Il ballo e le pulci a Cortale

-Oje vau a li ziti, annunciava nel vicolo qualcuno vestito a festa –Fatti na scotuliata de pulici puru pe mia!, era spesso l’allegra risposta di chi non partecipava al matrimonio che quel giorno in paese si celebrava.

A Cortale, un tempo, al posto di ballare si diceva scrollata di pulci come se si facesse la bacchiatura di un albero, solo che dal corpo non cadevano frutti ma pulci. E il modo di dire nasceva dal modo di vivere.
Almeno fino agli anni Sessanta, infatti, eravamo infestati dalle pulci e portavamo sulle braccia, sul collo, i segni del loro succhiare specie di notte. Con un senso di vergogna e riserbo li nascondevamo, coprendoci alla meglio con i vestiti, e ci recavamo così malridotti a scuola o a lavorare.

Al mattino, prima di andare nei campi, le donne rifacevano il letto.
Riordinarlo significava, però, dedicarsi a un’operazione preliminare: spulicare u liettu, cioè eliminare la dose quotidiana di pulci da lenzuola e materassi.
L’indomani, dopo aver avuto durante la notte il sangue divorato e il sonno tormentato, si ricominciava con la consueta spulicata.
Le pulci in verità non scomparivano mai del tutto ed era una lotta impari.
-Mi sucaru i pulici stanotte!, si doveva tristemente constatare nonostante la giornaliera fatica. -U zitiedu ade u cuodu mangiatu de i pulici, si sussurrava guardando il proprio bambino con il collo martoriato.

La spulciatura ( spulicatina ) richiedeva attenzione, pazienza con la propria vita e -soprattutto- stomaco forte.
Rivedo il movimento dei due pollici nello schiacciare l’insetto, risento il rumore ( come uno schiocco, scattiju ) delle unghie per l’avvenuta uccisione, lo strofinare sulle lenzuola il sangue rimasto sulle dita, ricordo le lenzuola che conservavano numerose piccole macchie ematiche.
Naturalmente si puliva a mani nude, senza guanti igienici.
Di tal genere sono stati i nostri fasti.

A dire il vero, eravamo altresì infestati dai pidocchi e qualcuno si beccò la tigna e si dovette rasare i capelli per curarsi, ma si può narrare un guaio alla volta: rievocare è doloroso.

Non è che allora fossimo amanti delle pulci e che ci piacesse sentirne notte e giorno, anche quando camminavamo, il movimento sul corpo. Non è che fossimo sporcaccioni e per questo le ospitassimo nei letti o le lasciassimo allegramente saltare sui pavimenti.
Eravamo anzi amanti della pulizia e le nostre lenzuola appena cambiate odoravano di fiume, di sapone e di lissía, un tipo di faticoso bucato di cui le nostre donne erano raffinate maestre.
Era cosa piuttosto ordinaria da noi a vucata, che persino i senesi antichi chiamavano in maniera pressoché uguale, bucata. Storici fantasiosi sarebbero capaci di dedurne addirittura che toscani siano stati i primi illustri abitanti di Cortale!

Usavamo pure un micidiale DDT per debellare gli ospiti non desiderati, ma esso era più nocivo alle persone che ai parassiti e la battaglia contro lo sporco – componente strutturale del nostro mondo – non potevamo vincerla: i materassi, raramente di lana o pezze, solitamente erano fatti di essiccate pannocchie di granturco non igieniche e dure per le carni, non c’era l’acqua in casa e quella che trasportavamo in testa non bastava mai, i pavimenti erano di creta e fango ( taju ) e quindi farinosi e di per sé sudici ( allorché ogni mattina con una dura e per la schiena scomoda scopa di erica si spazzava, si raccoglieva na palettata di una polvere che sembrava inesauribile ), tutti i componenti delle famiglie cacavamo in uno stesso recipiente il cui contenuto al mattino portavamo dentro un secchio in una zona del paese detta U capicuornu. E non era un pellegrinaggio festoso.

Un giorno mio fratello, che non stava mai fermo, a casa del maestro presso il quale andava per lezioni private rovesciò con le gambette perennemente irrequiete il contenuto del pitale, nascosto compostamente sotto il letto. La mortificazione del giovane insegnante fu tanta, mio fratello bambino credo si sia invece divertito parecchio.
Un po’ sorridevamo pure noi, quando ci raccontava ridendo di quella disavventura. Si sa, il riferimento al ventre è sempre causa di riso e non c’è bisogno di scomodare Aristofane per i nostri rovesciamenti di vasi, anch’essi comici perché contrastanti col decoro.

Ma ballavamo anche, in quella Cortale degli anni Cinquanta e Sessanta, e ni scotulavamu li pulici.
Ballavamo alla cerimonia per i fidanzamenti, ai matrimoni danzavamo per quindici giorni ( non si faceva il viaggio di nozze! ) e in quell’occasione nascevano tanti nuovi amori tra i ragazzi. Insomma, eravamo pure allegri, quanti non morivamo e sopravvivevamo alle innumerevoli e misteriose e allora non curabili malattie.
Eravamo bambini, giocavamo, a giugno gridavamo lucciola lucciola vieni da me e inseguivamo le minute luci volanti ed era un incanto, eravamo giovani, facevamo l’amore, avevamo figli.
Mio padre, la sera, suonava la chitarra nel vicolo ed era lieto assieme alla sua famiglia ed ai vicini.

Per indicare tuttavia una situazione di grande spensieratezza, quasi di innocente sfrenatezza – il ballare -, dicevamo, oltre naturalmente ad abballammi, anche ni ficimu na scotuliata de pulici. Unendo i due poli della nostra vita: la luce e l’ombra, la gioia e la miseria.
La nostra esistenza era siffatto connubio stridente: danza e pulci.

Molti avrebbero abbandonato questi luoghi e le pulci. E nelle città dell’emigrazione – Torino, Milano, Como, ecc. – rimpiangeranno per sempre le danze del natio paese.

Annunci