Prima gli italiani!

Vada via la fame ed entrino salute e ricchezza!
Purificare la città, infliggere colpi!
Cacciato, come un uomo maledetto
.

Non è una seduta del nostro Parlamento o una folla di italiani che chiedono ai loro ministri di salvarli dalla peste dei migranti che numerosi giungono nei nostri porti.
Prima gli italiani!

Siamo nell’antica Grecia, dove in parecchie località si celebravano le Targelie: non solo ad Atene, ma anche nella Ionia e in alcune colonie d’Occidente, quale Marsiglia.
La festa era volta ad ottenere dalla divinità la protezione dei raccolti e l’allontanamento di ogni male dalla città e dalle campagne.
A tale scopo, un uomo era scelto perché su di lui si concentrassero simbolicamente tutte le colpe della collettività. Per un intero anno veniva nutrito a pubbliche spese, poi portato in processione per le strade e battuto con rami di fico e mazzi di cipolle. A volte gli si lanciavano contro pietre, altre doveva lasciare il paese, spesso lo si uccideva. A Clezomene e a Marsiglia sembra che le sue ceneri fossero gettate in mare: da quanto tempo il mare nostrum ha perso l’innocenza e funge da cimitero!
Insieme al φαρμακός, all’uomo-peste, si eliminavano dalla comunità colpe e mali.

Tranquilli! Non si parla di oggi: a noi non occorrono capri espiatori; noi non buttiamo in mare nessuno; non dobbiamo proteggere nessun raccolto. Conosciamo le leggi economiche: altre – non chi arriva dall’Africa – sono le cause della perdita dei posti di lavoro. Non abbiamo bisogno di riti apotropaici, noi del civile e superiore Occidente ( calante? ).

Chi era l’eletto, colui che avvelenava la città e, nello stesso tempo, la liberava dai mali? Chi era il reietto e – insieme – il salvatore?
Di solito era scelto tra gli schiavi, i criminali, gli straccioni, gli affetti da deformità, gli stranieri: gli ultimi. Ma la categoria degli ultimi può essere sempre più pericolosamente allargata: ognuno di noi potrebbe divenire la vittima designata dal potere di turno, a cui non piacerà cosa pensiamo o come viviamo o il colore dei nostri occhi o il sesso a cui apparteniamo.

Abbiamo ancora bisogno che la salvezza avvenga a prezzo della morte od allontanamento altrui? La città nostra non è capace di guardare lucidamente ai suoi mali, analizzarli e risolverli? Abbiamo cessato di cercare le responsabilità politiche della nostra condizione? Abbiamo smesso di individuare chi e cosa ci avvelena la vita?
Potremmo però convivere con la diversità e la necessità degli altri e fare del φαρμακός un fattore di progresso, senza rifugiarci in riti salvifici primitivi, privi di logica e privi di amore o di carità o filantropia o giustizia, in qualsiasi modo intendiamo dire: in fondo siamo discendenti chi di Cristo, chi di Marx, chi della rivoluzione francese.

In Calabria, una terra disastrata dalla ‘ndrangheta da tempo e non da quando sono arrivati gli emigranti, Gratteri vorrebbe convincerci che, siccome possono essere occasione per rifocillare gli uomini del malaffare, gli africani dovrebbero stare in Africa. Salvini è inutile ricordare cosa proclami giorno e notte. Il 59% degli italiani è d’accordo con la decisione di chiudere i porti: si fanno sedurre dalle promesse della purificazione.
Il papa – da parte sua – dichiara, rafforzando il clima fosco che si addensa su noi, che la famiglia a immagine di Dio è una sola, quella tra uomo e donna.

Prima gli italiani!
Sembra che, andati via gli emigranti, un’età dell’oro ci aspetti.
Come abbiamo fatto, pure a sinistra, a divenire preda di questi deliri e follie? Dov’è seppellito il nostro Gramsci?
Sentiamo ancora oggi la necessità di un capro espiatorio e – come nel Levitico – desideriamo che qualcuno prenda su di sé le nostre iniquità e le porti verso una regione arida.

In Beozia l’arconte celebrava nel Pritaneo la cacciata della fame: non permettiamo che i nostri arconti celebrino riti primitivi, costringiamoli a trovare soluzioni politiche ai problemi che ci attanagliano, rispetto ai quali la classe che ci governa non è sempre innocente.
Socrate sosteneva che la dialettica, la forma filosofica del dialogo, fosse il φάρμακον, la medicina più alta.

Aboubakar Soumahoro, il giovane sindacalista che in questi giorni ragiona sulla situazione dei braccianti in Calabria, che ci ricorda il dovere di garantire diritti a tutti quelli che in tale regione vivono, bianchi e neri, nativi e non, a me pare la voce più degna di ascolto.

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Otiosi e occupati: il mondo “del fare” in Italia e a Cortale.

Soli fra tutti sono sereni coloro che si dedicano alla sapienza, solo questi vivono; né infatti soltanto la loro vita custodiscono bene: aggiungono tutto il tempo al loro; tutti gli anni prima di quelli trascorsi, per loro sono acquisiti.
Seneca riflette sul tempo all’uomo concesso e ci conduce ( precedendo Umberto Eco! ) in quel sentiero della conoscenza percorrendo il quale i confini della propria vita si allargano grazie all’alieno labore, alla fatica altrui. È il privilegio di coloro che seguono la sapienza, gli otiosi.
Nessuna epoca ci è preclusa e possiamo discutere con Socrate, dubitare con Carneade, con Epicuro essere in pace, con gli Stoici vincere la natura dell’uomo.

Diversa è l’esistenza degli occupati, che per officia discursant: corrono qua e là.
Tra gli occupati, Seneca disegna i clientes, coloro che a Roma erano sotto la protezione di un patrono.
Fin dal mattino, vagano da una dimora all’altra in cerca di un qualche compenso: il filosofo ne descrive le attese umilianti di fronte a patroni superbi e crudeli, che spesso li respingono ed evitano.
Zenone, Pitagora, Democrito, Aristotele, Teofrasto e tutti gli altri maestri di virtù hanno invece sempre tempo per noi – di notte e di giorno – e non ci fanno mai andare via a mani vuote.

Seneca ritiene che i vera officia, gli impegni veri, siano quelli degli otiosi, i quali si dedicano alla conoscenza e frequentano i grandi del passato.
Egli, come sempre nei suoi scritti, sconvolge e capovolge le idee usuali e spinge anche noi a valutare criticamente qualche ciancia che oggi si racconta, soprattutto da parte di chi gestisce il potere e di chi – come un satellite – gli ruota attorno.

Berlusconi ha lasciato un’infame eredità, anche nel mondo del PD che ha imparato dalla peggiore destra la boria del comando. Il “lasciatemi lavorare” è stato un pessimo vizio proprio di chi ha considerato la democrazia e i doveri da essa derivanti un fardello odioso. Democrazia significa obbligo e fatica di rendere conto, significa la pazienza di spiegare quello che si è fatto ai governati…magari otiosi. Spesso chi gestisce il potere, al contrario, non sopporta critiche e neppure l’esistenza di un’opposizione. E basta dissentire leggermente per essere oltraggiati come nullafacenti, mentre basta che chi ha responsabilità di governo svolga normale pratica amministrativa per ritenersi e nominarsi il mondo “del fare” rispetto ad orribili otiosi.

Si può dicutere, però, su quale siano i vera officia , su chi siano i perditempo e gli occupati. Intanto, direbbe Seneca, meglio non essere clientes, che aspettano che il loro patrono si svegli e riempia la sportula.
Nei nostri tempi tante sono in verità le tavole rotonde in cui si disquisisce sul niente e attorno alle quali non siedono cavalieri ma fantasmi. Nessuna parola di saggezza viene pronunciata e le res pulcherrimae di Seneca sono assenti.

Antonio Cefaly

Antonio Cefaly

E allora rivolgiamoci al passato che tutto ci appartiene, come ci insegna il De brevitate vitae.
Un mio concittadino, Antonio Cefaly, nel 1877 esponendo il proprio operato di sindaco definiva il resoconto della giunta comunale un dovere, sosteneva che ogni assessore, ogni privato cittadino dovrà metter la sua pietra all’edificio comunale e che il bene si aspetta, ed accetterà egualmente da qualunque persona venga, e da chiunque lo eseguisca. In un’altra parte del resoconto Cefaly afferma anche ( nel 1877! ) che l’opposizione giova in tutt’i sistemi parlamentari, perché con l’attrito si sviluppa maggiore l’operosità.
Antonio Cefalì mostra pure di conoscere il territorio e l’arte dell’amministrare: parla di fame, di strade, di campi, di controversie economiche con alcuni notabili, di scuola e di minore qualità della scuola delle bambine ( preoccupandosene ), nomina i rioni, i quartieri, i fondi. Lo inquieta il dualismo fra Donnafiori e Basso e definisce Cortale inferiore l’ammalato la cui guarigione sta a cuore, a preferenza, a chi guida la comunità.
Ma Cefaly forse non amava gli slogan offensivi e nel resoconto è evidente una concezione della cosa pubblica non retriva o privatistica. Le sue parole rivelano certamente tratti paternalistici ed egli si definisce padre della sua gente, ma almeno non parlava da nemico ad alcuni, come spesso si fa oggi.

Buona festa della Repubblica.

Chi è ( lasciato ) solo a Cortale: cahier de doléances

È solo l’anziano che non viene curato bene dai professionisti della medicina
È solo l’anziano che non trova in paese i farmaci ed è costretto a recarsi a Girifalco
È solo l’anziano nella cui casa entrano ormai impunemente i ( soliti ) ladri

È solo il vecchio malmenato da un giovane

È solo chi si ammala ed è disperato perché conosce l’insufficienza e la volgarità delle nostre strutture sanitarie

È sola la madre a cui si vogliono moralisticamente togliere i figli

È solo il giovane non violento

È solo chi è vittima del traffico irregolare

È solo chi si trova di fronte a commercianti che non hanno tra i loro obiettivi il benessere e la soddisfazione del cliente

È solo chi ha vicini violenti e prepotenti, che nessuno ( neppure ) redarguisce

È solo chi viene raggirato da chi malamente esegue per lui un lavoro, per il quale deve tuttavia pagare come fosse stato fatto perfettamente

È solo il cittadino che non ha e/o non vuole il patrocinio dei potenti

 

È solo chi si ritrova con una costruzione abusiva addossata alla sua dimora o alle sue cose

È solo il cittadino la cui vettura magicamente va a fuoco e non riceve alcuna solidarietà

È solo chi di fronte alla violenza sa che non troverà difesa nei reggitori pubblici

È solo chi vuole esprimere un’idea fuori dal coro

È solo chi considera due sfere separate le istituzioni pubbliche e quelle religiose

È solo il non credente

Sono soli i terreni su cui estranei buttano arbitrariamente acque di vegetazione

Sono sole le dimore che non vengono definite palazzi

Sono soli i vicoli dove non passa mai ramazza

È sola la scuola lasciata in balia di vacui progetti e feste varie

Sono soli i cittadini di fronte a chi ha deciso per un eolico selvaggio nel nostro territorio

Sono soli i cittadini a cui pubbliche istituzioni stavano per rifilare il mostro della Battaglina

È solo il cittadino di fronte alla retorica delle dichiarazioni ufficiali che nulla spiegano di quanto di violento e illegale accade in paese

Ai tanti soli, ai tanti non  ( esclusivamente ) ai pochi e noti, va espressa solidarietà.

Chi sono?

Sono e mi definisco e mi sento:

1) una persona

2) una donna

3) un’appartenente alla civiltà contadina

4) una di sinistra

5) un’insegnante

Sono tutte queste cose, ma lo sono in quest’ordine.

Non sono nata insegnante, sono nata persona e tale mi sento.
E l’insegnamento è un lavoro, da fare con professionalità.
Io lo faccio con impegno, studio ogni giorno, non faccio assenze.

Nessuno, però, può dirmi come e cosa devo pensare, nessuno deve ledere i miei diritti, anche quello di contestare e manifestare il mio scontento.

Andrò a votare pensando a ciò.

Crotone e il mondo alla rovescia

Miei cari ospiti, se siete commercianti mutate proposito e cercate un’altra risorsa per vivere. Se siete invece uomini di mondo e capaci di mentire sempre, voi correte dritti verso la fortuna. In questa città, infatti, non è onorata la dedizione alle lettere, non trova posto l’eloquenza, non vengono lodati la frugalità e i santi costumi, ma tutti coloro che vedrete sappiate che sono divisi in due parti. In verità o vengono raggirati o sono degli imbroglioni. […]
Insomma, entrate in questa città come in campi sotto il giogo della pestilenza, nei quali altro non c’è che cadaveri sbranati o corvi che li dilaniano.

Nella descrizione di Petronio, Crotone appare come un luogo in cui non trovano posto attività commerciali che consentano una mobilità sociale, negletti sono gli studi, gli abitanti ignorano i buoni costumi, manca il desiderio di avere figli.
Nessun Trimalchione lavora duramente per uscire dalla schiavitù e raggiungere la ricchezza o ha la triste consapevolezza di non possedere la cultura. Domina al contrario l’inerzia e, come Paolo Fedeli mostra nelle sue belle pagine sul Satyricon, i valori su cui poggia l’antica società urbana sono rovesciati: non litterarum studia celebrantur, non eloquentia locum habet, non frugalitas sanctique mores laudibus ad fructum perveniunt, sed quoscunque homines in hac urbe videritis, scitote in duas partes esse divisos.

La città, come un contadino spiega ai protagonisti giunti a terra dopo un naufragio, è come una campagna desolata dalla pestilenza ed è abitata solo da cadavera, quae lacerantur o da corvi, qui lacerant.
Gli uomini sono o cacciatori di testamenti o ricchi privi di eredi, oggetto di tale caccia.

I miei ragazzi di Crotone sgranavano gli occhi di fronte a questo quadro potente: incerti tra l’orgoglio di essere in uno scritto simile e lo smarrimento per quella visione amara che in qualche modo ancora li chiamava in causa.
Chissà se i fatti più recenti riguardanti il loro territorio ( le inchieste sulla pestifera connessione tra politica e ‘ndrangheta, le rovine all’ambiente e alla salute delle popolazioni, gli omicidi che tendono a spegnere le voci non-violente ), chissà se li spingono – adesso che non sono più tra i banchi della scuola – ad operare per ristabilire i valori dell’urbs: il lavoro, la cultura, il rispetto per le virtù fondanti della civiltà d’un popolo. Lo spero, tanto.

Ed io, io, che cosa vedo nella Calabria odierna?
Cosa mi preannuncia il vilico?

Avremo in futuro- penso pure al dopo 4 marzo! – il genus negotiationis o faremo i corvi delle risorse pubbliche e dei cadaveri degli altri? Saranno onorate le belle lettere, la civica correttezza? Sarà possibile avere figli? Chi sarà ritenuto un uomo onesto?

Tali domande vengono ancora oggi dal Satyricon: è la forza dei classici. E forse la speranza di mutamento anche noi, come in ogni tempo, possiamo riporla solo nella lettura, nella conoscenza e nell’operosità, non nella caccia all’altrui eredità.