Battaglina: perché non manifesterò il 24.

Ormai si è arrivati alla fine della vicenda della Battaglina: bisogna ancora stare attenti che gli iter burocratici seguano una linea regolare, ma è evidente che da qualche mese si è di fronte ad un’ aria di smobilitazione ed anche ad alcuni mugugni di troppo, che non sono più quelli fisiologici di un grande movimento, ma differenze nette di pensiero e, per molti aspetti, delle vere e proprie divergenze.
E’ stato in realtà raggiunto l’obiettivo che ci aveva tenuti assieme, noi tanti e così diversi dal punto di vista ideologico e con esperienze esistenziali varie. Ognuno se n’è già andato o se ne andrà probabilmente per la sua strada, riprendendo le proprie abitudini, dopo un periodo convulso in cui parecchi abbiamo pensato solo al problema della discarica e di esso molto, ed in ruoli distinti, ci siamo occupati. Da tempo lo stesso presidio ha perso ragione d’essere e le finalità che gli “irriducibili” perseguono non sono più solo riconducibili alla questione della Battaglina.
Cosa resta dunque di quell’esperienza unitaria?
Resta la vittoria, che –  non dimentichiamolo – non era scontata.
Resta che la vittoria l’abbiamo ottenuta in tanti.
Resta che tante persone, così eterogenee dal punto di vista politico ( io non ho mai fraternizzato con tanta gente di destra come in quell’occasione! ), ci siamo unite per uno stesso scopo, quello della salute. Resta il fatto che la vittoria sia stata riportata in Calabria.
Resta il fatto che quest’avventura comunque ci ha cambiati, perché ci ha dato fiducia, speranza ed un metodo di lotta.
Ognuno è già dunque ritornato o ritornerà alla propria vita ed ai propri ruoli, alle proprie occupazioni, mentre alcuni si dedicheranno ad altre battaglie ideali e sociali.
Ma resta, e nessuno ce la potrà togliere mai, quella sera di gennaio a Borgia, quando il cuore ad ognuno di noi si è allargato e la gioia ci ha invaso nello scoprirci così numerosi e così uniti: ci siamo sentiti forti, ripagati degli anni di delusioni politiche, e calabresi fuori dagli schemi convenzionali. Diversamente calabresi.
Di tale ricordo e di tale felicità dobbiamo ringraziarci a vicenda, nel lasciarci.
Ma quando ci si separa sono inutili le parole.
Ciò che resta è dono dei poeti, diceva Hölderlin.
Tuttavia, il nostro potrebbe essere soltanto un arrivederci: arrivederci al prossimo problema di valenza generale, per il quale forse combatteremo ancora assieme.
Quelli che invece si vogliono affrontare con la manifestazione del 24 non sono temi e fatti generali: dietro l’attuale lotta, a parole contro la discarica Battaglina, ci sono delicate problematiche locali ( riguardanti in particolare Borgia), aspirazioni per le prossime elezioni amministrative ( ad esempio, a San Floro), disegni politici, specialmente del M5S. Tutte cose legittime, ma che non sono nel cuore e nell’interesse di tutti: ecco perché non manifesterò il 24.
Non si combatte più esclusivamente contro la costruzione della megastruttura presso la Battaglina, per la salute di tutti, per opporsi ad un disastro che coinvolge la nostra zona nel suo insieme.
E si agita lo spauracchio di un pericolo inesistente, quando si sostiene che il 7 maggio l’ecomostro sarà riaperto.

Discarica Battaglina: molto si è fatto e molto si muove…

Il procuratore Villani ha inviato diversi avvisi di garanzia per la vicenda della Battaglina.
E adesso la danza del Noi non c’eravamo…, del Siamo tutti contro la discarica … comincia a dover cessare e si chiarisce chi ha voluto il disastro e chi no.
Tanti sono ormai i risultati concreti conseguiti. E la lotta contro l’opera, in primo luogo condotta – giova ribadirlo –  dai cittadini, è stata un segnale di mutamento per la Calabria.
Adesso si può credere che non è vero che in questa terra qualsiasi imbroglione abbia la meglio e vinca.

Prima comunione, agosto 1962

Estate del 1962, prima comunione. ( Fotografia di Antonio Faga )

La piccola della foto ha i capelli raccolti in una coroncina ed il vestitino che scende liscio, ma io ricordo le bambine diversamente acconciate per l’occasione. Quelle che per la prima volta avrebbero dovuto fare la comunione, quindici giorni prima, vivevano la bellezza e l’incanto dei preparativi di ogni rito di passaggio. Non c’erano ancora a Cortale parrucchiere, credo che l’abbiamo avuta solo verso il ’65 e fu una ragazza che rivoluzionò le nostre pettinature e diede maggiore grazia alla nostra femminilità. In casa si preparava perciò un impasto con uovo, si tagliavano delle striscioline di carta velina e si imbevevano nell’intruglio. Attorno alle strisce si avvolgevano quindi i capelli della bimba ed eccoti bella e inventata una permanente popolare. La bambina teneva questi che sembravano bianchi fiocchettini giorno e notte per due settimane, pur di avere riccioli perfetti: la si vedeva venire a scuola, giocare allegramente, recarsi a la potiha  così acconciata e tutti sapevano che l’aspettava il bel giorno: “Ha mu ti fai a cumunione? Allora mo ha mu fai a brava e mu ascuti i randi! De cu dicisti ca sini figghia? Ah, capiscivi: canusciu a patritta e a mammata, salutammile“. E la piccola proseguiva il cammino saltellando, credendosi importante come la Bettina manzoniana, ed era felice di questo nuovo riconoscimento sociale che la faceva sentire finalmente grande. Alla bellezza del vestitino si provvedeva apprestando l’amido con molto riso bollito e si aveva un abito vaporoso come una nuvola. Si compravano inoltre un paio di eleganti scarpette bianche che felici indossavamo, noi che spesso, per giocare scatenate beatamente come maschiacci, toglievamo le scarpe e correvamo scalze incespicando regolarmente nei sassi e sempre con il dito già traumatizzato, ma avevamo il vento in quei benedetti piedi. Si continuava a camminare e a pavoneggiarsi con quelle scarpe 15 giorni dopo la cerimonia, come facevano a quel tempo anche le spose. E quindi a chi ti chiedeva se avevi appena ricevuto per la prima volta la comunione, si diceva di sì e si avvertiva in tal modo a lungo, grazie a quelle deliziose scarpette ai piedi, il sapore della tua festa. Io ancora adoro le scarpe bianche e so perché calzarle mi dà felicità.
La foto sopra ha purezza di linee e coglie la bella essenzialità di questi antichi spazi: il fotografo, un giovane contadino da qualche anno emigrato, non è un professionista, ma guarda con rispetto al suo mondo, dandoci un ritratto in cui niente è di troppo o volgare. La nostra vita non è stata tarantelle grossolanamente oggi riproposte. Questo lo racconta chi è estraneo alla civiltà contadina, per nascita o pensiero.
Io avevo dieci anni il giorno della prima comunione e accanto, sull’altare, c’era pure una giovanissima sposa di quindici anni. La cerimonia si tenne il giorno dopo il fidanzamento ufficiale di mia sorella, per cui anche la mia festa fu accompagnata da dolci e liquori destinati ai due giovani promessi, i liquori addirittura preparati sei mesi prima dalle donne di casa e messi in campagna nella paglia, non so se a fermentare o per tenerli al riparo da ladri o da familiari bevitori. Per i diversi  riti collettivi, cioè, la società contadina aveva la capacità, la fantasia e la voglia di organizzarli con grazia e dignità: nascite, comunioni, fidanzamenti, matrimoni, pii riti funebri.
In quell’occasione io fui fortunata persino per quanto concerne i regali. Nessuno me li avrebbe mai fatti, ma mio cognato, giovane di rara sensibilità, quando andammo ad un’oreficeria di Nicastro per il fidanzamento, oltre ai tanti gioielli con cui adornò e caricò mia sorella come allora si usava ( colei che si fidanzava pesava almeno mezzo chilo in più, con quei grandi anelli, ecc.! ),  comprò un paio di graziosissimi orecchini per me, l’altra piccola donna di casa. E la sera prima della mia comunione, durante il fidanzamento, i giovani – mio fratello, mio cognato, tanti ragazzi amici, i miei cugini, tutti emigrati –  avevano danzato e mi ero divertita a farlo anch’io, che da loro, che si vantavano di andare a lezione di ballo a Zurigo, ho imparato il cha cha cha, il twvist, oltre alla mazurka, valzer e tango. Insomma, gli emigrati portavano le novità nelle nostre vite:  io, prima che mio fratello arrivasse dalla Svizzera con una bella macchina fotografica, non ho neppure una foto. Quei benedetti emigrati tanto mancavano nelle case e nelle vie di Cortale, anche se esclamavamo Ma come fate a camminare in queste cote?, ripetendo con triste ironia l’espressione utilizzata in vacanza da qualcuno di loro. Sapevamo bene che quelle parole segnavano il distacco che si andava inevitabilmente creando tra le nostre esistenze, tra chi era rimasto e chi era partito.
Mio cognato dopo il fidanzamento ritornò in Svizzera: sarebbe venuto a Natale, per sposare mia sorella. Lasciò alla fidanzata, però, il suo mangiadischi e allora sì che io bambina sentii l’aria di mutamento che c’era negli anni Sessanta! Il vicolo in cui vivo da sempre fu assordato e intronato dall’altissimo volume e nessun anziano mai, neppure allorché ascoltavo a vele spiegate “Cuore matto”, mi rimproverò, neanche quando qualche vecchio era gravemente ammalato: evidentemente si capiva che la  mia non era mancanza di rispetto, ma giovanile non-coscienza.
Tuttavia il vicolo risuonava di musica e di danze di giovanissime, di adolescenti e di bimbe, anche quando una mia vicina, una ragazza un po’ più grande di noi, tornava dalla campagna in cui abitava per tutta la settimana. Aveva, pure lei credo perché si era fidanzata, un giradischi e dei dischi con musica, diciamo così, molto popolare e il sabato allora era un tripudio. Spalancavamo la porta della sua casa, quella che dava sulla strada principale, accendevamo il giradischi e davamo inizio ai balli ed anche a un rude saltellare. La stanza si riempiva del nostro allegro vociare e il suono rumoroso arrivava, penso, fino a Vasciu.
A casa mia, dunque, prima della “rivoluzione” regalataci dal mio cognato gentile, non esisteva l’aradio: e non so per quali vie arrivassero le canzoni napoletane a mia madre o come conoscesse “Marina” o “Il pullover”, due motivi che amava tanto: mi sembra, ma solo mi sembra, purtroppo, di sentirla ancora cantare.
Non tutto è bello di quel periodo, che è stato duro e amaro per i nostri luoghi e per la maggior parte di chi li abitava, ma io ho la fortuna di avere avuto parecchi anni felici nell’infanzia, e li ho vissuti a Cortale: non sono fiera di esservi nata, ma qui sono nata ed ha condotto l’esistenza chi ho amato. L’appartenenza legittimamente può anche essere dolorosa e critica. La mia lo è.

Zurigo-Cortale

Assieme ad altri della mia famiglia, sono stata a Zurigo per l’ottantesimo compleanno di mio fratello, emigrato negli anni Cinquanta. Ed ho trovato alle pareti di casa sua questa vecchia foto con parecchi cortalesi che si erano recati a Maida, probabilmente per motivi religiosi. Quanta gente ho riconosciuto, la cui perdita ha contribuito a provocare la nostalgia che spesso mi pervade! Sono persone che ero abituata a vedere e che a poco a poco non ho più incontrato, sicché la mia vita si è impoverita: in fondo questo significa il passare del tempo, la modificazione profonda della geografia del tuo cuore.
Nell’immagine si notano Micuzzu Todescu, la cui bottega ha accompagnato la fanciullezza di molti cortalesi e dove come in un bazar i deliziosi uacchipistati si univano alla crusca, a a rame, ecc.; Ngiuannuzza Ferraro, una donna la cui vita fu travolta dalla seconda guerra mondiale che le portò via lo sposo, una tragedia che la costrinse a crescere da sola i figli, sovente trasportando in testa legna che poi vendeva agli altri; le sorelle Cefalì che abitano Vasciu, che io ricordo passare fiere per le strade; don Pasquale Pellegrino, che ci ha incantato con i suoi magici racconti; un giovane don Pietro Bardascino, la cui inquieta mancanza di retorica annunciava tempi nuovi. Riconosco pure due cugine di mia madre, i Ddiali, che sono parte di me e della mia infanzia. Rivedere le vecchie foto è come avere la restituzione di coloro che abbiamo perduto e che sembrano essere stati sottratti persino al nostro ricordo: la gioia che si prova nel ritrovarli in un ritratto del passato indica però che in un angolo di noi vivono ancora, nonostante il continuo furto che il tempo esercita nei confronti della nostra esistenza e memoria.
C’è, in quest’abitazione zurighese, pure una fotografia di vecchi cortalesi che mio fratello a sua volta ha trovato esposta in una stanza di compaesani d’America: il mondo è pieno di noi e noi siamo pieni degli altri. Forse dovremmo ricordarlo di più, quando lo straniero viene in Italia.
Tante case di italiani all’estero sono così, biculturali o multiculturali. Ad una parete di quella camera di Zurigo c’è anche la cittadinanza svizzera, chiesta tardi da mio fratello ma adesso orgogliosamente esibita. I percorsi di vita sono in realtà complessi e ricchi. E la legislazione ciò dovrebbe registrare, includendo e ritenendo propri cittadini coloro che arrivano da un paese diverso, non escludendo chi ha inteso dare un orizzonte più ampio alla propria esistenza.Zurigo
Anche le nostre case in Italia e le nostre vite sono piene di tessere ed elementi stranieri: la mia abitazione ha foto della Svizzera, monete ecc.  Inoltre, nei miei parecchi viaggi a Zurigo, ho apprezzato quella regolarità  del quotidiano, quella conseguente mancanza di fatica e tensione che pare caratterizzare un’organizzazione della vita non affidata all’improvvisazione, la quale  invece da noi lascia il cittadino solo di fronte ai problemi o di fronte alla burocrazia. Ho sentito la libertà delle donne, di cui è segno la semplicità dell’abbigliamento. E negli anni ’70,  ancora oscurantisti a Cortale, a Zurigo potevi tranquillamente metterti in costume da bagno e nel giardino di casa prendere il sole o andare con i bigodini in testa sull’autobus: non costretta ad essere sempre inappuntabile e inamidata. Ma la cosa principale che mi avvicina a questa terra sono i miei nipoti, cresciuti nella cultura svizzera, che perciò non mi è estranea. Zurigo, a sua volta, è piena di ricordi e sensibilità italiani, anche cortalesi come nel caso della mia famiglia. L’esistenza di tanti acquista quindi siffatta varietà di colori, in cui la vicenda umana trova il suo senso e ritmo.
In mezzo, come elemento irriducibile, il dolore del distacco, del discidium.
A Zurigo difatti c’è altro, oltre quello che apparentemente si vede, in questo compleanno di mio fratello, la cui valigia di cartone conservo tuttora a casa mia. Quanta storia di antiche lacrime in ciò che si mostra ai miei occhi! C’è il dolore di mia madre allorché lo vide partire e che a ogni separazione sussurrava di rimanere cu i vrazza vacanti, quello di mio padre, il mio stesso che godevo di questo fratello solo due volte l’anno: i classici agosto e Natale. C’è in primo luogo mio fratello e la fatica del suo integrarsi, lui ragazzo calabrese che negli anni ’50 decide di dare confini nuovi alla propria vita. Racconta spesso di quando all’inizio si ritrovavano tra compaesani nei luoghi di emigrazione, di come si aiutassero, del fatto che dormissero in tanti in uno stanzone. La prima volta che partì, per un mese si alimentò con quanto mia madre aveva messo in valigia, poi un amico lo ospitò e gli cucinò nu minestrone il cui sapore non dimenticherà mai. Nel compleanno che festeggiamo altrove c’è soprattutto dunque lui, ormai con doppia cittadinanza, svizzera ed italiana, il quale vuole vivere a Zurigo, ma che quando torna a Cortale dice che un cielo così terso e azzurro in nessun altro posto lo vede mai. C’è suo figlio, un giovane uomo che parla e pensa in tedesco, il quale confessa che una sua pena è non avere i parenti vicini: in questi giorni ha lasciato ogni impegno per godersi la nostra compagnia.
Tuttavia quei bambini, nipoti di mio fratello, facenti parte ( non direi integrati, ma proprio facenti parte ) della società svizzera sono un conforto e sono un dolore antico che si ricompone.
Ma le ragioni del cuore sono differenti da quelle della Storia, che si acquieta più facilmente e trova risposte e spiegazioni e un senso, pure socio-economico.  Non vedere quei bambini che giocano allegramente, averli così lontani pur essendo parte di me, essere anzi abituati alla loro assenza e non sentirla neppure, è il dolore che paghiamo ancora, è la ferita che non si potrà mai sanare.
E nel saluto triste all’aeroporto di Zurigo tra me e miei nipoti, consapevoli di essere stati felici assieme ma di doverci separare, costretti ad una quotidianità mutila della presenza dell’altro, mi pare di rivedere e risentire dentro come una lama affilata quei commiati pieni di lacrime della mia infanzia e giovinezza: quando salutavamo i fratelli o i figli che partivano, mia madre mesta come l’Addolorata. E il saluto durava finché l’automobile non scompariva dalla nostra vista. Poi il ritorno in casa, desolati.
Il gruppo di chi restava a Cortale, e che ogni volta agitava a lungo le braccia per salutare chi andava via, col tempo si assottigliava sempre di più ( gli anziani le care zie, i genitori morivano), l’altro diveniva più folto ( si aggiungevano i ragazzi che erano nati, i nipoti, le nuove generazioni che crescevano e vivevano lontano da noi ). Famiglie monche. Identità sofferenti. Questa è stata l’emigrazione, non un processo indolore.
L’altra sera a Zurigo si rinnovava quel patimento, sebbene non ce lo siamo detto. Abbiamo sorriso e ci siamo abbracciati forte. Abbiamo evitato di piangere.

Le Petit Ange

Nell’ottobre del 2013, l‘articolista di Le Monde giocava e traduceva con Petit Ange, Piccolo Angelo, il nome di Alfano.
La cosa mi faceva assai ridere, perché l’angioletto in questione in quel periodo stava creando problemi nientemeno che al sire Berlusconi, da cui si separava, e continuava a sostenere il governo Letta.
Più di recente, Angelino ha puntato i piedi e appoggiato, finché è stato possibile, il calabrese Gentile ( ancora un nome che si rivela un …ossimoro rispetto alla personalità!), notoriamente molto gentile nei confronti della stampa. Ed ha difeso persino i sottosegretari PD indagati: insomma, egli sa perorare la causa di politici parecchio petits diables.
Ormai non ci si può fidare neanche degli Angeli: neppure loro paiono più apprezzare una vita im-macolata ( senza macchia )!

Non sia una vittoria di Pirro

Pare che la lotta per evitare la costruzione di una discarica in località Battaglina si sia felicemente conclusa. E che quanti hanno dato il loro contributo per conseguire questo risultato possano tirare un respiro di sollievo.
Certo, il primo pensiero che viene è che tale problema si sia risolto perché a sollevarlo sono stati alcuni cittadini che nel territorio della Battaglina non avevano e non difendevano nessun interesse personale e perché da più parti sono arrivati apporti preziosi, non ultimi quelli istituzionali dei sindaci. Di ciò bisogna menar vanto.
Ma cos’è allora questo gusto amarognolo che resta in bocca?
Il sapere che si è impedito un disastro in una regione in cui, in tema di spazzatura,  si continua ad operare con una politica dissennata.
Se in questi giorni camminiamo per le strade, vediamo ovunque l’immondizia che si accumula pericolosamente e ognuno di noi è consapevole di avere evitato il miasma della Battaglina, ma di avere vicino quello di Pianopoli.
Cioè: l’amarognolo in bocca è il sapere che si è ottenuta una vittoria in un deserto. E che i nemici della salute e della legalità sono tutti ancora attorno.
Forse il movimento, che per la vicenda della Battaglina si è creato, dovrebbe smettere di avere come obiettivo soprattutto le questioni o, peggio, le beghe locali ( le quali non sono un bene generale ed una preoccupazione di tutti ) e pensare più alto. Chi, tra gli avversari della discarica, ha già manifestato voglia di interessarsi della politica dei rifiuti, ed a tale proposito ha idee, lo faccia.
Per riuscire vittoriosi, bisogna non esserlo in una terra desolata in cui altri vengono sconfitti.

Le scarpette dei sindaci

Attorno alla vicenda della discarica Battaglina s’è creato un movimento degno di attenzione e studio. Qualcuno comincia già a dire che esso possa costituire un paradigma nuovo e positivo di Calabria, perché è vincente, solidale e pacifico, persino allegro. Tale Calabria si è vista nell’intelligenza di chi tra i cittadini si è accorto che si stava costruendo una discarica vicino alle falde acquifere, si è vista il 9 gennaio a Borgia quando persone provenienti da tutta la Calabria, non appartenenti agli stessi partiti o formazioni, si sono trovate assieme ed erano una folla per niente anonima, per niente retrograda. Si stava bene in quella folla: finalmente in accordo con la propria terra e in armonia con la propria gente. Questa Calabria, che forse diverrà paradigma della possibilità che noi tutti abbiamo di non essere soggetti passivi ma di intervenire nella costruzione della nostra vita, si è vista inoltre nell’abilità con cui il comitato ha saputo stringere alleanze, nel come sia riuscito anche a parlare ai sindaci – non certo privi di colpe – e portarli dalla sua parte. Il comitato è stato capace di stringere contatti con la stampa, compresa quella nazionale, e si è mostrato in grado di confrontarsi con l’ente regionale o con rappresentanti dell’ordine pubblico.
Questa Calabria, moderna e piena di dignità, la si vede pure attualmente al presidio che si sta tenendo in località Battaglina. Da giorni ci sono persone generose  Continua a leggere

Discarica Battaglina: appello alla chiesa calabrese

Vescovi calabresiIn Campania i vescovi si dicono interpreti dell’angoscia, dell’attesa e dei diritti di deboli e indifesi e nelle loro lettera-appello parlano di dramma umanitario nella Terra dei fuochi.
In Calabria il movimento contrario alla discarica Battaglina ha sinora avuto poche forze politiche accanto.  Ma questo silenzio parla e come parla! Così com’ è eloquente ciò che agita la vita politica di Borgia, così come sono eloquenti le prese di posizione del PD.  Anzi, se guardi a quello che oggi dichiara il partito democratico,  capisci perché la discarica si stia facendo. Si sta facendo perché è stata voluta.
In tale apparente deserto dei Tartari ( le ombre minacciose ci sono e come! ), può levarsi potente e autorevole la voce della chiesa calabrese? Quali interessi deve difendere se non quelli degli uomini di buona volontà, per dirla con le parole dei vescovi campani?
E’ possibile che in Calabria nessun vescovo, nessun prete di campagna, nessun seguace di papa Giovanni o di Bergoglio guardi le foto, si renda conto del disastro che si prepara e ne abbia compassione come di fronte alle piaghe di Cristo?
L’episcopato campano si dichiara discretamente accanto ai tanti che si sono fatti testimoni del meraviglioso risveglio delle coscienze e di un ammirevole senso civico.
Dov’è la chiesa calabrese?

Il sindaco Speranza

Il sindaco di Lamezia Terme, Gianni Speranza, è stato certamente occupato ultimamente a risolvere i problemi non semplici della sua città. Possibile, però, che egli –  spesso intervistato e visto dalla stampa nazionale come il simbolo di chi è sempre assieme agli ultimi e agli insorti – non possa dedicare un attimo a dare il suo appoggio al movimento popolare e a quei sindaci dei piccoli centri dell’Istmo che si stanno opponendo alla costruzione della discarica Battaglina?
Da Abramo, primo cittadino di Catanzaro, uno non si aspetta niente, anzi non si meraviglierebbe di trovarselo fra i nemici e i fautori della megastruttura. Gianni Speranza piacerebbe invece averlo ad una delle nostre ormai frequenti riunioni.
Vedesse, sindaco, quanta bella gente!
E non solo proveniente da quei paesini che lei, in altre occasioni, ama ricordare facciano parte del Lametino o dell’Unione “Monte Contessa” verso cui in passato ha pure mostrato tanto interesse.

Relazione del Meetup Movimento Cinque Stelle Catanzaro sulla discarica della Battaglina

Il 3 gennaio saremo a San Floro!

Non ho mai creduto ad un potere dalle donne gestito diversamente rispetto agli uomini.
Se penso a Margaret Thatcher o se penso alla Merkel, io preferisco che per tutte le ere future governi un maschio non conservatore ( sto naturalmente ragionando per assurdo ed estremizzo volutamente ). Credo, in realtà,  che  si gestisca il potere bene o male e con in testa un’idea, diciamo così per capirci, di destra o di sinistra, sia un uomo o una donna a farlo.
Ritengo, altresì, che sulle donne non debba pesare, oltre i tanti carichi storici, il gravame di dover essere migliori degli uomini. A noi donne spettano tutti i diritti che possiedono le persone, tra cui la possibilità di essere disoneste, carogne, ecc. Insomma, dobbiamo avere il diritto di agire come noi vogliamo e scegliamo: una libertà per la quale beninteso ci assumiamo le nostre responsabilità, come ognuno che viva sulla terra.
A  proposito del(la) sindaco di San Floro, però,  mi piace, amabilmente, sebbene non del tutto candidamente, giocare.
Ricordate alle prime riunioni come erano smarriti i sindaci ed i tecnici del PSA? Oh, che guaio! Come e perché è successo? E dove è successo? E chi è stato? E chi sta facendo la buca enorme? Da quale parte vengono questi mostri, via mare via terra via aerea, da Marte da Venere? E come faremo per uscirne? Io sono stato eletto adesso, io pure, io non c’ero, io ero a fare la spesa settimanale! Siamo tutti contrari alla discarica! Dio, Dio, cosa succederà alle povere finanze di Borgia se ci ribelleremo?! E come mai è capitato proprio a noi tanto onesti, puliti ed ecologisti? A noi, che facciamo la differenziata! A noi che guai se vediamo qualcuno, pure un infante,  buttare una carta per terra!
Ti veniva voglia di coccolarli tutti, tanto erano sconvolti, oppure ti prendeva un desiderio incontrollabile di andartene sulla Luna, di fronte ad amministratori così capaci.
Ed ecco che lei, il sindaco di San Floro, quieta quieta, con la faccia più tranquilla di quella di Colombo di fronte all’uovo, trova la soluzione!
Vuoi vedere, mi son detta, che è vero che le donne, abituate a gestire il quotidiano ed a facilitare la vita a quegli imbranati degli uomini, sanno amministrare meglio? O forse, mi chiedevo con la bocca aperta per la meraviglia, Babbo Natale avrà ricevuto la mia letterina ed ha operato lui il miracolo?
Gioco, quando, a mo’ di  imbambolata, esclamo che ignoro cosa sia successo.
Sono del parere, infatti, che il sindaco di San Floro si sia resa conto della forza del movimento ed abbia deciso di non contrapporsi ad esso, per non esserne travolta/o. E anche questa è intelligenza politica.
In qualunque modo vogliamo spiegarli, i recenti propositi della Procopio sono in verità il risultato più interessante che il movimento abbia ottenuto sinora. Teniamocelo stretto ed andiamo avanti.
E il 3 gennaio rechiamoci a San Floro, in questa laica processione attraverso i paesini dell’Istmo. Per dire che ci siamo e che reclamiamo che alle parole seguano i fatti. E per sostenere il nostro comitato, che è necessario resti unico, snello e non pletorico affinché abbia la capacità di operare: nei diversi centri ci possono essere solo dei gruppi che coordinino il lavoro e gli obiettivi locali  con quelli generali. Del resto, per chi desideri impegnarsi, non mancano i compiti e tutto quanto ognuno farà sarà importante. Come si sapeva una volta, ogne cosa leve ndomine, ogni cosa porta al Signore, ossia ogni cosa ben  indirizzata facilita il raggiungimento dell’obiettivo.
Io tutti i giorni incrocio le dita, affinché il direttivo sappia interpretare la volontà popolare ed evitare gli ostacoli subdoli che i nemici pongono e porranno sulla strada. Ma mi auguro anche che  il resto del movimento non faccia i capricci e non abbia al suo interno primi attori e solisti, bensì offra idee e dia forza all’azione del direttivo.
Orsù, a San Floro!