Epicentro Cortale

Ieri sera Cortale è stata epicentro del terremoto.
C’è da augurarsi che sia anche esempio di un modo di costruire rigorosamente guidato da criteri antisismici!
A casa mia, dopo la prima irruente scossa, ci siamo guardati ed abbiamo deciso di spostarci in un’abitazione più sicura, visto che nella mia zona le case hanno addosso più di un secolo e nel ristrutturarle le mura vecchie sono state caricate di cemento.
Siamo pure passati – sempre con il timore di farci del male nel tragitto – dagli anziani di famiglia e li abbiamo trovati spaventati: come riuscire a muoversi se le gambe non funzionano e il corpo non ti risponde?
Per le strade un correre concitato di persone presso i propri cari. Nessun altro.
Siamo stati per circa due ore come sospesi nell’aria. Arrivavano solo le telefonate di amici e parenti, e su Facebook le domande affettuose dei compaesani che vivono altrove e che avevano appreso la notizia.
Attorno un silenzio irreale, come se non fossimo una comunità.
Era il caso di andarsene tutti in un luogo aperto e passarvi la notte? Allestire una tenda al campo sportivo o alle Case popolari?
Nessuna voce o presenza istituzionale.
C’erano stati danni? Mah!
Soli, come soltanto al Sud sappiamo esserlo.

Del rammendare ovvero l’arte del rinacciare

Ho iniziato nell’adolescenza a non amare e ad evitare i cosiddetti lavori femminili, parecchi dei quali ritengo ingiusto che siano riservati alle donne, altri li reputo ormai inutili. Leggere un libro o starsene in ozio mi pare preferibile.
So però ricamare un po’, perché l’ho imparato nell’infanzia, e soprattutto so rammendare.
Talvolta, compilando come tutti un elenco di cose che avrei potuto realizzare ( gli ormai adunata, situazioni impossibili! ), mi dico che sarei stata capace di essere un chirurgo, tanta è l’abilità con cui faccio sparire un buco creatosi in un tessuto o in un indumento di lana, senza lasciare traccia né sul recto né sul verso ( questa era la regola principe: essi dovevano essere uguali ).
Ho acquisito tale destrezza osservando mia madre, che rammendava ( e rattoppava ) con perizia tutto. Qualche anno fa, guardando tra la sua roba e tra i tili ancora profumati di bucato da lei molto tempo prima faticosamente fatto a mano, ho trovato una sottana, probabilmente indossata per i lavori in campagna, non so. Su quella stoffa sembra per sempre segnata la vita contadina, con la sua sopportazione e le sue infinite difficoltà. Sono più le pezzuole, che il resto della tela: sarebbe degna di stare in un museo, come un documento. Un memento, uno schiaffo per chi continua a proporre del nostro passato letture consolatorie o peggio folcloristiche e ciancia di fasti giammai esistiti.
Nel rammendare si esercita la pazienza e l’arte del trovare la soluzione a un problema, cioè si ricorre all’intelligenza. A volte però la pazienza è eccessiva e confina con la rassegnazione.
Mia madre conosceva il ripezzare, cioè il rattoppare; ma conosceva un’altra operazione di recupero che definiva “rinacciare”, con quel suo linguaggio che lei intendeva rendere aulico e dal tono solenne allorché dava un nome ricercato agli aspetti della vita contadina che riteneva attraversati da particolare dignità. Io sono d’accordo con lei nel reputare quella società stimabile, perché dovunque ci siano persone c’è nobiltà. E penso anche che il dialetto adoperato nella civiltà contadina, come tutte le lingue, sapeva pure essere aulico e atto a utilizzare i diversi colori della tavolozza espressiva.
Ma è pur vero che mia madre, che sentiva la fierezza della sua esistenza, quando le condizioni economiche lo permettevano buttava le cose vecchie senza nostalgia, per accogliere con gioia quelle migliori che la società man mano offriva.
Rinacciare vuol dire ritornare allo stato precedente tramite la gugliata. E aggiustare quanto si è rotto è in effetti sapienza, ma significa pure accontentarsi. E tale accontentarsi non è la virtù della moderazione ( legata all’autarkeia, alla libertà del saggio ) simboleggiata da Orazio nella favola del topo di città e del topo di campagna, bensì è, poiché nasce principalmente dal bisogno, un contentarsi che si traduce spesso in un tenersi lontani da desideri e ambizioni.
E tuttavia nel mondo della mia infanzia non si sprecava mai e si riciclava tutto. Esisteva anzi una serie di mestieri che a conservare tendevano: era un pullulare di calzolai, di stagnini, mentre le donne – da parte loro – rattoppavano e rinacciavano. E per ciò che concerne il vestiario, esso passava dal figlio maggiore agli altri. Eccoli, i nostri duri fasti!
Ancora adesso io non butto niente. E se lo faccio ( negli anni, grazie al cielo, ho perso un po’ di pazienza ) è come se gettassi via qualcosa di sacro, come se commettessi un laico peccato.
Sono cresciuta nella cultura che considerava santo il pane, forse perché tanta fatica costava ai contadini averlo in tavola. In quanto benedetto, si credeva che esso non si potesse neppure poggiare capovolto e naturalmente era una sorta di sacrilegio non mangiarlo tutto: ecco perché butto tuttora pochissima roba e tengo in serbo gli abiti smessi, non riempio la busta della spazzatura di cibo, ecc. Non spreco: anche perché i soldi li guadagno lavorando.
Della materna arte del rinacciare questo è l’aspetto positivo che mi è rimasto e non ho bisogno di scoprire ora la regola del riuso o dell’austerità, oggi predicata come valore da troppi ex peccatori e apostoli neofiti.
Ma non ignoro che sotto l’antico talento si insinuava spesso, subdola, la rinuncia. Come quella, potente e tragica, di una signora cortalese che non volle da vecchia venire a conoscenza del mare, perché la tarda visione di esso le avrebbe maggiormente dato consapevolezza dolorosa dei numerosi paradisi perduti durante la propria esistenza. O come il mio ripetere, anormale visto che ero piccola, l’amaro insegnamento che mio padre era stato costretto a darmi “O i scarpi o a vesta“, intendendo dire che era possibile avere una sola cosa nuova per stagione. Accadeva che egli con tenera pazienza intagliasse le mie scarpe invernali avanti e dietro e ricavasse così per me dei sandaletti estivi: quando succedeva significava che era giunta la stagione di un bel vestitino!
I miei genitori non erano oscurantisti, anzi, ma in qualche modo è penetrato sottilmente dentro di me – attraverso l’accontentarsi – il pericoloso non aspirare a volte al meglio, una certa timidezza nel pormi obiettivi. Senza dubbio, poteva capitarmi di peggio: che divenissi una persona viziata e bizzosa che pretende di raggiungere qualsiasi traguardo, magari senza sforzi personali e pestando i piedi e non badando al tipo di mezzo. Ciò forse si sarà verificato per coloro che possedevano a mangiatura vascia, la tavola su cui si mangia bassa, poverini! A ognuno i suoi tormenti e le sue eredità storiche.
In verità, il rinacciare come tensione creativa per fare in modo che il rovescio e il dritto fossero ugualmente privi di imperfezioni mi ha anche insegnato la pazienza ( questa sì, bella) che Ulisse ha avuto nel cercare la soluzione nell’antro del Ciclope e il tendere nella vita alla chiarezza, all’onestà persino.
Che il rovescio ( nascosto ) sia uguale al dritto ( visibile).

Allegrezza di innamorati

Allegrezza de lannamurata
che ritorna il suo Cesari
di militaro

1
Dopo tredici mesi
dipeni che io o passato
Cesari mio sinda tornatu
e mi lovoglio spusare

2
Quella sera chiarrivato
mievenuto attrovare
e mi disse ancorsilamo
che amia (?) mivuole spusà

3
Sai seio tioamato
eppure tiodorato
che neltempo deltuo Soldato
io mi sentia morì

4
Tuconaltro facevi L’amore
specialmente il mese mariano
e ammia nommipenzavi
pecchi ero troppu lontano

5
Io sempre attepansavo
Spasimavo tutte lore
aspettava il tuo ritorno
per poterti goderti (?) unara

6
Alloro semivuoi bene
devi giurare Sulonormio
io nonvoglio no a ciccu
cavoglio attia Cesari mio

7
Peccicco non dubitare
che mai laiu guardatu
Anzi impurmeti de lui stessu
Sincf?una volta laiu parratu

8
Tiricanosco che sei sincera
e miai Amato congrande affetto
quando saremo uniti
tistringo nel mio petto

9
Ora sono felice
Vederti ammi vicino
tidono tanti baci
omio caro Cesarino

10
Orasi che sono contento
diessere attevicino
tistringo nelmio petto
o caramia Bettina

Faga Francesco, 1929.

Francesco nasce a Cortale il 24 gennaio del 1907. Lavora la terra per necessità e scrive per diletto.

Le matite da sempre irriverenti

I mala carmina, i carmi diffamatori o irriverenti, erano vietati da una disposizione delle XII Tavole e così Nevio, che amava parlare libera lingua, fu incarcerato per gli attacchi alle potenti famiglie dei Metelli e degli Scipioni: raccontava, ad esempio, che Scipione l’Africano, non un oscuro cittadino romano, da giovane era stato dal padre condotto via mezzo vestito dalla casa di una donna!
E Catullo osava dire a Cesare che non si sforzava di piacergli, né di sapere se fosse bianco o nero; ma Cesare non si dà la pena di reagire, egli clemente anche con Cicerone.
Ed è ancora per colpa di un carmen che Ovidio, poeta alla moda, viene per sempre confinato a Tomi da un Augusto irritato probabilmente dalla spregiudicatezza dell’Ars amatoria.
Seneca colpirà con una sua opera satirica addirittura l’imperatore Claudio, che definisce e descrive come uno zuccone.
E Giovenale dirà che fonte d’ispirazione della sua satira è l’indignatio: è l’indignazione del poeta a scrivere i versi, come se egli fosse un profeta. Cosa può farsi contro l’indignazione? Cosa contro i profeti?
Viene dalla Siria lo scrittore greco Luciano, che con franchezza critica la storiografia contemporanea perché somiglia troppo all’encomio e polemizza con gli adulatori dell’imperatore Lucio Vero.
La satira è, per sua natura, demistificazione e demistificazione senza compromessi.
Dario Fo, ricordando che in essa non ci sono regole, sostiene che i limiti possibili sono quelli che si pone l’autore stesso, non per frenare, o per pudori e via dicendo, ma per una conseguenza di ritmi, di tempi, di andamenti.
La satira ha bisogno della libertà, come sapeva il vecchio Nevio. Ha bisogno della libertà a Parigi e dovunque. Pure da noi.
Non possono i nostri politici addolorarsi per la Francia e/o gridare all’attacco al sacro Occidente e poi, in Italia, ostacolare in vari modi la libertà di stampa ed avere perennemente tentazioni limitative, magari con la scusa della diffamazione.
Le norme siano meno coercitive di quelle delle XII Tavole.

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 23.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 9 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.