Protetti dagli sponsor

Fra poco torneremo a scuola, con la certezza che ci salveranno gli sponsor.
Mi chiedo, tuttavia, cosa dalla scuola e dagli insegnanti essi esigeranno in cambio della protezione. Per quanto concerne la Calabria, chissà quali potranno essere la qualità, la natura e la provenienza dei finanziamenti!
Il premier e il corteggio dei suoi ministri intanto parlano come l’oracolo di Delfi, dicono e non dicono, fanno anticipazioni, promettendo però ed assicurando che tutti nel mondo scolastico staremo meglio: gli alunni, noi insegnanti, le famiglie.
E’ in arrivo insomma la panacea, annunciata da potenti trombe e con il tono salvifico tipico della nuova classe dirigente.
In verità, gli insegnanti sono solo spaventati da tali notizie di palingenesi, perché sanno quanto in Italia sia sempre facile provocare danni alla cultura e alla formazione. Plaude invece CL e non è strano, sebbene non sia lecito affermare ciò perché verrebbe bollato come “pregiudizio ideologico”, un’espressione cara al governo in carica.
Spazzare via il vecchio, si grida ad ogni ora del giorno: basta che non spazzino via il sapere, le persone e i loro diritti.
In un’atmosfera ben cupa e triste, all’insegna del timore e della preoccupazione, inizia dunque l’anno scolastico. Molti docenti sono consapevoli di quello che ormai vieppiù viene loro richiesto: in realtà sono sollecitati con un certo imperio a non far più nulla sul lavoro. Del resto, questa è una cosa a cui sono con violenza sospinti da parecchio tempo e contro la sciagurata tendenza da parecchio tempo in tanti resistono. Pur costretti in mille situazioni schizofreniche, pur soffocati tra il ritenere ancora che la scuola debba istruire e preparare professionalmente e l’invito pressante a puntare al “rinnovamento”.
Stavolta in ogni angolo dell’Italia si proclamerà che costruiremo la scuola dei progetti, della rete, dell’inglese, tutto per camuffare la danza del niente nella quale l’istituzione pubblica sarà inghiottita e si perderà: c’è aria di De profundis per il sistema educativo non-privato.
Per ora, aspettiamo il 29 agosto e stiamo sereni, come Enrico Letta.

E fu festa grande per l’arrivo del frigorifero

Dell’infanzia ho un iniziale ricordo, breve come un lampo arcano: un principio di cui rammento la luce a forfait ( cioè solo per alcune ore e con una lampadina per casa ), i pavimenti in creta e fango ( de taju ) e con buche dove più profonde dove meno, il mangiare la famiglia intera nello stesso piatto, il portare in testa i pidocchi e sul corpo le pulci come fosse naturale, il camminare spesso scalzi, il coabitare con gli animali, qualcuno con l’asino la maggioranza col baco da seta o la chioccia. Anzi, tra le immagini più belle che conservo di quando ero bimba, c’è l’allegra nidiata dei pulcini che seguono per la cucina la chioccia, dopo essere stati in casa covati. Poi, successivo a tutto questo che è come un solo istante e si colloca negli ultimi anni Cinquanta, ricordo il progredire degli anni Sessanta ( che sarebbe continuato nei decenni seguenti ): l’acqua e i servizi igienici nelle dimore, pavimenti rifatti, finestre che spezzavano il buio delle abitazioni, strade rinnovate, qualche soldo da spendere anche grazie all’emigrazione, scolarizzazione aumentata. Ci liberavamo dalla sporcizia e mutava la vita di tutti, specie quella delle donne che si alleggerì di tanti gravami.
E si era appunto nei primi ’60 quel giorno in cui una minuta figura femminile si aggirava per il vicolo e diceva alle amiche: Veniti a la casa mia mu viditi, ca mi accattai chidu chi tene friscu! Nel quartiere era arrivato il primo frigorifero e la signora invitava ad andare a trovarla per vedere quello che mantiene fresco. Cominciava con queste piccole cose il nostro boom.
Ma noi non avevamo un termine per indicare tale elettrodomestico: è vero che basandoci sull’italiano arrivammo a denominarlo ( come facciamo ancora adesso ) frigoriferu, ma ho nella memoria che mia madre lo chiamava u friscu, u friddu, u rigoriferu. Di fronte al nuovo c’era quella che Lucrezio definiva egestas, povertà della lingua, ed ecco che le nostre donne partivano dal noto per determinare l’ignoto, usavano perifrasi, ricorrevano a calchi dall’italiano,”cortalesizzavano” il lessico estraneo, ecc. Tutte operazioni normali negli idiomi, che ogni giorno arricchiscono se stessi e si avvalgono di vari tipi di “prestiti”.
In quell’epoca, tante erano le novità ed era la miseria stessa che s’incrinava e rompeva. Le donne accoglievano ciò con un incanto di bambine, come appunto la signora del frigo, perché era la loro esistenza quotidiana che diveniva magicamente più comoda e più semplice. Mia madre la prima volta che salì sull’automobile di mio fratello restò entusiasta e fu tra coloro che subito, decenni dopo, richiesero l’allaccio al metano ( io invece avevo paura del gas! ). C’era un mondo nuovo che lei sentiva e vedeva delinearsi: questo la incuriosiva ed attraeva e questo voleva per noi figli. Respingeva l’oscuro passato e guardava al futuro.
Le donne, insomma, non erano liete di portare pesi in testa o di lavare i panni al fiume. Verso la fine degli anni Settanta, agli esami, fu chiesto a una ragazza cortalese in quale periodo si era avuta la rivoluzione industriale. “Quando è stata inventata la lavatrice”, rispose rivelando non grandi conoscenze dei processi storici, ma mostrando certo una profonda attenzione per la condizione femminile che spesso segue un percorso “altro” rispetto alla grande storia.
Di sicuro, il muliebre microcosmo che ha popolato la mia infanzia e giovinezza era attirato dalla modernità, non era retrivo. Nella miseria in verità non c’era felicità e non esisteva per essa compiacimento: ne è prova l’immenso fenomeno che ha interessato Cortale, l’emigrazione. Ne è prova che nelle famiglie contadine si volle – a costo di sovrumani sacrifici – far studiare i figli. E del resto, di solito tende a conservare chi sta al riparo del proprio potere.
Pertanto non facciamo parodie della civiltà contadina, per amor del cielo! Parecchio tempo fa un giovane frequentava casa mia, ma mia madre capiva che egli aveva una posizione paternalistica nei confronti del suo mondo. Non le piaceva per niente questo ragazzo e ne rifiutava sdegnosamente le sciocche chiacchiere. Lo sentiva lontano dalle grazie e dalle molte ombre della società  contadina, che non era una suggestiva favola, ma una realtà storica dura.
E quando il rinnovamento entrava nelle proprie vite, si era contenti: altro che la bellezza delle vozze. La felicità fu l’arrivo del thermos, almeno per chi doveva lavorare sotto il sole per ore. Non esiste bellezza nel bisogno, la bellezza si ha quando un uomo si affranca dalla necessità. Era davvero una meraviglia osservare con quanto piacere mia madre, quando le era possibile, si liberava senza rimpianti delle cose vecchie.
Quanto alla signora del nostro primo frigo, aveva un fratello dipendente dello stato: ecco spiegata la possibilità dell’acquisto. Lei, che il grande annuncio fece al vicinato, non aveva invece studiato ed era rimasta una persona semplice, che manteneva la gentilezza e naturalezza nei rapporti, anche se viveva una condizione di privilegio ( questo era allora uno stipendio in famiglia ). Tali atteggiamenti  la mettevano alla pari degli altri. Era tenero e ingenuo, quell’andare casa per casa per annunciare alle amiche la novità, che non venne accolta con invidia: era anzi come se tutte assieme giocassero e si trasmettessero reciprocamente lo stupore di fronte al mutamento. Il vicolo era attraversato da una corale ammirazione e si abbandonava alla gioia del progresso.
La vita cortalese era allora organizzata in maniera che tutto avvenisse in una dimensione comunitaria – parti gestiti da una cerchia di esperte, matrimoni, funerali – sicché anche quel piccolo/grande ingresso nel moderno la mia vicina volle viverlo collettivamente: perché solo così sapeva condurre l’esistenza. E con una festosità fanciullesca diede la notizia e con uguale entusiasmo essa fu dalle altre accolta.
La medesima dimensione collettiva ho trovato in una società da noi lontana, in una descrizione fatta con partecipazione e con un’intima e diresti innata posizione progressista da Mario Calabresi, il quale racconta come sua nonna nel 1955 rinunci alla Fiat Seicento che il marito intenderebbe regalarle ed opti per una lavatrice, che le ridà il tempo di leggere un libro dopo quattordici anni in cui ha cresciuto i figli e si è sobbarcata l’aspro lavoro del bucato. Siamo a Milano e per una settimana una fila di signore si reca a osservare con meraviglia quel prodigio che arrivava dall’America, mentre la nonna di Calabresi ne spiega il funzionamento e vanta gli spazi di libertà conquistati. Anni dopo dirà al nipote che la lavatrice “ha messo fine a secoli di fatica delle donne”. Il giornalista ritrae in queste pagine una deliziosa modernità femminile: la nonna nel 1955 certo viveva nel benessere economico, ma non siamo in presenza di una ricca chiusa, svagata e fuori dal mondo. Lei aveva anche l’intelligenza e l’aspirazione alla libertà e al progresso tipiche della migliore borghesia: tutte cose che saranno parte del patrimonio culturale della stragrande maggioranza delle donne delle generazioni successive a quella a cui appartenne la mia estasiata vicina.
Ma la mia vicina e le altre abitanti del vicolo che festeggiavano il frigo hanno lo stesso comportamento, le stesse reazioni di quel raduno femminile a Milano: sono proiettate allegramente in avanti, non sono oscurantiste. Non è cosa da poco! Mia madre, come le sue amiche, gli spazi che man mano conquistava con lo sviluppo non poté utilizzarli per leggere i libri a cui non era usa, ma ugualmente comprese l’importanza delle innovazioni: in ogni caso, fu capace di immaginare un avvenire diverso per i figli e soprattutto per le figlie. E pure lei, quando per esempio ebbe ancora giovane la pensione per problemi di salute, acquistò maggiore autonomia all’interno del nucleo familiare e ne fu consapevole.
Allorché allattava ( pitturava ) le pareti di casa, non diceva banalmente che le rendeva celestine, ma “color del cielo”: qui c’è il suo incanto verso il mondo, la sua gioia di vivere ed il suo volgere lo sguardo oltre l’esistente.
La prosperità, non la miseria, aveva in mente quella società contadina che fu la nostra. Mia madre non approvava chi gigioneggiava con la sua cultura. Io conservo lo stesso sdegno con chi oggi si riempie la bocca di tradizioni, di nostalgia per il passato e fornisce di esso idilliche descrizioni. Non ci sono fasti da rievocare: in tanti sono scappati a gambe levate dalla povertà imperante.
Adoro tutto quanto renda l’esistenza meno complicata. E adoro ciò che mi concede di non lavorare in casa: sono solita dire che le mie più care amiche sono la lavatrice e la lavastoviglie. Veniti mu le viditi!
( Anzi, si nescemi accattu puru na machina chi mi lave la facce! )

Rinvio apertura scuola

Nessun rinvio dell’apertura delle scuole, dunque, come invece era stato richiesto da una parte del mondo del turismo. Il titolare del dicastero dell’Istruzione, Stefania Giannini, lo esclude perché il posticipo “potrebbe danneggiare le famiglie”.
Mi sarebbe piaciuto che il ministro avesse mostrato principalmente attenzione ai danni didattici e culturali.
Povera scuola!

Edicole sacre, spiriti e dolcezze. E l’ombra di un castagno.

Gesù, Giuseppe e Maria! Gesu, Giuseppe e Maria!, il grido di spavento si levò nella notte, svegliandomi. Chi nc’è zia? Chi aviti?, le chiesi con gli occhi mezzi chiusi. Menu male ca mi rivigghiasti, ca mi stacia faciendu nu suonnu troppu bruttu! Io era a la coneda de Cirifarcu e a na vota vitti dui cavadi randi chi caminandu facienu pla…pla… pla. E avianu certi natichi gruossi chi mancu li cani! Penzai ca erunu spirdi e mi ammucciai nta u sentieri sutta a via e cuminciai mu chiamu a li Santi mu mi liberavanu. Aimà chi pagura, figghiamma, bedissima ca era nu suonnu! Dorma, dorma.
Da piccola e da ragazza ho avuto la fortuna di dividere la stanza con una delle mie zie. Aveva il sonno agitato, parlava, a volte si lamentava. Io regolarmente la svegliavo, lei si rimetteva in un’altra posizione ( senza mai arrabbiarsi ) e, complice il mio sonno tranquillo di ragazza, si dormiva nella stessa camera beatamente e non conoscendo attriti.
Mia zia, come ogni appartenente alla cultura contadina del tempo, aveva credenze magiche e pagane che confluivano, senza confliggere, nel cristianesimo. E’ riduttivo nel suo caso tradurre  spirdu con fantasma, meglio intenderlo come spirito e in una vasta accezione. Io ricordo che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, se qualcuno aveva un incidente e moriva, in quel luogo si affermava che “Restau u spirdu” e in tal caso il sentimento che si provava era d’inquietudine come di fronte ad una presenza ignota ed impalpabile, anche se non si riteneva che lo sventurato – magari una persona conosciuta –  fosse da morto divenuto un essere malvagio. Si diceva anche “Vidisti nu spirdu?”, segno che tali entità si rendevano talvolta visibili agli uomini ( o che gli uomini immaginavano di vederle…). Certo, la credenza non si apriva a un’idea di spirito benigno nel non bucolico mondo contadino in cui sono cresciuta, anzi implicava piuttosto l’idea di spirito maligno, un concetto non estraneo alla Chiesa, sicché contro questo male si invocavano i santi, come faceva mia zia durante il suo sogno.
E’ strano che per me oggi, ogni volta che passo da quell’edicola, essa non sia a Coneda de Cirifarcu, ma a Coneda de a zia, come se davvero e non nel sogno mia zia fosse passata di là ed avesse avuto un grande spavento. Anzi, tale è stata quella notte la sua capacità descrittiva, unita alla sua reale angoscia, che quegli animali li penso grandi, di colore marrone, con le natiche enormi. In un curioso modo, attraverso le danze bizzarre della vita, l’incanto di fronte all’ignoto ci unisce, complice il mio agnosticismo e – soprattutto – la dolorosa nostalgia per un tempo dell’esistenza per me pieno di grazie.
Girifalco: edicola votiva sulla provinciale per CortaleMia zia, oltre a questa cultura popolare, miracolosamente possedeva pure un che di fanciullesco che emergeva nel contatto con i nipoti. E non so come avesse potuto preservare dentro di sé siffatto residuo d’infanzia, dati gli inferni del Novecento che aveva visto, lei nata agli inizi del secolo. Si faceva perciò compagna di giochi di noi bimbi.
Rammento che giocavamo sotto un grande castagno: io ero la mamma, lei la bambina. Quanto sapeva fare i capricci e frignare! A un certo punto si mette a piangere e mi dice che ha fame ed io premurosa corro a cercare con che placarla. Volevo prendere delle pietruzze ( nella finzione del gioco sarebbero state il cibo! ) che stavano lungo la strada che circondava il fondo, dalla via  separato con un filo spinato. Nella foga, sbatto il viso contro il filo. La sera tornammo a casa, io in braccio alla zia che mi aveva ben nascosta cu u vancaliedu, nel patetico e fanciullesco tentativo di celare il fatto a mia madre. Sento ancora quel Chi li facisti a la ziteda?, nel momento in cui mia madre, scostando lo scialle e accorgendosi dei numerosi graffi, temette che fossi rimasta sfregiata per sempre. Credo che sia stato un sollievo per la zia vedere che i graffi erano superficiali e non lasciavano nessuna traccia.
Questa mia infanzia vissuta  tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, sebbene certamente meno amara di quella di mia zia decenni prima,  ugualmente non è stata semplice e indolore, perché appartenevo ad un mondo attraversato ancora da innumerevoli bisogni e violenze, basti pensare al fatto che i bambini venivano regolarmente picchiati. Eppure, ed è un vero miracolo, posso ricordare mia zia soltanto perché sotto quel castagno lei raccontava le favole ed io ascoltavo con la bocca aperta le vicende di Piripicchiu e altri personaggi. Lei è semplicemente quella con cui  abbiamo giocato e riso, per gli anni che ci sono stati concessi di trascorrere assieme. E questa è tuttora per me una grande ricchezza e fortuna. Il nostro è stato un rapporto puro, non attraversato da nessuna forma di prepotenza, da nessun’ombra dolorosa, come viceversa spesso capitava e capita nelle relazioni familiari. Ed io non le mancai mai di rispetto, non toccai mai le sue cose che lasciava incustodite, ebbi stima della sua vita, sentii sempre che nonostante i giochi l’adulta era lei tra noi. La nostra stanza ( che faceva parte della sua casa ) man mano si riempiva dei miei libri e lei generosamente toglieva mobili od oggetti per far posto ad essi. E comprava, alle fiere del paese, prima una libreria, poi un’altra, poi un armadio per i miei vestiti. La sera, mi pare ancora di vederla, sollevava la botola, u catarrattu,  e mi chiedeva ( spesso stavo studiando, alla mia prima scrivania che lei aveva ricavato da un suo tavolo ): Puozzu venire mu mi curcuN’attru pocu, rispondevo con l’egoismo tipico degli adolescenti. Va bene, chiamami, quandu furni.
E’ davvero una fortuna poter ricordare un rapporto, tra una persona adulta e te bambina e tra una persona adulta e te adolescente, che negli anni si mantiene scevro di tensioni. Solo affetto, distillato di affetto. Una meraviglia. Che questo portento capitatomi sia nel suo piccolo un’indicazione, una speranza su come possano essere liberi da fatiche e costrizioni i legami sentimentali? Che sia possibile pensare che la pedagogia non debba avere nostalgie per gli autoritarismi? Io mi sono sentita solo amata, da quella mia zia adorabile. Ed è una condizione di felicità.
Guardava incuriosita verso lo schermo televisivo, tardi entrato nella nostra camera: – Cu è chissu? – U figghiu. – Ah, si vide ca l’assimigghie!
Ma sì, zia, hai ragione tu, la realtà è quella che si trova dentro il nostro cuore. Ho capito: l’importante è che quando ti imbatti in due cavalli, in due spirdi, ci sia una ragazza accanto a te che ti svegli e ti faccia uscire dall’incubo. Del resto, è stata tua compagna di giochi e quella sera nel vancaliedu se ne stava ben nascosta, per proteggerti dalla giusta ira di tua sorella in apprensione.
Siano per sempre lontani da te cavalli e spirdi e sia leggero e tranquillo il tuo sonno. Il mio non è stato mai più felice di quello condiviso con te in quella nostra stanza popolata da spirdi, preghiere, libri, dolcezze e sogni di ragazze.

Cortale, tardi anni ’60; Cortale, giugno 2014

Non pensavo che avrei più rivisto quella miseria estrema nei nostri luoghi, quella degradazione persino dell’essenza umana.
Si era alla fine degli anni Sessanta, quando vidi un uomo trascorrere gli ultimi giorni e poi morire steso su una balla di paglia, non in un letto. L’uomo aveva lavorato tutta la vita. Rimasto vedovo, aveva considerato di essere troppo povero per risposarsi e provvedere a una famiglia più larga, per cui si era dedicato a crescere le figlie e a dare loro una dote. Non aveva avuto nessun erede maschio, ritenuto una benedizione e una ricchezza nelle case contadine. L’uomo, vecchio e ammalato, adesso non ha più niente e nessuno: ha ceduto già la proprietà dei campi acquistati alle figlie, che a loro volta hanno lasciato il paese in cerca di fortuna. Sono gli anni in cui da Cortale si emigra a ritmo febbrile e cambia ogni cosa, anche la vita degli anziani i quali non godono ancora tutti della pensione ed hanno perso, andati via i figli, la posizione di rispetto che nella famiglia contadina garantiva loro una vecchiaia più dignitosa.
Vengono solo delle vicine, caritatevoli e affettuose, a portargli qualche caffè, a inumidirgli le labbra riarse con un po’ d’acqua. Non si poteva fare molto, nessuno di noi era ricco e nessuno nuotava nell’oro. Il resto è immobile, e l’uomo muore su quella paglia, nell’indifferenza delle istituzioni e degli amministratori di allora e nel silenzio generale.
Non ho mai dimenticato quell’uomo sulla paglia e credevo che non avrei più rivisto quella miseria estrema nei nostri luoghi.
Poi una mattina del giugno di quest’anno quel pianto di una giovane donna che squarcia le vie. Si è suicidato il suo giovane sposo, nuovo emigrato venuto a Cortale per dare alla sua famiglia un avvenire migliore.
Se mi si chiede cosa sia il dolore, penso all’elegia di due figure nel vicolo all’alba: l’uomo – il fratello del morto –  in piedi, con il viso rivolto al cielo, sta accanto alla giovane cognata seduta e le tiene un braccio su una spalla per confortarla. La loro solitudine, nel vicolo. E dentro, nella stanzuccia, il ragazzo che aveva deciso di andarsene. Non scorderò mai il suo volto: nella peculiare ricomposizione pacificatrice dei tratti che conferisce la morte, sembrava un bimbo. E soprattutto non scorderò quelle mani, che avevano tutti i segni del pesante lavoro di una vita: non le vedevo da quarant’anni. E non scorderò quel corpo a fatica fatto entrare in una bara non adatta a un uomo alto e forte, tanto che il ragazzo era messo come di traverso, forzatamente rannicchiato, e privo di scarpe, soltanto appoggiate sui piedi. Un vestito invernale, in quel caldo di giugno. La bella ed elegante camicia bianca, a collo alto.
E nelle orecchie mi risuona quel “Perché? Perché?” della sua giovane sposa, durato sino a quando non ha chiuso la porta e lo ha accompagnato nell’ultimo mesto viaggio di ritorno al paese natio.
Al mattino solo i due affranti congiunti nel vicolo e il ragazzo in quella stanza straniera, accarezzato dalla luce che cominciava ad entrare attraverso la finestra aperta. Pietà sembrava essere fuggita.
E non esco dal senso di colpa che subito mi ha afferrata: per un’amicizia che non ho dato, per l’avarizia colta dall’altro, per quel saluto timido che il giovane mi rivolgeva, rispondendo al quale io mi sentivo responsabile e in imbarazzo, perché comprendevo che egli era disarmato e spaventato anche di fronte a me. Io facevo parte delle sue insicurezze, io che se mi analizzano il sangue trovano un gene, quello dell’emigrazione, in ogni generazione della mia famiglia.
Partiva prima delle sei del mattino per lavorare e tornava tardi la sera. In tanti venivano per richiedere le sue braccia, evidentemente egli non si risparmiava. Alcune volte ho udito che si discuteva, senza dubbio sul compenso. Spesso tossiva, lo sentivo dalla mia cucina.
Adesso non sento più quella tosse. Non c’è più lo stendino, vicino l’uscio della sua casa. Non c’è più la pianta con fiori all’ingresso, la parabola per collegarsi anche alla propria terra.
I due giovani erano partiti assieme per costruire il destino loro e del figlio lasciato a casa.
Uno dei due, però, non ha più nutrito speranze.
Di solito di fronte alla morte di un giovane, un evento che noi definiamo sgasciu, Cortale risponde con una partecipazione corale. Ma pochi sono stati quelli che sono passati a salutare il ragazzo che andava via. E anzi, invece di guardare alle responsabilità della collettività con coraggio fino al punto da restarne impietriti, è subito iniziata a diffondersi una ridda di voci che tendevano a rassicurare noi stessi e a dare interpretazioni banalizzanti del suicidio, facendo insinuazioni meschine sui due sposi. E’ dunque cambiato il paese da quando, alle soglie degli anni Settanta, lasciava morire un uomo sulla paglia? Non esistono più neppure vicine caritatevoli che ti bagnino le labbra riarse, come allora accadde.
Oggi – di fronte a questa morte scelta pur di non vivere l’esistenza amara toccata in sorte – dovremmo almeno chiederci quali condizioni di lavoro si abbiano a Cortale e quali modi di vita i più deboli siano costretti a subire. Dovremmo chiederci fino a che punto la miseria sia sopportabile. In quelle mani di ragazzo, sporcate e sformate da un lavoro non umano, io ho rivisto cose che credevo scomparse per sempre: ho visto assommarsi la fatica di tante generazioni nostre.
E adesso, mentre  sento e osservo il vuoto del vicolo, ricordo quando d’estate lui ed altri giovani emigrati si riunivano ed andavano qualche domenica al mare. Quando nel vicolo si sedevano tutti, per la ristrettezza della casa e per il caldo che in essa c’era, come una volta facevamo noi nel tempo in cui avevamo abitazioni anguste e prive di finestre. E ricordo quando li vidi in bicicletta. O lei con i capelli acconciati dal parrucchiere. O quando cambiavano qualche mobile. Mi parevano segnali buoni, di vitalità e di una giovinezza che mette uno sull’altro mattoncini per comporre il proprio futuro.
E invece non avevo capito niente. Non avevo capito che il ragazzo viveva l’inferno in terra.
Ho sempre pensato che il suicidio – atto assoluto, tragico e quindi con dei tratti di terribile sublimità – possa essere schiacciato e scacciato da qualcosa di altrettanto sublime: un gesto d’amore o una parola consolatoria o un guizzo di bontà che quasi magicamente vincano il demone di un’anima. Specie nel caso di un giovane.
Anni fa, di fronte al corpo senza vita di una studentessa di Crotone e al volo suicida dalla finestra della scuola, mi ripetevo, forse infantilmente, forse per distogliere il cuore dalla vista di quella che sembrava una tenera bambola spezzata: “Se ieri avesse incontrato qualcuno o qualcosa che avesse lenito il suo tormento…”.
Io so di non essere stata quel qualcosa per il ragazzo che in una notte di giugno ha deciso di andare lontano da noi. E il paese intero non lo è stato, cittadini e istituzioni.
Non posso scordare il suo sguardo timido quando mi salutava. E non posso scordare le parole d’amore che una giovane donna ha pronunciato di fronte a quel suo compagno che si era fatto sommergere dalla disperazione, lei rimasta sola a guardare smarrita al futuro, in un mondo pieno di disparità che volgarmente ti fa osservare le troppe ricchezze degli altri mentre tu stenti a progettare la giornata successiva.
Quella notte di giugno è caduta la speranza di un uomo. Ma si è spenta anche la nostra speranza o sicurezza di non essere dis-umani e ingiusti.
Che piacere può dare un giorno che si aggiunge a un giorno e che allontana da morte?, urlava l’Aiace sofocleo che si apprestava a porre fine alla sua vita. E soggiungeva: E tu, Sole, che spingi il tuo carro alto nel cielo,/ quando vedrai la terra dei miei padri/ trattieni le briglie d’oro/ e annuncia la mia sventura e la mia sorte/ al vecchio padre e all’infelice mia madre:/ quando udrà la notizia, la misera, / riempirà la città coi suoi alti lamenti.
Noi siamo incapaci di alimentare speranze in chi è debole e non riempiamo le nostre città di lamenti quando soccombe.
Ma davvero crediamo che una parte degli uomini possa trarre diletto dalle briciole dei nostri banchetti di privilegiati?
Se la speranza si spegne/ e ricomincia Babele / che torcia illuminerà/ le strade della Terra? (Lorca)