Rinvio apertura scuola

Nessun rinvio dell’apertura delle scuole, dunque, come invece era stato richiesto da una parte del mondo del turismo. Il titolare del dicastero dell’Istruzione, Stefania Giannini, lo esclude perché il posticipo “potrebbe danneggiare le famiglie”.
Mi sarebbe piaciuto che il ministro avesse mostrato principalmente attenzione ai danni didattici e culturali.
Povera scuola!

Edicole sacre, spiriti e dolcezze. E l’ombra di un castagno.

Gesù, Giuseppe e Maria! Gesu, Giuseppe e Maria!, il grido di spavento si levò nella notte, svegliandomi. Chi nc’è zia? Chi aviti?, le chiesi con gli occhi mezzi chiusi. Menu male ca mi rivigghiasti, ca mi stacia faciendu nu suonnu troppu bruttu! Io era a la coneda de Cirifarcu e a na vota vitti dui cavadi randi chi caminandu facienu pla…pla… pla. E avianu certi natichi gruossi chi mancu li cani! Penzai ca erunu spirdi e mi ammucciai nta u sentieri sutta a via e cuminciai mu chiamu a li Santi mu mi liberavanu. Aimà chi pagura, figghiamma, bedissima ca era nu suonnu! Dorma, dorma.
Da piccola e da ragazza ho avuto la fortuna di dividere la stanza con una delle mie zie. Aveva il sonno agitato, parlava, a volte si lamentava. Io regolarmente la svegliavo, lei si rimetteva in un’altra posizione ( senza mai arrabbiarsi ) e, complice il mio sonno tranquillo di ragazza, si dormiva nella stessa camera beatamente e non conoscendo attriti.
Mia zia, come ogni appartenente alla cultura contadina del tempo, aveva credenze magiche e pagane che confluivano, senza confliggere, nel cristianesimo. E’ riduttivo nel suo caso tradurre  spirdu con fantasma, meglio intenderlo come spirito e in una vasta accezione. Io ricordo che ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, se qualcuno aveva un incidente e moriva, in quel luogo si affermava che “Restau u spirdu” e in tal caso il sentimento che si provava era d’inquietudine come di fronte ad una presenza ignota ed impalpabile, anche se non si riteneva che lo sventurato – magari una persona conosciuta –  fosse da morto divenuto un essere malvagio. Si diceva anche “Vidisti nu spirdu?”, segno che tali entità si rendevano talvolta visibili agli uomini ( o che gli uomini immaginavano di vederle…). Certo, la credenza non si apriva a un’idea di spirito benigno nel non bucolico mondo contadino in cui sono cresciuta, anzi implicava piuttosto l’idea di spirito maligno, un concetto non estraneo alla Chiesa, sicché contro questo male si invocavano i santi, come faceva mia zia durante il suo sogno.
E’ strano che per me oggi, ogni volta che passo da quell’edicola, essa non sia a Coneda de Cirifarcu, ma a Coneda de a zia, come se davvero e non nel sogno mia zia fosse passata di là ed avesse avuto un grande spavento. Anzi, tale è stata quella notte la sua capacità descrittiva, unita alla sua reale angoscia, che quegli animali li penso grandi, di colore marrone, con le natiche enormi. In un curioso modo, attraverso le danze bizzarre della vita, l’incanto di fronte all’ignoto ci unisce, complice il mio agnosticismo e – soprattutto – la dolorosa nostalgia per un tempo dell’esistenza per me pieno di grazie.
Girifalco: edicola votiva sulla provinciale per CortaleMia zia, oltre a questa cultura popolare, miracolosamente possedeva pure un che di fanciullesco che emergeva nel contatto con i nipoti. E non so come avesse potuto preservare dentro di sé siffatto residuo d’infanzia, dati gli inferni del Novecento che aveva visto, lei nata agli inizi del secolo. Si faceva perciò compagna di giochi di noi bimbi.
Rammento che giocavamo sotto un grande castagno: io ero la mamma, lei la bambina. Quanto sapeva fare i capricci e frignare! A un certo punto si mette a piangere e mi dice che ha fame ed io premurosa corro a cercare con che placarla. Volevo prendere delle pietruzze ( nella finzione del gioco sarebbero state il cibo! ) che stavano lungo la strada che circondava il fondo, dalla via  separato con un filo spinato. Nella foga, sbatto il viso contro il filo. La sera tornammo a casa, io in braccio alla zia che mi aveva ben nascosta cu u vancaliedu, nel patetico e fanciullesco tentativo di celare il fatto a mia madre. Sento ancora quel Chi li facisti a la ziteda?, nel momento in cui mia madre, scostando lo scialle e accorgendosi dei numerosi graffi, temette che fossi rimasta sfregiata per sempre. Credo che sia stato un sollievo per la zia vedere che i graffi erano superficiali e non lasciavano nessuna traccia.
Questa mia infanzia vissuta  tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, sebbene certamente meno amara di quella di mia zia decenni prima,  ugualmente non è stata semplice e indolore, perché appartenevo ad un mondo attraversato ancora da innumerevoli bisogni e violenze, basti pensare al fatto che i bambini venivano regolarmente picchiati. Eppure, ed è un vero miracolo, posso ricordare mia zia soltanto perché sotto quel castagno lei raccontava le favole ed io ascoltavo con la bocca aperta le vicende di Piripicchiu e altri personaggi. Lei è semplicemente quella con cui  abbiamo giocato e riso, per gli anni che ci sono stati concessi di trascorrere assieme. E questa è tuttora per me una grande ricchezza e fortuna. Il nostro è stato un rapporto puro, non attraversato da nessuna forma di prepotenza, da nessun’ombra dolorosa, come viceversa spesso capitava e capita nelle relazioni familiari. Ed io non le mancai mai di rispetto, non toccai mai le sue cose che lasciava incustodite, ebbi stima della sua vita, sentii sempre che nonostante i giochi l’adulta era lei tra noi. La nostra stanza ( che faceva parte della sua casa ) man mano si riempiva dei miei libri e lei generosamente toglieva mobili od oggetti per far posto ad essi. E comprava, alle fiere del paese, prima una libreria, poi un’altra, poi un armadio per i miei vestiti. La sera, mi pare ancora di vederla, sollevava la botola, u catarrattu,  e mi chiedeva ( spesso stavo studiando, alla mia prima scrivania che lei aveva ricavato da un suo tavolo ): Puozzu venire mu mi curcuN’attru pocu, rispondevo con l’egoismo tipico degli adolescenti. Va bene, chiamami, quandu furni.
E’ davvero una fortuna poter ricordare un rapporto, tra una persona adulta e te bambina e tra una persona adulta e te adolescente, che negli anni si mantiene scevro di tensioni. Solo affetto, distillato di affetto. Una meraviglia. Che questo portento capitatomi sia nel suo piccolo un’indicazione, una speranza su come possano essere liberi da fatiche e costrizioni i legami sentimentali? Che sia possibile pensare che la pedagogia non debba avere nostalgie per gli autoritarismi? Io mi sono sentita solo amata, da quella mia zia adorabile. Ed è una condizione di felicità.
Guardava incuriosita verso lo schermo televisivo, tardi entrato nella nostra camera: – Cu è chissu? – U figghiu. – Ah, si vide ca l’assimigghie!
Ma sì, zia, hai ragione tu, la realtà è quella che si trova dentro il nostro cuore. Ho capito: l’importante è che quando ti imbatti in due cavalli, in due spirdi, ci sia una ragazza accanto a te che ti svegli e ti faccia uscire dall’incubo. Del resto, è stata tua compagna di giochi e quella sera nel vancaliedu se ne stava ben nascosta, per proteggerti dalla giusta ira di tua sorella in apprensione.
Siano per sempre lontani da te cavalli e spirdi e sia leggero e tranquillo il tuo sonno. Il mio non è stato mai più felice di quello condiviso con te in quella nostra stanza popolata da spirdi, preghiere, libri, dolcezze e sogni di ragazze.

Cortale, tardi anni ’60; Cortale, giugno 2014

Non pensavo che avrei più rivisto quella miseria estrema nei nostri luoghi, quella degradazione persino dell’essenza umana.
Si era alla fine degli anni Sessanta, quando vidi un uomo trascorrere gli ultimi giorni e poi morire steso su una balla di paglia, non in un letto. L’uomo aveva lavorato tutta la vita. Rimasto vedovo, aveva considerato di essere troppo povero per risposarsi e provvedere a una famiglia più larga, per cui si era dedicato a crescere le figlie e a dare loro una dote. Non aveva avuto nessun erede maschio, ritenuto una benedizione e una ricchezza nelle case contadine. L’uomo, vecchio e ammalato, adesso non ha più niente e nessuno: ha ceduto già la proprietà dei campi acquistati alle figlie, che a loro volta hanno lasciato il paese in cerca di fortuna. Sono gli anni in cui da Cortale si emigra a ritmo febbrile e cambia ogni cosa, anche la vita degli anziani i quali non godono ancora tutti della pensione ed hanno perso, andati via i figli, la posizione di rispetto che nella famiglia contadina garantiva loro una vecchiaia più dignitosa.
Vengono solo delle vicine, caritatevoli e affettuose, a portargli qualche caffè, a inumidirgli le labbra riarse con un po’ d’acqua. Non si poteva fare molto, nessuno di noi era ricco e nessuno nuotava nell’oro. Il resto è immobile, e l’uomo muore su quella paglia, nell’indifferenza delle istituzioni e degli amministratori di allora e nel silenzio generale.
Non ho mai dimenticato quell’uomo sulla paglia e credevo che non avrei più rivisto quella miseria estrema nei nostri luoghi.
Poi una mattina del giugno di quest’anno quel pianto di una giovane donna che squarcia le vie. Si è suicidato il suo giovane sposo, nuovo emigrato venuto a Cortale per dare alla sua famiglia un avvenire migliore.
Se mi si chiede cosa sia il dolore, penso all’elegia di due figure nel vicolo all’alba: l’uomo – il fratello del morto –  in piedi, con il viso rivolto al cielo, sta accanto alla giovane cognata seduta e le tiene un braccio su una spalla per confortarla. La loro solitudine, nel vicolo. E dentro, nella stanzuccia, il ragazzo che aveva deciso di andarsene. Non scorderò mai il suo volto: nella peculiare ricomposizione pacificatrice dei tratti che conferisce la morte, sembrava un bimbo. E soprattutto non scorderò quelle mani, che avevano tutti i segni del pesante lavoro di una vita: non le vedevo da quarant’anni. E non scorderò quel corpo a fatica fatto entrare in una bara non adatta a un uomo alto e forte, tanto che il ragazzo era messo come di traverso, forzatamente rannicchiato, e privo di scarpe, soltanto appoggiate sui piedi. Un vestito invernale, in quel caldo di giugno. La bella ed elegante camicia bianca, a collo alto.
E nelle orecchie mi risuona quel “Perché? Perché?” della sua giovane sposa, durato sino a quando non ha chiuso la porta e lo ha accompagnato nell’ultimo mesto viaggio di ritorno al paese natio.
Al mattino solo i due affranti congiunti nel vicolo e il ragazzo in quella stanza straniera, accarezzato dalla luce che cominciava ad entrare attraverso la finestra aperta. Pietà sembrava essere fuggita.
E non esco dal senso di colpa che subito mi ha afferrata: per un’amicizia che non ho dato, per l’avarizia colta dall’altro, per quel saluto timido che il giovane mi rivolgeva, rispondendo al quale io mi sentivo responsabile e in imbarazzo, perché comprendevo che egli era disarmato e spaventato anche di fronte a me. Io facevo parte delle sue insicurezze, io che se mi analizzano il sangue trovano un gene, quello dell’emigrazione, in ogni generazione della mia famiglia.
Partiva prima delle sei del mattino per lavorare e tornava tardi la sera. In tanti venivano per richiedere le sue braccia, evidentemente egli non si risparmiava. Alcune volte ho udito che si discuteva, senza dubbio sul compenso. Spesso tossiva, lo sentivo dalla mia cucina.
Adesso non sento più quella tosse. Non c’è più lo stendino, vicino l’uscio della sua casa. Non c’è più la pianta con fiori all’ingresso, la parabola per collegarsi anche alla propria terra.
I due giovani erano partiti assieme per costruire il destino loro e del figlio lasciato a casa.
Uno dei due, però, non ha più nutrito speranze.
Di solito di fronte alla morte di un giovane, un evento che noi definiamo sgasciu, Cortale risponde con una partecipazione corale. Ma pochi sono stati quelli che sono passati a salutare il ragazzo che andava via. E anzi, invece di guardare alle responsabilità della collettività con coraggio fino al punto da restarne impietriti, è subito iniziata a diffondersi una ridda di voci che tendevano a rassicurare noi stessi e a dare interpretazioni banalizzanti del suicidio, facendo insinuazioni meschine sui due sposi. E’ dunque cambiato il paese da quando, alle soglie degli anni Settanta, lasciava morire un uomo sulla paglia? Non esistono più neppure vicine caritatevoli che ti bagnino le labbra riarse, come allora accadde.
Oggi – di fronte a questa morte scelta pur di non vivere l’esistenza amara toccata in sorte – dovremmo almeno chiederci quali condizioni di lavoro si abbiano a Cortale e quali modi di vita i più deboli siano costretti a subire. Dovremmo chiederci fino a che punto la miseria sia sopportabile. In quelle mani di ragazzo, sporcate e sformate da un lavoro non umano, io ho rivisto cose che credevo scomparse per sempre: ho visto assommarsi la fatica di tante generazioni nostre.
E adesso, mentre  sento e osservo il vuoto del vicolo, ricordo quando d’estate lui ed altri giovani emigrati si riunivano ed andavano qualche domenica al mare. Quando nel vicolo si sedevano tutti, per la ristrettezza della casa e per il caldo che in essa c’era, come una volta facevamo noi nel tempo in cui avevamo abitazioni anguste e prive di finestre. E ricordo quando li vidi in bicicletta. O lei con i capelli acconciati dal parrucchiere. O quando cambiavano qualche mobile. Mi parevano segnali buoni, di vitalità e di una giovinezza che mette uno sull’altro mattoncini per comporre il proprio futuro.
E invece non avevo capito niente. Non avevo capito che il ragazzo viveva l’inferno in terra.
Ho sempre pensato che il suicidio – atto assoluto, tragico e quindi con dei tratti di terribile sublimità – possa essere schiacciato e scacciato da qualcosa di altrettanto sublime: un gesto d’amore o una parola consolatoria o un guizzo di bontà che quasi magicamente vincano il demone di un’anima. Specie nel caso di un giovane.
Anni fa, di fronte al corpo senza vita di una studentessa di Crotone e al volo suicida dalla finestra della scuola, mi ripetevo, forse infantilmente, forse per distogliere il cuore dalla vista di quella che sembrava una tenera bambola spezzata: “Se ieri avesse incontrato qualcuno o qualcosa che avesse lenito il suo tormento…”.
Io so di non essere stata quel qualcosa per il ragazzo che in una notte di giugno ha deciso di andare lontano da noi. E il paese intero non lo è stato, cittadini e istituzioni.
Non posso scordare il suo sguardo timido quando mi salutava. E non posso scordare le parole d’amore che una giovane donna ha pronunciato di fronte a quel suo compagno che si era fatto sommergere dalla disperazione, lei rimasta sola a guardare smarrita al futuro, in un mondo pieno di disparità che volgarmente ti fa osservare le troppe ricchezze degli altri mentre tu stenti a progettare la giornata successiva.
Quella notte di giugno è caduta la speranza di un uomo. Ma si è spenta anche la nostra speranza o sicurezza di non essere dis-umani e ingiusti.
Che piacere può dare un giorno che si aggiunge a un giorno e che allontana da morte?, urlava l’Aiace sofocleo che si apprestava a porre fine alla sua vita. E soggiungeva: E tu, Sole, che spingi il tuo carro alto nel cielo,/ quando vedrai la terra dei miei padri/ trattieni le briglie d’oro/ e annuncia la mia sventura e la mia sorte/ al vecchio padre e all’infelice mia madre:/ quando udrà la notizia, la misera, / riempirà la città coi suoi alti lamenti.
Noi siamo incapaci di alimentare speranze in chi è debole e non riempiamo le nostre città di lamenti quando soccombe.
Ma davvero crediamo che una parte degli uomini possa trarre diletto dalle briciole dei nostri banchetti di privilegiati?
Se la speranza si spegne/ e ricomincia Babele / che torcia illuminerà/ le strade della Terra? (Lorca)

Agostino

E’ la prima notte che questi luoghi, quelli in cui abito, vivono e  trascorrono senza Agostino.
Soles occidere et redire possunt: nobis cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una dormienda, diceva dolorosamente Catullo.
Agostino ha accompagnato la mia infanzia, la giovinezza, mi ha vista divenire donna matura. Perciò rappresentava come un  filo di continuità in una vita che, come tutte quelle di coloro che fortunatamente giungono ad un’età avanzata, incessantemente si spezza, subisce perdite gravi e deve eternamente ricostruirsi e trovare ancora un senso.
Se chiudo gli occhi lo vedo giovane padre attento ai suoi figli e lavoratore serio, sarto paziente come la moglie ( a loro devo l’incantevole sensazione dell’infanzia di essere vestita a nuovo, come il Valentino di Pascoli ). L’ho visto poi diventare anziano e man mano serenamente invecchiare.
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Abitava prima dell’imbocco del mio vicolo, di cui mi sembrava un custode attento. “Dov’è la casa del signor…?” ed egli cortesemente forniva le informazioni. Speravo che ancora a lungo Agostino potesse accompagnare l’esistenza di questi luoghi.
L’antica viuzza in cui abito ha subito nel tempo tutte le trasformazioni dovute a fattori socio-economici ( si è desertificata certamente per l’emigrazione ) ed esistenziali ( la morte di tanti, non sostituiti da nuovi e non anziani abitanti  visto che si tratta di una zona storica). Da qualche anno il vicolo si è in parte ripopolato per la presenza di alcune giovani coppie di stranieri o di qualcuno che è tornato a vivere nella vecchia abitazione dell’infanzia. Con Agostino sempre presente.
Quando tornavo a casa, guardavo verso la sua finestra e sapevo che c’era, discreto e gentile. Del resto, Agostino è un nome elegante.
Ieri, come a un misterioso segnale convenuto, ho visto raccogliersi per salutarlo le altre persone che come me risiedono da quando sono nate nel vicolo, mentre suonavano le campane della chiesa per annunciare a ognuno le esequie. Era un antico rito della civiltà contadina che si ripeteva, era un riconoscere l’altro come facente parte di te e della tua comunità. Era il passato che tornava.
Il ritmo di quei passi, l’uscire  silenzioso e rispettoso di quegli uomini e donne dalle loro case era emozionante ed a un certo punto ho creduto che i vicini ad onorare Agostino portassero anche chi non c’è più: erano presenti pure mia madre e mio padre e tutti coloro che hanno vissuto con lui.
I luoghi sono eterni, come i soles di Catullo che, a differenza nostra a cui sono date in sorte una brevis lux e una nox perpetua, possono tramontare e ritornare.
Ma anche i luoghi esprimono dolore quando un uomo li lascia e ci lascia

‘U miedicu de i vennari e il Municipio

Credo che a Cortale si fosse sotto l’amministrazione Riga-Braccio, quando a scuola cambiarono i vecchi banchi di legno e misero quelli verdolini, più comodi e allegri: il giudizio da dare su quella conduzione del comune  sarà più complesso, ma di allora questo ricordo.
Fu in quegli anni che si fece anche, credo, una refezione per i bambini più poveri o che appartenevano a famiglie molto numerose ( ma qualcuno insinuava che la discriminante consistesse nell’essere amici degli amministratori ). Io non fui mandata probabilmente perché mancavo del secondo requisito ( ritengo che il primo, quello della povertà, lo avessimo più o meno tutti ! ), ma ogni giorno pensavo a quali cose succulente potesse gustare la mia compagna di classe e di giochi, che mi sembrava fortunata poiché ad un certo punto si alzava e con la bidella andava a mangiare alla gratuita mensa scolastica presso le “Case Popolari”.
E fu, mi pare, in quel periodo che, pure per combattere la mortalità infantile, da Girifalco, paese che già vantava parecchi specialisti, cominciò a venire ogni venerdì un medico per i bambini. Ricordo che ancora alcuni bimbi morivano quando io ero piccola, sebbene fossimo nel dopoguerra e ci nutrissimo sufficientemente. Certo il ritmo di tali morti era lento, mentre mia zia diceva che qualche decennio innanzi era un continuo suonare delle campane a gloria, perché saliva al cielo un bambino divenuto n’angiliedu .
Il medico che arrivava da Girifalco noi lo chiamavamo ‘U miedicu de li vennari, ed era come se dicessimo medico pediatra. Non visitò mai me che avevo cinque-sei anni, forse perché, come tanti altri che erano sopravvissuti e avevano superato indenni i primi anni di vita, ero forte o perché mi pare curasse soltanto i piccolissimi che probabilmente correvano più pericoli. Ma era una festa grande quando quel medico giungeva da Girifalco, perché a noi  più grandicelli dava la farina a latte, un po’ come i soldati americani avevano distribuito alcuni anni prima il cioccolato. A farina a latte era una polvere gustosissima e noi golosamente ne mettevamo pugni  in bocca e ci deliziavamo. Era, per  le nostre abitudini alimentari, una leccornia. Del resto, allora andavamo alla ricerca di sapori non-contadini. Io e la mia compagna di banco della scuola elementare mangiavamo colla solida perché aveva il gusto di mandorla! E di quei venerdì ricordo la fila di mamme con i piccoli in braccio e noi un po’ più grandi che attorniavamo il dottore allegramente e ce ne andavamo con la faccia e il musetto impiastricciati di farina lattea.
‘U miedicu de i Vennari aveva lo studio in una stanza, credo sulla destra, di quell’elegante edificio che oggi ci si ostina a denominare “Palazzo Cefaly-De Rinaldis”, come se tale fredda pomposità gli conferisse maggiore prestigio che chiamarlo “Municipio”. Ma Cortale manca oggi di valori civici fondamentali e condivisi ed ha bisogno di genuflettersi sempre di fronte a qualcuno e di onorarlo, soprattutto se le grandezze ( reali o cosiddette, addirittura sedicenti ) sono locali. La storia nostra non riesce ad essere laica e collettiva, ma è un racconto noioso di una serie di De viris illustribus spesso solo immaginata. In questo paese, a richiesta sfrontata, ognuno può perciò avere titolata una via, un monumento, ecc., perché i luoghi non hanno valore e importanza in quanto appartenenti alla storia della comunità tutta, ma devono essere come privatizzati e dedicati a un nume più o meno tutelare, anche nel caso di mediocre levatura.
Negli anni ’50-’60 chiamavamo l’edificio comunale, con rispetto, ‘U Monicipiu. Adesso si potrebbe nominare “Municipio Vecchio”, rendendo onore al suo carattere pubblico a lungo rivestito, e non mi pare che sarebbe male o che si cadrebbe nell’anonimato, visto che a Firenze hanno “Palazzo Vecchio”.
A me ‘U Monicipiu sembrava un luogo incantato: ricordo un’immensa entrata ( in realtà non è così, ma gli spazi si confrontano ed io lo confrontavo con le nostre buie e non spaziose case, nelle quali si dormiva in una stanza, spesso nello stesso letto, cu de i piedi cu de a testa. E poi c’erano ( e ci sono ) due scale che si riunivano in alto in un pianerottolo, su cui si aveva la porta di accesso agli uffici amministrativi. Il gioco nostro di bambini consisteva nel dividersi, parte ai piedi di una scala parte ai piedi dell’altra, e cercare a gara di raggiungere per primi il pianerottolo. Oppure, salire da una rampa e scendere dall’altra, in quello che ci appariva un incantevole castello. Nessuno si lamentò mai di quell’allegro vociare. Noi giocavamo, ma non aprivamo mai quella porta, né entravamo sgarbatamente negli uffici, dove capivamo che qualcuno si occupava di tutti e svolgeva una funzione pubblica. E quando qualche volta mi recavo con mio padre che mi teneva per mano o quando più grande ci andai da sola in quegli uffici, quanta gentilezza e correttezza negli impiegati, che si chiamavano Peppino Pirritano, ecc.! Da bambina ho sempre pensato che mio padre fosse un amico di chi lavorava in quelle stanze, tanto era il rispetto con cui veniva ricevuto: egli andava non per reclamare favori, ma diritti; l’altro svolgeva il proprio compito con professionalità. Quanto ai sindaci  di una volta, non voglio  certo tesserne l’elogio politico, perché so bene cos’è stato il potere democristiano e che ruolo ha giocato al Sud. Del resto, ho votato sempre a sinistra e quindi sono stata sempre minoranza e in maniera dichiarata. Ma, dopo che per una vita ho fatto parte dei tanti che hanno pregato di non morire democristiani, debbo pur dire che rammento quanto affetto il sindaco Mungo mostrasse nel rivedere mio fratello che veniva dalla Svizzera, a votare comunista. E  ricordo Todaro e altri politici non della mia pars che almeno salutavano. Sarà stato paternalismo, ma se non altro c’era un tratto cordiale, cortese  e gentile nello stare assieme e si aveva la sensazione di vivere in una comunità.
Sono andata invece qualche anno fa ad una manifestazione in cui si celebrava Cefaly senior, un dipinto del quale era stato fatto venire a Cortale con i soldi pubblici, perciò anche con i miei. E rammento come l’attuale sindaco passasse tra i convenuti a salutare i suoi amici, solo i suoi amici, come se gli altri fossimo nemici o abitanti di un altro paese che egli poteva permettersi il lusso di ignorare.
Io non ho votato e non voterò l’attuale compagine amministrativa, per un giudizio politico chiaro e netto. E non voterò per l’altra lista, perché in questi anni non è esistita un’opposizione e perché pure adesso non viene a mio parere lanciata una proposta alternativa. Quanto alle europee, penso che voterò “grecamente”, per Tsipras.
Non mi aspetto dunque un granché da chi vincerà le elezioni comunali. Non posso in effetti scordare, anzi per me è stata una cartina al tornasole, lo stupore inebetito di chi ci governa quando dei cittadini allarmati sottoposero loro la questione della Battaglina e ne indicarono il pericolo. Quella vicenda ha rivelato tutti i limiti, e di chi ci ha amministrato e dell’opposizione. Di chi ha mostrato tanta incapacità gestionale non ci si può fidare. In verità, pur nel succedersi di diversi sindaci, abbiamo avuto nei tempi più recenti una classe politica inadeguata e colpevole, non fosse altro perché non attrezzata a comprendere e guidare le sfide della modernità: lo si è visto con l’eolico ( possediamo un territorio devastato ) e con la faccenda della discarica che si stava costruendo sotto gli occhi degli amministratori.  Bombe per l’ambiente e la salute. Cose non da poco!
Tuttavia scelgo di nutrire speranze: vorrei che in futuro a Cortale gli eletti al comune cessassero di considerare di serie A alcuni cittadini, altri di serie B, e che smettessero di guardare con sospetto quanti manifestano idee diverse. Il rispetto e la cordialità, la comunicativa e lo stringere relazioni affabili, sono un carattere essenziale in chi governa, soprattutto in una piccola comunità. Non si deve coltivare il seme della rivalità e discordia, specialmente in una terra violenta come la Calabria. Riflettano: non dirigono un circolo ristretto, ma sono i rappresentanti di un’intera collettività,  anche di chi non li vota.
Torni il Municipio ( o diventi, se il mio è stato solo un sogno, un fantasticare di bimba e di adolescente ) ad essere tale, sia non palazzo ma luogo pubblico in cui tutti si sentano a proprio agio. Risulti uno spazio considerato dai cittadini sacro e non uno spazio per soddisfare i propri desideri a discapito di altri, una casa propria nella quale spadroneggiare. Sia, per chi sarà incaricato di decidere, non una sede per sé ed i propri amici, ma sede dove ci si dedica al bene collettivo. Possano i bambini di tutti vederlo come un posto incantato, possa ogni adulto andarci tenendo per mano la propria bambina, sicuro di trovare correttezza amministrativa e rispetto. Sembra poco, ma solo dal reputare la cosa pubblica sacra e davvero res-publica si dà inizio al mutamento di cui abbiamo urgente bisogno ed il difficile cammino lungo la strada dell’equità.