Prima gli italiani!

Vada via la fame ed entrino salute e ricchezza!
Purificare la città, infliggere colpi!
Cacciato, come un uomo maledetto
.

Non è una seduta del nostro Parlamento o una folla di italiani che chiedono ai loro ministri di salvarli dalla peste dei migranti che numerosi giungono nei nostri porti.
Prima gli italiani!

Siamo nell’antica Grecia, dove in parecchie località si celebravano le Targelie: non solo ad Atene, ma anche nella Ionia e in alcune colonie d’Occidente, quale Marsiglia.
La festa era volta ad ottenere dalla divinità la protezione dei raccolti e l’allontanamento di ogni male dalla città e dalle campagne.
A tale scopo, un uomo era scelto perché su di lui si concentrassero simbolicamente tutte le colpe della collettività. Per un intero anno veniva nutrito a pubbliche spese, poi portato in processione per le strade e battuto con rami di fico e mazzi di cipolle. A volte gli si lanciavano contro pietre, altre doveva lasciare il paese, spesso lo si uccideva. A Clezomene e a Marsiglia sembra che le sue ceneri fossero gettate in mare: da quanto tempo il mare nostrum ha perso l’innocenza e funge da cimitero!
Insieme al φαρμακός, all’uomo-peste, si eliminavano dalla comunità colpe e mali.

Tranquilli! Non si parla di oggi: a noi non occorrono capri espiatori; noi non buttiamo in mare nessuno; non dobbiamo proteggere nessun raccolto. Conosciamo le leggi economiche: altre – non chi arriva dall’Africa – sono le cause della perdita dei posti di lavoro. Non abbiamo bisogno di riti apotropaici, noi del civile e superiore Occidente ( calante? ).

Chi era l’eletto, colui che avvelenava la città e, nello stesso tempo, la liberava dai mali? Chi era il reietto e – insieme – il salvatore?
Di solito era scelto tra gli schiavi, i criminali, gli straccioni, gli affetti da deformità, gli stranieri: gli ultimi. Ma la categoria degli ultimi può essere sempre più pericolosamente allargata: ognuno di noi potrebbe divenire la vittima designata dal potere di turno, a cui non piacerà cosa pensiamo o come viviamo o il colore dei nostri occhi o il sesso a cui apparteniamo.

Abbiamo ancora bisogno che la salvezza avvenga a prezzo della morte od allontanamento altrui? La città nostra non è capace di guardare lucidamente ai suoi mali, analizzarli e risolverli? Abbiamo cessato di cercare le responsabilità politiche della nostra condizione? Abbiamo smesso di individuare chi e cosa ci avvelena la vita?
Potremmo però convivere con la diversità e la necessità degli altri e fare del φαρμακός un fattore di progresso, senza rifugiarci in riti salvifici primitivi, privi di logica e privi di amore o di carità o filantropia o giustizia, in qualsiasi modo intendiamo dire: in fondo siamo discendenti chi di Cristo, chi di Marx, chi della rivoluzione francese.

In Calabria, una terra disastrata dalla ‘ndrangheta da tempo e non da quando sono arrivati gli emigranti, Gratteri vorrebbe convincerci che, siccome possono essere occasione per rifocillare gli uomini del malaffare, gli africani dovrebbero stare in Africa. Salvini è inutile ricordare cosa proclami giorno e notte. Il 59% degli italiani è d’accordo con la decisione di chiudere i porti: si fanno sedurre dalle promesse della purificazione.
Il papa – da parte sua – dichiara, rafforzando il clima fosco che si addensa su noi, che la famiglia a immagine di Dio è una sola, quella tra uomo e donna.

Prima gli italiani!
Sembra che, andati via gli emigranti, un’età dell’oro ci aspetti.
Come abbiamo fatto, pure a sinistra, a divenire preda di questi deliri e follie? Dov’è seppellito il nostro Gramsci?
Sentiamo ancora oggi la necessità di un capro espiatorio e – come nel Levitico – desideriamo che qualcuno prenda su di sé le nostre iniquità e le porti verso una regione arida.

In Beozia l’arconte celebrava nel Pritaneo la cacciata della fame: non permettiamo che i nostri arconti celebrino riti primitivi, costringiamoli a trovare soluzioni politiche ai problemi che ci attanagliano, rispetto ai quali la classe che ci governa non è sempre innocente.
Socrate sosteneva che la dialettica, la forma filosofica del dialogo, fosse il φάρμακον, la medicina più alta.

Aboubakar Soumahoro, il giovane sindacalista che in questi giorni ragiona sulla situazione dei braccianti in Calabria, che ci ricorda il dovere di garantire diritti a tutti quelli che in tale regione vivono, bianchi e neri, nativi e non, a me pare la voce più degna di ascolto.

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Chi rimane e chi è partito: le mie ferie tra le case di Vasciu

Non è – continuò – nemmeno nel paese, è un paio di chilometri fuori, una bicocca di sassi affumicati coi pascoli dei monti intorno. Né vi troviamo qualcun altro. Nessuno. Tranne i morti della famiglia che abbiamo nel cimitero vicino, e i ritratti di tutti loro che stanno appesi sopra il tavolo, più una tartaruga centenaria ch’esce di sottoterra una volta l’anno, proprio al nostro ritorno dalla svernata, come se venisse su dall’antichità dei tempi, con quel suo grugno di muffa, per assicurarsi che ci siamo di nuovo, e che le apparteniamo per sempre, e che non cambiamo…

Per tanti miei compaesani emigrati parecchi decenni fa, il paese credo sia ancora questo detto da Vittorini: un’appartenenza che va oltre i mutamenti e la scomparsa di quello che era il proprio mondo. Almeno per la generazione che negli anni Cinquanta e Sessanta è andata via e che per un certo periodo ha sperato anche di tornare ( se non prima, durante la pensione ) e nei luoghi dell’emigrazione è vissuta in un’elegiaca nostalgia per decenni. In seguito smise di crederci: i figli non potevano o non desideravano spostarsi, genitori e parenti erano morti, ci si ritrovava cambiati, la fabbrica e Milano ormai dentro l’anima si mischiavano con la Cortale perduta. In fondo, il ritorno aveva perso importanza sebbene non lo si confessasse, per paura di disarticolare la propria identità.

Mio fratello torna a Cortale ogni anno da più di sessanta anni e ogni volta si sente un estraneo e ogni volta miracolosamente ritrova se stesso.
Cambiano i luoghi, non vedi più camminare per le vie persone note, nessuno ti riconosce. Poi un odore, un ricordo, il medesimo testardo bisogno di ricomporti ti dice che sei di nuovo tra cose che ti appartengono.
Dopo un po’, ti manca Zurigo e la sua organizzazione, Cortale ti pare ancora possedere i difetti che ti spinsero ad emigrare, hai nostalgia della famiglia e dei nuovi amici e scappi un’altra volta. Alla stazione di Lamezia Terme si ripete l’ennesima scissione dolorosa dentro di te: tra il bisogno di avere radici e ciò che eternamente ti fa andare via, tra l’amore per il paese natio e la consapevolezza che in qualche modo esso ti costrinse a scappare e ti rifiutò.

L’ambivalenza permea e possiede anche chi è rimasto: abbiamo tratto beneficio dai frutti dell’emigrazione ( sono arrivati soldi e abbiamo studiato, aggiustato le case, mangiato meglio, persino abbiamo goduto di spazi più ampi, noi che vivevamo in case piccole e indecenti e dormivamo in tanti in un unico letto) e, contemporaneamente, paghiamo il danno in termini di solitudine, di impoverimento umano e culturale. Siamo divenuti più volgari, pure per questo, per le antiche separazioni.

Ciò mi dice il tour di questa estate fatto da me Vasciu, nella zona più antica e dolente del mio paese.

Durante tali passeggiate, ho visto che oggi esistono tanti che mettono alla vecchia casa il cartello “vendesi”, non sapendo che non ci sono acquirenti in un centro che continua a perdere i suoi giovani in un’eterna migrazione. Il loro è un ragionamento economico, ma anche un meccanismo psicologico: a decidere di vendere sono i figli, in qualche caso i nipoti, di coloro che partirono e che si struggevano nel sogno del ritorno. Vivono ormai altrove e sanciscono con tale decisione la fine del rapporto che avevano i vecchi o il mutamento del rapporto. In parecchi casi credo si sanzioni un discidium e si riconosca una diversità tra sé e i luoghi di origine dei propri cari.
Pure il paese ha però mutato atteggiamento nei loro confronti. Chi torna è difatti considerato non un cortalese residente altrove ma un turista, un’occasione di guadagno per i commercianti, talora criticato per i comportamenti, soprattutto se – libero da condizionamenti – disapprova quanto avviene in paese: come un estraneo viene valutato e percepito. Questa estate ciò è capitato a Cortale, ma anche ad esempio a Curinga. Le pagine dei social sono piene di una nuova forma di astio ed incomprensione, tra chi è rimasto e chi è partito.
Pare che una separazione definitiva si sia consumata. Non piangiamo più nel salutarci: urliamo l’uno contro l’altro.

Cortale, rione BasserugheMa negli anni Cinquanta e Sessanta l’abbiamo capito subito che niente sarebbe stato come prima, dopo la partenza dei nostri amici e parenti. Allorquando a Natale o in estate vedevamo gli emigranti tornare, nel salutarli chiedevamo infatti quando sarebbero ripartiti. La domanda era il segno che non eravamo più gli stessi, che il nostro cuore aveva ritrovato un equilibrio nuovo, quello successivo alla rielaborazione intima del distacco. La rassegnazione, l’abitudine all’assenza di tanti, indicavano che la sofferenza ci aveva mutati e che non eravamo più disposti a risentire ad ogni partenza il dolore nell’identico modo e con l’identica violenza.

Ma come fate a camminare in queste cote?, dicevamo imitando chi rientrava per le vacanze ( vagheggiate per un intero inverno ) e manifestava un disorientamento rispetto alla nostra povertà, visibile anche percorrendo le strade diverse rispetto a quelle del Nord.
E ricordo ancora una ragazzina, la quale mi confessava smarrita che, quando il padre tornava una volta l’anno a Cortale, lei lo sentiva come un estraneo che si intrometteva nella sua quotidianità e nella sua casa.

Questa estate, nel mio camminare attraverso il paese, ho capito più cose tra quelle dimore che in tanti anni passati: ho capito l’emigrazione e i suoi effetti e la sua entità, ho capito anche quanto il paese sia oggi in abbandono. Ho capito l’impoverimento culturale, oltre che umano, che subì Cortale quando i suoi abitanti partivano a frotte.

Ho camminato per vie spesso non note e talvolta, inoltrandomi un poco, lo spazio si apriva davanti a me, finivano le strettoie dei vicoli e si mostravano delle viste inaspettate ed armoniche: è la stranezza dei nostri posti in cui la miseria si sposa a volte con la grazia, il degrado con la bellezza. Un po’ com’era la nostra vita: difficile e amara, ma pure attraversata da tenerezze e piacevolezze.

I luoghi conservano la storia e quelli cortalesi parlano dell’emigrazione, ma anche di un presente disarmonico e ingiusto, privo di reali obiettivi collettivi e chiuso al futuro, specialmente per i giovani.

Chi governa e amministra, però, non ama guardare nel profondo le zone problematiche e manifesta fastidio nel vederne le immagini realistiche ed urtanti, che sono in contrasto con la narrazione tranquillizzante che si intende fare del vivere nei nostri posti.
La storia, tuttavia, inizia allorché si mettono in discussione i miti, molti e risibili già per Ecateo.

In alcuni punti, in verità, il territorio sa raccontare in maniera particolare ed è un racconto doloroso. Non avevo mai capito la potenza delle cose, delle strade, di un’immagine, come in questa mia estate, io convinta della potenza della scrittura e quindi dei libri.

Mi vanto in verità di essere più figlia di qualche testo letto che di una regione. Ma mai come in questa estate, nell’aggirarmi nei vicoli e tra i sassi che narravano una vicenda collettiva, mi sono sentita parte di questo paese e della sua vicenda storica, innanzitutto contadina.

Comunque, durante il mio estivo girovagare, ho sempre pensato che le persone eravamo migliori dei luoghi e delle condizioni di vita che ci erano toccati in sorte. Perciò siamo andati altrove, in cerca di un’esistenza più umana: a Milano, Torino, Como, Zurigo, la geografia della mia infanzia e adolescenza durante le quali ho visto case ed esistenze svuotarsi. Pure la mia vita mutava.

Nelle fresche mattinate d’estate, ho amato le sventure del mio paese, le assenze. Ho risentito i passi, le voci di un tempo, le ingiustizie ed ho avuto voglia, a volte, di divenire una sola cosa con le umili pietre, di sedermi e piangere per la rabbia e la tenerezza.

Timpune, Jusi Rughi, u PassuSolanu, Azzaru: la mia estate in questi quartieri – i più antichi di Cortale, contrassegnati da un tragico abbandono e da una tragica bellezza – è stata uno dei viaggi conoscitivi più interessanti ed emozionanti che io abbia fatto.

La gallina di Maruzza e la zebra di Mohamed

Ho sempre amato il linguaggio dei Malavoglia, nel quale ritrovo quello della mia società contadina. Non è stato difficile da adolescente apprezzare tale innovazione narrativa e cogliere la valenza dell’operazione letteraria e sociale di Verga ( che andava a far emergere realtà inedite ), abituata com’ero al linguaggio di un mondo che procedeva per similitudini, per proverbi in cui si condensavano secolari sapienze e per riferimenti all’universo rurale.

Non ho mai invece amato che il giovane ‘Ntoni fosse un vinto, quasi dovesse essere punito per aver osato aspirare al progresso. Anzi, in tal senso, è questo il ricordo di una delle mie letture adolescenziali più tristi: i giovanissimi, si sa, hanno quella che si chiama “lettura ingenua”, non scientifica. Nel testo il ragazzo cerca se stesso, con il testo egli costruisce anzi se stesso, un’esperienza e una modalità che sarebbe bene conservare da adulti: leggere per e con passione, non solo con scaltriti e retorici strumenti interpretativi.
Un’altra mia grande sofferenza di giovane lettrice? Il finale de Gli indifferenti: quanto mi ha addolorata e indignata la mancanza di reazione dei diversi personaggi! Quanto avrei voluto vederli non-indifferenti! Sarebbe bastato un lieve sforzo per modificare le loro esistenze! Sono, questi, i miracoli di empatia tra lettore e scrittore. E ancora adesso penso con tenerezza al Moravia molto giovane che scrive forse il suo romanzo migliore.

Nonostante i miei dolori o ribellioni di ingenua lettrice, porto dentro di me con affetto particolare proprio una creatura di Verga.
Maruzza la Longa non diceva nulla, com’era giusto, ma non poteva stare ferma un momento, e andava sempre di qua e di là, per la casa e pel cortile, che pareva una gallina quando sta per fare l’uovo.
Maruzza mi è sempre sembrata raffigurazione sublime del dolore dei poveri e di una donna che perde il suo uomo: il marito è per il mare mentre la natura si sta scatenando furiosa ( mare amaro, mormora padron ‘Ntoni ) e Bastianazzo non ritornerà dal viaggio. …pareva una gallina“, dice Verga e non mi è costata nessuna fatica cogliere l’intensità e l’evidenza espressiva della similitudine: quante volte sul far della sera ho visto mia madre sull’aia esclamare A masù a masù!, accompagnando le parole con il battito delle mani! Le galline a quell’ordine tornavano nel pollaio, per qualcuna c’era bisogno di un invito più energico. Ho l’impressione di esserci ancora sulla vecchia aia, di rivedere i colori dell’imbrunire, i movimenti eleganti di mia madre in quello spazio, la sua figura snella, di udire la sua voce. Sedevo su un ceppo di pietra e aspettavo che le benedette galline, che spesso mi divertivo a spaventare e far correre qua e là, buone buone rientrassero. Di esse rammento i diversi e bei colori delle penne, ne ricordo invece qualcuna un po’ spennacchiata sul collo, è vivida in me l’immagine della porticina nella quale ad una ad una si infilavano.
Da ragazza ho amato anche la Lucia manzoniana che aveva imparato a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore, io che indossavo allora la minigonna ma non avevo difficoltà a sentire l’intensità dell’amore della giovane per Renzo.
Questi sono mondi umili che apparentemente non conoscono il linguaggio delle emozioni e sono le cose a raccontare i moti del loro cuore.

Sono dunque abituata a espressioni contadine del tipo è nu giuvane forte cuomu na cerza, quercia, o all’omerica Aurora dalle dita di rosa. Negli ultimi anni, Facebook mi ha inoltre permesso di entrare in relazione con altri mondi ed esperienze. E fa parte dei miei amici virtuali Mohamed Ba, un mediatore culturale senegalese che vive in Italia e percorre il nostro paese con un’azione incessante e paziente che tende all’incontro tra culture differenti e che in qualche caso ha esposto l’uomo a pericoli gravi.
Nel leggere alcuni suoi scritti o delle interviste che gli sono state fatte, mi sono imbattuta in modi di dire a me ignoti. Per indicare le necessità che spingono ad emigrare, Mohamed scrive al suo aggressore: ” Se la scimmia avesse avuto quello che occorreva sugli alberi, mai sarebbe scesa per terra”. Per rendere chiaro quale sia l’approdo emotivo e la complessa identità di chi lascia il proprio paese e abita altrove, spiega: Ma oggi posso affermare di essermi gradevolmente “italianizzato” pur sapendo che il tronco dell’albero può stare in acqua per secoli ma non diventa mai un coccodrilloLo stesso in fondo affermano i miei compaesani che negli anni Cinquanta o Settanta hanno abbandonato Cortale ed i suoi suoni e ritmi e sono arrivati in Lombardia o Germania.
E nel parlare ancora di identità ecco cosa sostiene il mio nuovo amico, Mohamed: Credo che un popolo senza memoria è come una zebra senza strisce. E ancora: Sono tra coloro che hanno lasciato tutto sulla strada della speranza senza dimenticare nulla. Questo confessano i miei parenti emigrati nelle Americhe, questo asserisce Gianfranco benché –  partito da Cortale – passeggi attraverso gli splendidi boschi lombardi, questo urla Francesco che conduce l’esistenza nella bella Torino ed è entrato in contatto con tante importanti realtà estere e ciononostante invidia quelli come me, che vivo attaccata a Cortale soprattutto per evitare la devastante avventura dell’emigrazione nella mia famiglia arcinota.

Gli uomini dunque si somigliano tanto, anche se si fanno la guerra. I meccanismi del dolore sono poi gli stessi, sia che si esprimano attraverso lo struggente movimento della gallina sia che – come in Mohamed – si faccia riferimento al bisogno della scimmia o alla natura dell’albero diverso dal coccodrillo o al popolo smemorato paragonato alla zebra senza strisce. La verità è che parla di viaggi della speranza, Mohamed, e noi italiani conosciamo bene tali esodi.

La sua scrittura mi ha fatto pensare a mondi nuovi rispetto al mio. Ma tutti gli uomini che da luoghi lontani arrivano da noi ci giungono con un patrimonio interiore, con una ricchezza culturale peculiare e nello stesso tempo alla nostra uguale. Io credo sia interessante incontrare questi universi, entrarci non da biechi colonizzatori o – quando siamo buoni – da turisti occidentali che magari ci facciamo prendere dal mal d’Africa, dalla nostalgia per la nostra Africa e tale nostalgia cantiamo compiaciuti. Chissà se però la nostra Africa è la loro, quella delle genti che popolano tale terra!
E si scoprono aspetti affascinanti pure della propria identità, se si tenta di liberarsi dalle paure e si osano percorsi inediti. A volte chi viene da un differente paese o sogna di raggiungere l’Italia pare conoscerci meglio di quanto noi riusciamo a fare. O pare possedere memoria di cose che noi abbiamo ormai scordato.

Li avrei visti quegli italiani, “uomini-attori” la cui lingua è una successione di egloghe. Li avrei presto potuti ammirare nello sposare, come in un’operetta, il gesto alla parola, dice ancora il mio amico di Facebook, Mohamed Ba, rivelando noi stessi a noi stessi. E sembra che egli, che le vastità del deserto ha guardato, ed io, che mi son mossa quasi sempre in uno spazio di cinquanta chilometri, da ragazzi abbiamo posato gli occhi sui medesimi libri. E’ la sua zebra che mi ha sollecitata a ripensare alla mia Maruzza, che tragicamente si muoveva senza posa come una dolorante gallina sull’aia.

Zeus accompagna i venerandi supplici

Così in Omero:
“Alcinoo, non è per te cosa bella e non ti s’addice
che l’ospite in terra sieda sul focolare, in mezzo alla cenere;
e gli altri stanno immobili la tua parola aspettando.
Su via, lo straniero su un trono a borchie d’argento
fa’ sedere, levandolo di terra e comanda agli araldi
di mescere il vino, onde a  Zeus folgoratore
libiamo ancora, il quale accompagna i supplici venerandi;
la dispensiera poi, di quel  che in serbo tiene,  dia all’ospite per cena.”

Lettere dall’Argentina

E’ un pacchetto di lettere dai bordi a strisce azzurre, che si è accumulato in quasi cinquant’anni, da quando nel 1948 due ragazzi, Gregorio e Francesco, lasciarono per sempre il lavoro delle campagne di Cortale, che non rispondeva più ai loro bisogni. Le hanno scritte prima i due giovani alla madre e a una sorella, poi a tenere il ponte di comunicazione tra l’Italia e Buenos Aires provvide la figlia di Francesco, Elisa, che rinnovava nel nome la nonna cortalese che non conoscerà mai, lei nata in Argentina e di lingua spagnola, ma che per decenni scrive in un italiano che da sola si costruisce, per mantenere i contatti con persone amate sebbene nemmeno una volta viste. Come una sorta di sacerdotessa di un pio rito, Elisa terrà una corrispondenza all’inizio con una zia e, morta questa, con una sorella del padre più giovane. Lo ripete spesso il perché e confida che me diceva sempre papaora scribo io figlia e quando non poso piu figlia scribirai tu. E in un’altra lettera spiega: zia noi non vi conosciamo ma il nostro padre guardaba un grande rispetto e amore per voi tutti e cossì noi abbiamo apprendutto a bolerbbe bene.
Le lettere possono sembrare stereotipate, non tanto quelle dei due fratelli quanto quelle della ragazza: si danno e si chiedono notizie sulla salute, si comunicano o si viene informati sulle morti, si mandano gli auguri di Natale, si annunciano gli avvvenuti matrimoni, comunioni, ecc., si dice che si è ricevuto o inviato un regalo. Paiono ripetitive, ma scandivano e facevano conoscere le cose essenziali: lo stato di salute, i lutti e altri fondamentali eventi della storia di una famiglia. Quello che ormai restava, che era possibile, era il sapere che l’altro stava bene: distante da te, però. Vivere la sua presenza non era concesso e ciò per sempre.
Al contatto con la persona cara si era rinunciato in quel lontano 1948, allorché tutto il paese si era riunito in una cerimonia che aveva il sapore  di festa e di lutto, per salutare i due ragazzi.
A una di tali serate di addio partecipai pure io bambina, tempo dopo. Si ballava, anche. E in cambio dei cugini miei compagni di giochi, che andarono in America, mi restò una loro bambola, che – chissà se per curiosità o per altro – rammento che seduta sull’uscio di casa ridussi a pezzi. Di due preziose amiche d’infanzia, pure emigrate nell’America buona, invece mi rimase un cappottino rosso, con un fiocco dietro. Intanto era cominciata la mia adolescenza soave e fu il periodo in cui avrei perso, come se sparissero per incanto, tante persone che amavo. Un’altra amica carissima partì per la Lombardia, i compagni delle elementari svanivano ogni giorno con un ritmo incessante. Il mondo attorno si svuotava, sebbene non te ne rendessi conto. I rapporti mutavano e comportavano una privazione irrimediabile, ma d’estate rivedevi qualcuno o a Natale: negli anni Sessanta, quelli della mia crescita, gli addii erano meno dolorosi di quello che i due giovani avevano dato circa un ventennio prima partendo per Buenos Aires.
In una lettera del ’52 Gregorio ringrazia la sua mamma carissima del regalo inviatogli ( il suo segno d’amore ). Poi aggiunge: mi dici pure che sempre mi lamento della mia vita. E afferma che mi lapporte forse laria che non mi gusta, in un delizioso cortalese misto allo spagnolo. Io ricordo gli emigrati degli anni ’60 lamentare sempre che il clima del Nord non giovasse alla loro salute e dichiarare che i medici ordinavano l’aria natia: credo che fosse la devastante nostalgia a farli soffrire, una specie di malattia dell’anima che li prendeva. La vita costa molto cara, non si può tirare, dice Gregorio nell’Argentina di Peron in crisi economica e confessa alla vecchia madre che la cosa omente giorno pergiorno. Parla di aumenti il ragazzo e inoltre asserisce che non si può vivere, massa quello che non sta insegnato astare sotto la schiavitù. Bisogna avere pazienza e interesse per comprendere l’italiano stentato, frammisto allo spagnolo, di questo giovane vissuto in campagna che pure era capace a scrivere e comunicare. E’ forse incerta la parola massa ma il termine schiavitù è chiaro, scritto bene e terribile. E quanto sa di vita condotta nei campi, fra le durezze ma anche nell’indipendenza, quel dire di se stesso che non gli è stato insegnato di vivere nella schiavitù!
Saluto achi legge e scrive,
ecco un’altra formula contenuta nella corrispondenza dei fratelli. Ma la madre analfabeta avrà capito ugualmente, pur se la lettura non era diretta, in quale situazione si trovavano i figli. Si racconta che negli ultimi anni la vecchia donna fosse apprensiva e che i vicini affettuosamente stessero attenti a non fare rumore anche nel richiudere l’uscio di casa. Avranno certamente consumato la sua anima quel taglio doloroso del ’48 e quelle lettere che non riuscivano a tacere le difficoltà: il sacrificio dovette sembrarle inutile.
Nel ’54 Gregorio scrive alla sorella: la madre era morta, senza rivedere il figlio lontano ( e senza sapere dei miglioramenti che nel tempo si avranno nella condizione economica ). Sta per avvicinarsi Natale ed egli dà gli auguri, ma ricorda che il 20 dicembre saranno 6 anni che mi sono distaccato da voi e afferma che io con il mio pensiero sto attorno avvoi credo che voi lo stessoInsiste, Gregorio: il 20 se presente il distacco danuovo lo stesso come fosse oggi evvoi credo lo stesso e conclude però nulla si deve pensare questo però se pense eccome. L’ultimo ragionamento interiore non è solo umanamente toccante perché mostra il tormento di una situazione, quasi un volere e un non volere, ma è letterariamente bello. Devi fare ciò, sia che tu lo possa sia che non lo possa, diceva a se stesso Catullo.
Nel 1982 alla sorella scrive: “In quanto mi dici che avresti desiderio di vedermi, sarebe bello però io ormai non c’io più età per viaggiare, così che ci dobiamo rassegnare, e rimanere sempre dentro di noi il ricordo più bello i momenti felici, quando si è tutti in famiglia e questo ricordo ci accompagna tutta la vita”.
Queste sono vite spezzate, questi sono emigrati che hanno dovuto operare un’amputazione tragica nella loro esistenza. Negli anni ’80, nell’unico caso in cui si sentono al telefono: A Go’ mio, ha il tempo di dirgli la sorella con quel cuore di una volta. Ma l’emozione impedisce ad entrambi di parlare e si allontanano dall’apparecchio, sopraffatti dal ritorno improvviso alla vita di prima, dal contatto con una voce a cui avevano dovuto rinunciare. Non può reggere l’animo umano la lacerazione e rinuncia continua. Ci si allontana dal telefono per non morire di nuovo, come nel 1948.
Nella lettera del ’52 Gregorio però si rivolgeva in tal modo alla madre, firmandosi: per sempre mi dico il suo aff.mo figlio. Scriverà ancora alla sorella nel 1981 per sempre tuo fratello.
Per tutta la vita Gregorio ha in verità dovuto convivere con la scissione tra il “per niente si deve pensare a ciò” e il “però si pensa, e come!”, che egli sapeva ben osservare dentro di sé in quelle righe del 1954.
Quanto a coloro che erano rimasti a Cortale e che queste missive argentine preziosamente conservavano, tacevano essi con noi piccoli che neppure ci rendevamo conto dei crudeli vuoti esistenti nella vita degli adulti: non si usava riversare sui figli le proprie sofferenze e ti sembrava che i genitori fossero nati con te e fossero paghi solo di te. Ma quel Ciccu mio o Guori mio, che ogni tanto sentivi pronunciare, conteneva la scissione e lacerazione dell’esistenza di parecchi dei nostri parenti. Poi Francesco un giorno si seppe che era morto in un incidente, uno dei tanti in cui lasciavano la vita gli emigrati ( quanti non perirono nel lago di Como e quanti giovani cortalesi non morirono in Svizzera in infortuni sul lavoro, come per una difficoltà a muoversi in una grande città, noi partiti dai campi e alla vita dei campi abituati? ). E durante tali situazioni di lutto eri costretto a guardare al dolore dei tuoi, per una perdita di un universo affettivo che tu ignoravi avessero. Lo vedevi e come il patimento in quel caso!
Cos’è stata allora la vita interiore dei nostri genitori, cos’è stato il loro apparente aver accettato la separazione? Nessuno può dirlo, data l’oralità pressoché totale della loro cultura. Quel pacchetto di lettere con i bordi a strisce azzurre, quell’epistolario contadino, tuttavia non tace: se si legge quanto i protagonisti di quelle vite spezzate e non-umane scrivono, si trova, dietro l’apparente formularità, quanto gli adulti non ci hanno detto per proteggerci e capiamo perché un giorno, a distanza di sessanta anni, un uomo stesse seduto sulla sedia, triste perché aveva ricevuto la notizia che il fratello partito quindicenne e non più rivisto era morto nella remota Los Angeles.
Ed oggi, cosa resta oggi, a noi delle generazioni successive a queste vicende? Pur consapevoli che coloro che in passato sono partiti hanno avuto grazie a ciò una vita migliore e pur non ignorando quanto gli studiosi di economia sostengono, che cioè questi nostri luoghi calabresi abbiano beneficiato dei soldi degli emigrati, noi sulla nostra pelle sappiamo che il costo è stato altissimo. Differenti destini, individuali e collettivi, avremmo potuto avere in Calabria. Non da oggi è infatti iniziata la fuga dei cervelli di cui attualmente tanto si parla, a volte a sproposito. Per più di un secolo qui abbiamo avuto lo stillicidio della perdita di intelligenze e sensibilità che ha impoverito la nostra terra, la quale avrebbe avuto una storia diversa se non fosse stata attraversata da tale fenomeno. E pure le persone avremmo avuto diritto alla felicità e al godimento degli affetti.
Cos’ha comportato tutto ciò dunque per noi figli? E cosa resta del passato stillicidio? Cosa di quel rivolgimento resta oggi, come testimonianza, conseguenza e triste retaggio? Restano i tanti che cocciutamente non hanno voluto emigrare, quasi per spezzare un destino e un antico maleficio. Fermi a Cortale a una vita umana e culturale piuttosto agra, anche loro un po’ vittime di quel tragico andare dei propri cari.
Resta un’email arrivata l’anno scorso: è di Roberto Perez, nipote di Francesco e figlio di Elisa. Vorrebbe trasferirsi da Lisbona a Cortale.