Il nostro capo chino

Io ero , quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi sono messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino.

Mai un libro mi ha parlato tanto immediatamente, sin dal suo incipit, come quello di Vittorini: il capo chino mi sembra il mio e di tanti che si trovano a vivere nel nostro tempo aspro.
Specialmente in alcuni giorni, in cui quanto accade è doloroso e noi, per interpretarlo,  non possediamo chiavi di lettura nuove e non retoriche. E nessuno, né intellettuale né qualsivoglia sinistra, pare poterle offrire.

Antiche foto

Le foto degli anni Cinquanta e Sessanta ci mostrano ancora quasi tutti magri.
I grassi erano così pochi che apparivano strani o venivano considerati ammalati. Spesso si trattava di benestanti o, fatto inconsueto, di persone nullafacenti, pertanto non consumate dal duro lavoro dei campi.

Quando frequentavo le scuole medie, ad un bambino grasso chiesi ragione di quella floridezza, pur essendo io piuttosto timida. Ma tu perché sei grasso?, gli domandai senza malizia ma con la curiosità con cui, rivolgendomi all’insegnante, avevo cercato chiarimenti sulla forza di gravità. Da piccolo sono stato debole per un periodo ed i miei genitori mi hanno dato olio di fegato di merluzzo, mi rivelò il compagno con la stessa naturalezza con cui gli avevo parlato.
Avevo solo bisogno di una spiegazione e la sua mi parve soddisfacente, anche se forse era magica, ma tante cose erano misteriose in quel nostro universo contadino.

Nel tempo in cui ero bambina, a Cortale viveva una signora che mi sembrava veramente rotonda. Mi pare di rivederla mentre si inerpica su una lunga scalinata, al termine della quale era posta la sua casetta ( se fortunati, abitavamo pressoché tutti in casette, altrimenti in casupole ).
Per distogliermi da una cattiva abitudine, mia sorella – che possedeva molta fantasia nel costruire racconti o frottole tra il favoloso ed il tragico e che si divertiva a farlo – mi urlò minacciandomi e ammonendomi: Se continui ad abbuffarti di sale, ti ammali e diventi uguale a lei!
E’ così, i pochi grassi erano allora ritenuti (  lo erano? ) malati. Io però ero ghiotta di ogni alimento che si allontanasse dalla dieta usuale e mangiavo il sale, prendendone di nascosto piccoli pugni e ingoiandoli.

Penso si possa affermare che negli anni Cinquanta e Sessanta la nostra alimentazione fosse ormai sufficiente e che non abbiamo sofferto la fame, a differenza di generazioni precedenti. Certo è, però, che essa non era varia.
Seguiva ( e troppo! ) il ritmo delle stagioni: era tempo di fave e si consumavano fave, ma per un mese e fino a quando iniziavano ad avere il tipico segnetto nero  ( l’uocchiu ) ed erano dure, indice inequivocabile che era il momento che gli avventori cambiassero. E passavano a sfamare i maiali.
Era dunque un’alimentazione ripetitiva ed io ero curiosa delle cose nuove che negli anni Sessanta cominciavano in qualche abitazione a comparire. Ero abituata, ad esempio, a nutrirmi di un pane squisito, che mia madre impastava, infornava e cuoceva in casa utilizzando la farina da noi prodotta. Magari potessi averlo adesso, ma allora, se vedevo una pagnottella del panificio, all’interno spesso cruda e mal cotta, credevo di scoprire un ignoto spazio e ne avevo voglia.

I biscotti nostri, poi, erano quelli che si facevano in determinate ricorrenze, tra cui Pasqua. In tali momenti in casa arrivava mia zia, stimata quale esperta del parentado per la preparazione di dolciumi o il trattamento della carne di maiale o per la creazione casalinga dei liquori, cioè per le situazioni gastronomiche che in una famiglia contadina erano sentite come solenni, poiché richiedevano una spesa extra e quindi non si potevano commettere errori. La zia, usando con maestria le mani, praticando dei piccoli tagli con il coltello o poggiando sopra la pasta l’estremità delle grosse ( non so quanto pulite! ) chiavi di casa, dava vita con perizia agli ornamenti dei nostri dolcetti: nascevano fiocchi, cerchi, faccette con sorrisi. Noi eravamo in festa e le stanze odoravano della fragranza di questi prodotti semplici e di paese, ma allorché si conobbe qualche industriale brioche essa per me ebbe il gusto del proibito ed inusuale.

E con che piacere, a un certo punto, accogliemmo la mortadella, pur avendo un ottimo salame! Solo qualcuno la definiva “carne di asino”, ma con un po’ di tristezza forse perché sentiva che la mortadella per le sue caratteristiche avrebbe invaso tutte le tavole, mentre il nostro salame – che tanta fatica richiedeva – sarebbe stato soppiantato.
Ecco perché divoravo con voluttà persino il sale, desiderosa com’ero di sapori diversi da quelli noti.

Ma guardiamole di nuovo le vecchie foto: siamo in grado di stabilire la stagione dell’anno in cui sono state scattate? Dai vestiti non si capisce e il nostro mondo di allora è come  immerso in un’eterna primavera od autunno. E noi portiamo sempre gli stessi abiti.
I bimbi spesso hanno le gambe nude e un maglioncino, più o meno stretto a seconda se c’era stata o no una crescita; a volte abbiamo le calze, ma una si mostra perennemente abbassata, perché l’elastico non riusciva più a resistere al passare del tempo ed ai numerosi lavaggi. Le donne indossano u vancaliedu che, o di lana o più leggero, non era per niente adatto ai rigori dell’inverno e dunque di per sé non è indizio di una stagione particolare; gli uomini si vedono in maniche di camicia o con massimo la giacca. Di ombrelli, neppure l’ombra.

In alcune fotografie si comprende che è inverno perché un uomo (probabilmente pure… grasso) ha il cappotto.
Io alla scuola elementare – tanto, l’edificio era vicino casa mia ! – nei mesi invernali avevo un bello scialle ( lavorato fiure de maju ) e il primo cappotto fu quello smesso da mio fratello. Si cercò di rifargli il collo e si tentarono dei maldestri miglioramenti per adattarlo a una bambina. Anche le sarte stavano in quel periodo modificando la loro arte e passavano dal cucire quanto necessario a una società contadina ( foddigghie, mbusti, matarazzi, salauddi, etc. ) a fare gonne, vestitini, soprabiti, visto che stavano mutando le condizioni economiche ed i bisogni. La tecnica era tuttavia ancora incerta e il mio cappottino proteggeva sì dal freddo ed era sicuramente un bene non molto diffuso e perciò prezioso, ma restò bruttino e un po’ duro ed il suo colore, marrone, non mi piaceva.

Il primo che fu acquistato per me era invece morbido, caldo e di un piacevole verde: l’ho adorato. Lo trovai in un negozio di Lamezia Terme e mi accompagnava mio padre, l’unico che aveva pazienza di fronte alle mie incertezze e lungaggini di adolescente quando dovevo decidere su qualcosa da indossare. Erano ormai vicini gli anni Settanta ed erano cambiate parecchie cose, rispetto alle vecchie foto. Grazie al cielo, la nostra vita stava migliorando: mangiavamo in maniera più varia, vestivamo meglio, studiavamo di più, lavoravamo un po’ meno.

E cominciavamo ad ingrassare. Ma forse in futuro avremmo imparato a nutrirci con equilibrio e ad essere magri non per bisogno e ristrettezze, ma per scelta consapevole.

Verità degli accadimenti e verità giudiziaria

Qualche sera fa mi sono  imbattuta in un servizio televisivo sui malanni causati dalla ‘ndrangheta in Calabria e su alcune note vicende giudiziarie relative a crimini perpetrati nella zona dell’Angitola, finite senza l’accertamento della verità ( per prove insufficienti o fatte abilmente apparire tali ) oppure conclusesi, come nel caso della morte di Santo Panzarella, con l’assoluzione degli accusati per non aver commesso il fatto. Delitti rimasti senza un colpevole.

Mi ha colpita molto l’affermazione di un avvocato, il quale ha più volte ribadito che la verità raggiungibile è quasi sempre la verità giudiziaria, non quella che disveli quanto realmente successo.
Mi ha impressionato che questo venisse e affermato e teorizzato come un dato quasi normale da un operatore del diritto.

Noi cittadini siamo consapevoli che un processo penale significa accertare i fatti e che tale accertamento può a volte essere incompleto, difficoltoso, impossibile. Una cosa è però tale consapevolezza, un’altra accettare che la verità raggiungibile sia eternamente parziale: questa concezione è seriamente colpevole perché giustifica qualsiasi inerzia giudiziaria, qualsiasi collusione, qualsiasi distorcimento della realtà per far trionfare o una propria tesi o un indirizzo politico o una lettura di un periodo storico. La storia della giustizia in Italia è sotto gli occhi di tutti: e su alcune devianti concezioni della giustizia e distorsioni di essa si sono costruite le tante non-verità nel nostro paese, anche prima di Piazza Fontana.

Secondo il legale intervistato, il processo penale è dunque un momento in cui ci si sforza di arrivare ad una verità che è sempre giudiziaria, perché mai o quasi mai si riesce a raggiungere una verità vera.
Ma che senso ha un apparato della giustizia che si accontenti e forse tenda solo ad una verità giudiziaria? Che senso c’è nell’accogliere come un dato immutabile l’idea della limitata portata dell’accertamento giudiziario?
La spesa enorme che il paese affronta nel sostenere tale apparato ha ragione d’essere, il sistema giudiziario stesso ha ragione d’essere solamente se sempre più si tende, nei tribunali, ad appurare la verità su ciò che si è verificato e a dare giustizia alla vittima e pena ( che abbia l’obiettivo di riabilitare il reo ) al colpevole.

Poveri noi, soprattutto in Calabria: tra (im)prenditori, politici collusi, ‘ndranghetisti. E verità giudiziarie.
Dov’è lo spazio per l’onesto? Dov’è lo spazio per l’in-nocente?
Per noi cittadini probabilmentee ingenui e sprovveduti, che nutriamo speranze solo nella giustizia non nei poteri illegali, è inspiegabile questo iato tra realtà degli accadimenti e verità giudiziaria.
Invece, dicono i nostrani esperti del diritto e responsabili della gestione di esso, questo iato è logicamente spiegabile.
E sentenziano, come tutti gli azzeccagarbugli, che la verità degli accadimenti non ci è dato di conoscere: noi conosciamo solo la verità giudiziaria.

E quando, come per il  giovane Panzarella alla fine del processo non esistono colpevoli, concludono che in qualche caso si ha un epilogo assolutorio che è un risultato fisiologico di alcune vicende giudiziarie.
Si tratta viceversa non di risultati fisiologici e naturali e inevitabili, ma di processi naufragati, anzi fatti naufragare da una parte della giustizia.
Vale la pena denunciare, stando così le cose?

Non è l’epilogo giurisdizionale a cambiare la sostanza della realtà, ho sentito dire ancora in quel servizio.
No, è invece importantissimo il risultato di un processo, altrimenti la realtà rimane una merda.
E non resterebbe che aspettare, fatalisticamente, la giustizia di Dio. Com’è costretta a fare ormai la battagliera e fiera e dolente Angela Donato, madre di Santino.
Troppo poco; e per chi è laico o non credente non esisterebbe neppure quest’ultima attesa.

Non si continui però a raccontare la solita solfa che in Calabria e nelle altre zone preda di poteri illegali tale situazione sia dovuta alle popolazioni che non aprirebbero bocca. Come se bastasse che il cittadino dica quanto sappia o quale ingiustizia ha subito, se poi questa partecipazione e coscienza democratica va a schiantarsi contro una gestione della giustizia ( dai carabinieri ai procuratori più potenti ) sonnacchiosa o corrotta o che cerca solo verità giudiziarie. Cioè, ricostruzioni di comodo o accomodanti o cieche o ingiuste. Chi deve condurre la lotta contro mafia e ‘ndrangheta e soprusi e violenti? Davvero pensiamo che sia sufficiente che l’uomo comune denunci? O non siamo, al contrario, in malafede quando proclamiamo ciò in maniera piuttosto reboante?

[…] lo Stato muore o inizia a morire quando questi poteri privati se ne appropriano […] Allora l’unico principio regolatore dei rapporti sociali diviene la forza.
Allora su coloro che non fanno parte di alcuna tribù sociale forte – come avviene per i giovani precari, per i disoccupati, per gli anziani poveri, per gli emarginati, per milioni di cittadini – si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri, afferma Roberto Scarpinato, che ha lavorato con Falcone e Borsellino. Ma Scarpinato è testimone di un’idea della conduzione della giustizia non maggioritaria in Italia.

Siamo un paese dove l’impunità di chi delinque ha una storia lunga. Scriveva Giolitti al re Umberto I dopo l’assoluzione degli imputati per lo scandalo della Banca Romana: “Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti in Italia, oltre a essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano denunciati e messi in carcere”.
La giustizia ( non ) è uguale per tutti.

Il pane dello schiavo

[…]
sbattuto dalle onde.
E a Salmidesso nudo con molta cortesia
lo prendano
i Traci che hanno la chioma in cima al capo
– dove soffrirà molti mali
mangiando il pane della schiavitù-
lui, intirizzito dal gelo.
E molte alghe lo ricoprano
e batta i denti, come un cane bocconi
giacendo per lo sfinimento
sulla battima, dove s’infrangono le onde.
Vorrei che conoscesse queste sofferenze
colui che mi ha offeso e ha posto il piede sui giuramenti,
lui che un tempo era mio compagno.

Nell’invettiva il poeta ( Archiloco? Ipponatte? ) augura molti mali a chi ha tradito gli accordi e cambiato parte politica. Il naufragio si immagina terribile e si auspica che il nemico venga sbattuto in spiagge lontane, indifeso, privo di forze e in balia degli elementi naturali.

Colpisce tuttavia, tra le disgrazie che vengono invocate e sperate, quel pane dello schiavo. Sarà stato un nutrimento particolare: per la cattiva qualità, per la scarsa quantità. A Roma Catone, ad esempio, consigliava di dare agli schiavi in ceppi ( cioè a quelli insubordinati o che si sospettava intendessero fuggire ) quattro libbre di pane al giorno, cinque invece quando dovevano vangare la vigna; di riservare come companatico ai servi le olive cascaticce o quelle da cui si sarebbe ricavato pochissimo olio e di fornire loro una tunica ed un paio di zoccoli ogni due anni.

Ma il pane dello schiavo di cui si parla nel frammento greco sarà stato annoverato fra le sventure e considerato non comune soprattutto per le condizioni sociali e lavorative di chi lo aveva guadagnato: miserrima era la situazione dello schiavo nell’antichità. Non aveva difatti personalità giuridica, poteva essere venduto a un altro padrone senza che ci si preoccupasse se egli veniva separato dalla compagna o dai propri figli, era un ascholos ossia uno sprovvisto di tempo libero, era soggetto alla pena della crocifissione ( ne conserva il ricordo la via Appia, là dove finì il nobile disegno di Spartaco ).
Instrumentum vocale, lo definivano i Romani, distinguendolo da una zappa solo perché essa non ha voce.

Io comincio a pensare che ormai lavoro per guadagnarmi il pane dello schiavo, in un’Italia dove tanti diritti faticosamente conquistati in passato dai lavoratori vengono sempre più calpestati, peggio dei giuramenti a cui fa riferimento il poeta.
Non abbiamo sicurezze su quale tipo di mansione dobbiamo svolgere, sulle pensioni (adesso si attaccano quelle di reversibilità!), dobbiamo noi – con i risparmi di una vita ! – salvare le banche, ci si dice a muso duro di non esagerare nel curarci, il tempo libero è divenuto una colpa e si tende a sfruttare al massimo la capacità produttiva. E chi ci governa sbraita ed inveisce e vuole convincerci a vivere in un’eterna precarietà: sempre pronti a cambiare residenza ( e magari famiglia ! ), forma di occupazione, perennemente pronti a perderlo il lavoro.
Quante volte, inoltre, anche noi non ci si sentiamo un instrumentum vocale sui posti di lavoro, dove la dialettica e la diversità di opinione sono oramai reputate non una ricchezza e il pilastro della democrazia, ma un inutile peso ed un residuo noioso di un passato che farisaicamente si racconta come “rivoluzionario” e parolaio? Non sono diventati i luoghi di lavoro dei mondi alienanti in cui a decidere sono soltanto delle oligarchie e oligarchie neppure colte e illuminate?

Oggi è ancora possibile che un lavoratore coltivi un obiettivo piccolo piccolo e costruisca in qualche modo il proprio futuro? O tutto deve essere spazzato via dall’instabilità e dal mutamento continuo delle regole?
Ma crediamo che un uomo possa vivere senza nemmeno nutrire speranze e senza edificare, sassolino dopo sassolino, se stesso e la sua vita?

Soffitti, santi e bambini contadini

Quando da piccola mi ammalavo, venivo trasferita nel lettone dei miei genitori e passavo quel tempo sospeso e di ozio beato contando le tavole di cui era fatto il soffitto in legno con travi.
Risento ancora la sensazione di piacere per lo spazio grande del letto e ritrovo l’antico spostare gli occhi sul soffitto come su un aperto orizzonte colorato. Finito il momento della febbre alta e del relativo stordimento, i giorni della ripresa prima di potersi alzare e di tornare alla normalità erano un periodo di libertà dagli impegni di bambina. Un tempo altro che conduceva in una dimensione nuova: niente scuola, niente giochi, nessuna chiamata degli adulti a sbrigare qualche incombenza.

Le tavole del soffitto, che mia madre di solito tinteggiava di un delizioso color celestino, mi tenevano compagnia: le contavo e le ricontavo, lontana dall’annoiarmi e baloccandomi con i numeri la cui magia i libri mi stavano man mano mostrando. Inoltre lo scrostarsi del soffitto e il succedersi negli anni delle pitturazioni, senza che si togliessero perfettamente le incrostazioni, formavano quelle che al mio sguardo si presentavano quali figure di diversa foggia: nuvole, nasi, animali, alberi, montagne. Ed ecco, nella sesta tavola, un mare. Toh, che gambe lunghe ha quel ragazzo! Ah, là quello sembra un coniglio, quant’è grande la piazza della ventesima tavol(ozz)a.

La stanza era tutta mia e il tempo una linea che si doveva solo vivere, non riempire di azioni. Era questo un regalo della malattia, una giustificazione inaspettata. Di tanto in tanto entrava qualcuno che ti toccava delicatamente la fronte e se chiudo gli occhi risento il tocco leggero della mano e la riconosco: ora era quella di mia sorella, ora della zia, mio fratello bambino non poteva avvicinarsi per non ammalarsi a sua volta. Mio padre mi prendeva il polso e mi contava i battiti: la sua diagnosi è l’unica che ho accolto nella vita con disarmata fiducia.

Mia madre per l’occasione portava dalla campagna un pollastrello, che sacrificava con il piacere e la soddisfazione con cui l’ho vista sempre impegnata in un rito che nella società contadina significava e celebrava l’abbondanza dell’alimentazione, abitualmente più parca ( ci perdonino gli animalisti alla Brambilla! ). All’ammalato era norma riservare una dieta speciale e a chi aveva una patologia complicata o  mortale si dava un cibo ritenuto particolarmente raffinato, i picciuni chini, i piccioni ripieni.
Dal galletto mia madre ricavava un brodino saporito per la mia gola chiusa e la tenera carne era destinata soltanto a me e al mio ristabilimento: nessun altro in famiglia poteva goderne.

Quando la febbre era più resistente, passava anche il medico che ti osservava la gola e ti toccava la pancia.
Il resto del tempo lo trascorrevo da sola, ad osservare la stanza. Gli altri erano fuori di essa, impegnati nel ritmo consueto dell’esistenza.

Le pareti della camera, come in ciascuna casa contadina, erano tappezzate di quadretti con immagini sacre, oltre al crocifisso appeso al capezzale. Ricordo una santa Lucia ed una Madonna.
Un quadro attirava specialmente la mia attenzione di malatina: era posto alla destra del lettone e raffigurava sant’Antonio ( forse mio padre l’aveva acquistato a  Nicastro, dove ogni anno si recava durante i festeggiamenti ). La figura centrale era circondata ai lati da tondi che credo narrassero episodi della vita del santo.
Era su tali piccoli spazi tondeggianti che la mia fantasia si esercitava maggiormente e immaginavo altro, rispetto a ciò che era rappresentato, complice la distanza rispetto al lettone, complice la febbre e complice la mia inventiva di bambina. In un tondo rammento che vedevo una giovane donna e alcuni segni diventavano una gonna colma di fiori, mentre il resto si trasformava in due piedi e due braccia impegnati in una danza lieta: scorgevo pure la testa di riccioli belli e neri della ragazza.

Anni dopo, mia sorella mi confessò che il quadro aveva anche per lei la stessa forza creativa ed evocatrice. Siamo stati quindi tutti felici ed abbiamo conosciuto la potenza dell’immaginazione, osservando le straordinarie pareti.

Quanto a me, a poco a poco guarivo e uscivo dall’ozio leggiadro, cresciuta di qualche centimetro, dicevano gli adulti: A ziteda appe a freve de a criscimogna, la bimba ha avuto la febbre di crescita.
E tornavo a scuola, che era il mio negotium adorato.