini del malaffare, gli africani dovrebbero stare in Africa. Salvini è inutile ricordare cosa proclami giorno e notte. Il 59% degli italiani è d’accordo con la decisione di chiudere i porti: si fanno sedurre dalle promesse della purificazione.
Il papa – da parte sua – dichiara, rafforzando il clima fosco che si addensa su noi, che la famiglia a immagine di Dio è una sola, quella tra uomo e donna.

Prima gli italiani!
Sembra che, andati via gli emigranti, un’età dell’oro ci aspetti.
Come abbiamo fatto, pure a sinistra, a divenire preda di questi deliri e follie? Dov’è seppellito il nostro Gramsci?
Sentiamo ancora oggi la necessità di un capro espiatorio e – come nel Levitico – desideriamo che qualcuno prenda su di sé le nostre iniquità e le porti verso una regione arida.

In Beozia l’arconte celebrava nel Pritaneo la cacciata della fame: non permettiamo che i nostri arconti celebrino riti primitivi, costringiamoli a trovare soluzioni politiche ai problemi che ci attanagliano, rispetto ai quali la classe che ci governa non è sempre innocente.
Socrate sosteneva che la dialettica, la forma filosofica del dialogo, fosse il φάρμακον, la medicina più alta.

Aboubakar Soumahoro, il giovane sindacalista che in questi giorni ragiona sulla situazione dei braccianti in Calabria, che ci ricorda il dovere di garantire diritti a tutti quelli che in tale regione vivono, bianchi e neri, nativi e non, a me pare la voce più degna di ascolto.

Chi rimane e chi è partito: le mie ferie tra le case di Vasciu

Non è – continuò – nemmeno nel paese, è un paio di chilometri fuori, una bicocca di sassi affumicati coi pascoli dei monti intorno. Né vi troviamo qualcun altro. Nessuno. Tranne i morti della famiglia che abbiamo nel cimitero vicino, e i ritratti di tutti loro che stanno appesi sopra il tavolo, più una tartaruga centenaria ch’esce di sottoterra una volta l’anno, proprio al nostro ritorno dalla svernata, come se venisse su dall’antichità dei tempi, con quel suo grugno di muffa, per assicurarsi che ci siamo di nuovo, e che le apparteniamo per sempre, e che non cambiamo…

Per tanti miei compaesani emigrati parecchi decenni fa, il paese credo sia ancora questo detto da Vittorini: un’appartenenza che va oltre i mutamenti e la scomparsa di quello che era il proprio mondo. Almeno per la generazione che negli anni Cinquanta e Sessanta è andata via e che per un certo periodo ha sperato anche di tornare ( se non prima, durante la pensione ) e nei luoghi dell’emigrazione è vissuta in un’elegiaca nostalgia per decenni. In seguito smise di crederci: i figli non potevano o non desideravano spostarsi, genitori e parenti erano morti, ci si ritrovava cambiati, la fabbrica e Milano ormai dentro l’anima si mischiavano con la Cortale perduta. In fondo, il ritorno aveva perso importanza sebbene non lo si confessasse, per paura di disarticolare la propria identità.

Mio fratello torna a Cortale ogni anno da più di sessanta anni e ogni volta si sente un estraneo e ogni volta miracolosamente ritrova se stesso.
Cambiano i luoghi, non vedi più camminare per le vie persone note, nessuno ti riconosce. Poi un odore, un ricordo, il medesimo testardo bisogno di ricomporti ti dice che sei di nuovo tra cose che ti appartengono.
Dopo un po’, ti manca Zurigo e la sua organizzazione, Cortale ti pare ancora possedere i difetti che ti spinsero ad emigrare, hai nostalgia della famiglia e dei nuovi amici e scappi un’altra volta. Alla stazione di Lamezia Terme si ripete l’ennesima scissione dolorosa dentro di te: tra il bisogno di avere radici e ciò che eternamente ti fa andare via, tra l’amore per il paese natio e la consapevolezza che in qualche modo esso ti costrinse a scappare e ti rifiutò.

L’ambivalenza permea e possiede anche chi è rimasto: abbiamo tratto beneficio dai frutti dell’emigrazione ( sono arrivati soldi e abbiamo studiato, aggiustato le case, mangiato meglio, persino abbiamo goduto di spazi più ampi, noi che vivevamo in case piccole e indecenti e dormivamo in tanti in un unico letto) e, contemporaneamente, paghiamo il danno in termini di solitudine, di impoverimento umano e culturale. Siamo divenuti più volgari, pure per questo, per le antiche separazioni.

Ciò mi dice il tour di questa estate fatto da me Vasciu, nella zona più antica e dolente del mio paese.

Durante tali passeggiate, ho visto che oggi esistono tanti che mettono alla vecchia casa il cartello “vendesi”, non sapendo che non ci sono acquirenti in un centro che continua a perdere i suoi giovani in un’eterna migrazione. Il loro è un ragionamento economico, ma anche un meccanismo psicologico: a decidere di vendere sono i figli, in qualche caso i nipoti, di coloro che partirono e che si struggevano nel sogno del ritorno. Vivono ormai altrove e sanciscono con tale decisione la fine del rapporto che avevano i vecchi o il mutamento del rapporto. In parecchi casi credo si sanzioni un discidium e si riconosca una diversità tra sé e i luoghi di origine dei propri cari.
Pure il paese ha però mutato atteggiamento nei loro confronti. Chi torna è difatti considerato non un cortalese residente altrove ma un turista, un’occasione di guadagno per i commercianti, talora criticato per i comportamenti, soprattutto se – libero da condizionamenti – disapprova quanto avviene in paese: come un estraneo viene valutato e percepito. Questa estate ciò è capitato a Cortale, ma anche ad esempio a Curinga. Le pagine dei social sono piene di una nuova forma di astio ed incomprensione, tra chi è rimasto e chi è partito.
Pare che una separazione definitiva si sia consumata. Non piangiamo più nel salutarci: urliamo l’uno contro l’altro.

Cortale, rione BasserugheMa negli anni Cinquanta e Sessanta l’abbiamo capito subito che niente sarebbe stato come prima, dopo la partenza dei nostri amici e parenti. Allorquando a Natale o in estate vedevamo gli emigranti tornare, nel salutarli chiedevamo infatti quando sarebbero ripartiti. La domanda era il segno che non eravamo più gli stessi, che il nostro cuore aveva ritrovato un equilibrio nuovo, quello successivo alla rielaborazione intima del distacco. La rassegnazione, l’abitudine all’assenza di tanti, indicavano che la sofferenza ci aveva mutati e che non eravamo più disposti a risentire ad ogni partenza il dolore nell’identico modo e con l’identica violenza.

Ma come fate a camminare in queste cote?, dicevamo imitando chi rientrava per le vacanze ( vagheggiate per un intero inverno ) e manifestava un disorientamento rispetto alla nostra povertà, visibile anche percorrendo le strade diverse rispetto a quelle del Nord.
E ricordo ancora una ragazzina, la quale mi confessava smarrita che, quando il padre tornava una volta l’anno a Cortale, lei lo sentiva come un estraneo che si intrometteva nella sua quotidianità e nella sua casa.

Questa estate, nel mio camminare attraverso il paese, ho capito più cose tra quelle dimore che in tanti anni passati: ho capito l’emigrazione e i suoi effetti e la sua entità, ho capito anche quanto il paese sia oggi in abbandono. Ho capito l’impoverimento culturale, oltre che umano, che subì Cortale quando i suoi abitanti partivano a frotte.

Ho camminato per vie spesso non note e talvolta, inoltrandomi un poco, lo spazio si apriva davanti a me, finivano le strettoie dei vicoli e si mostravano delle viste inaspettate ed armoniche: è la stranezza dei nostri posti in cui la miseria si sposa a volte con la grazia, il degrado con la bellezza. Un po’ com’era la nostra vita: difficile e amara, ma pure attraversata da tenerezze e piacevolezze.

I luoghi conservano la storia e quelli cortalesi parlano dell’emigrazione, ma anche di un presente disarmonico e ingiusto, privo di reali obiettivi collettivi e chiuso al futuro, specialmente per i giovani.

Chi governa e amministra, però, non ama guardare nel profondo le zone problematiche e manifesta fastidio nel vederne le immagini realistiche ed urtanti, che sono in contrasto con la narrazione tranquillizzante che si intende fare del vivere nei nostri posti.
La storia, tuttavia, inizia allorché si mettono in discussione i miti, molti e risibili già per Ecateo.

In alcuni punti, in verità, il territorio sa raccontare in maniera particolare ed è un racconto doloroso. Non avevo mai capito la potenza delle cose, delle strade, di un’immagine, come in questa mia estate, io convinta della potenza della scrittura e quindi dei libri.

Mi vanto in verità di essere più figlia di qualche testo letto che di una regione. Ma mai come in questa estate, nell’aggirarmi nei vicoli e tra i sassi che narravano una vicenda collettiva, mi sono sentita parte di questo paese e della sua vicenda storica, innanzitutto contadina.

Comunque, durante il mio estivo girovagare, ho sempre pensato che le persone eravamo migliori dei luoghi e delle condizioni di vita che ci erano toccati in sorte. Perciò siamo andati altrove, in cerca di un’esistenza più umana: a Milano, Torino, Como, Zurigo, la geografia della mia infanzia e adolescenza durante le quali ho visto case ed esistenze svuotarsi. Pure la mia vita mutava.

Nelle fresche mattinate d’estate, ho amato le sventure del mio paese, le assenze. Ho risentito i passi, le voci di un tempo, le ingiustizie ed ho avuto voglia, a volte, di divenire una sola cosa con le umili pietre, di sedermi e piangere per la rabbia e la tenerezza.

Timpune, Jusi Rughi, u PassuSolanu, Azzaru: la mia estate in questi quartieri – i più antichi di Cortale, contrassegnati da un tragico abbandono e da una tragica bellezza – è stata uno dei viaggi conoscitivi più interessanti ed emozionanti che io abbia fatto.