Stranieri nel vicolo e la bellezza di Peter

Nel vicolo al mattino gli adulti si recavano in campagna, i piccoli a scuola; la sera si tornava dal lavoro, si cenava e poi, se nella buona stagione, ci si sedeva davanti l’uscio e si conversava. I bambini partecipavamo al chiacchiericcio, specie se stanchi, o ci scatenavamo nei giochi.

Ogni tanto passavano degli umili venditori, con la loro per noi magnifica mercanzia.
E a volte arrivava nel vicolo addirittura qualche straniero, portatore di novità: perché l’altro fosse straniero bastava che ci separassero pochi chilometri.

Giungevano dalla per noi lontanissima Cosenza dei giovani specializzati nella sericoltura, i quali con la collaborazione di mio padre trovavano un appartamento dove provvedere all’incubazione del seme ( risento ancora il calore delle stanze- incubatrici ) e per un periodo soggiornavano a Cortale.

Ricordo uno di questi ragazzi, che la sera veniva a trascorrere il tempo nel vicolo: i bambini ci sedevamo attorno a lui e anche le ragazze potevano chiacchierare, visto che la distanza sociale ( impossibile un legame tra giovani contadine e un impiegato! ) rendeva il loro rapporto come asessuato, quindi lecito.

Il ragazzo vestiva elegantemente abiti freschi di seta chiara ed era bello come gli attori delle riviste del tempo.

Il vicolo risuonava delle risate delle ragazze e noi bambine eravamo incantate dal giovane, il quale paragonava ognuna ad un’attrice, trasportandoci così nel mondo fatato di Cinecittà od Hollywood: la mia compagna di giochi, dalle carnose labbra, era chiamata Sophia Loren e per me tale è rimasta. E come sapeva condurre il divertimento, il ragazzo di Cosenza! “Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?”, “Cacao!”, gridai velocemente io.
Il cacao ( con questo termine indicavamo e la polvere e la bevanda ) fu tra le cose provenienti da fuori che proprio allora cominciavano a mutare la quotidianità cortalese; l’avevamo pienamente adottato e per noi persino il colore marrone era “cacao”. Anzi era nato un modo di dire, pari u viecchiu d’o cacau, alludendo al vecchio che appariva sulla confezione, non so se della Ferrero.

Poi, agli inizi degli anni Settanta, arrivò lui e ci incantò tutti: vecchi e giovani. Come un ospite mite di un teorema scritto appositamente per noi.

Veniva da Berna ed era un regalo dell’emigrazione: era amico di nostri compaesani trasferiti in Svizzera per lavoro e veniva a trascorrere le vacanze in Italia, innamorato della cultura italiana e soprattutto di Petrarca.

Abitava in una minuscola stanzetta di fronte casa mia e di giorno, con il solito sacchettino di quelli del Nord dentro cui non manca mai un libro, andava al mare, col pullman naturalmente.

Avevamo vent’anni e le ragazze, attraversate da ansie di novità e che con difficoltà estreme cercavamo di vivere a modo nostro in un ambiente invece chiuso, parlavamo con Peter con la tranquillità e l’amicizia alla quale non potevamo abbandonarci con i ragazzi del paese.

Ci scambiammo dei doni. Io gli regalai un bel testo che possedevo di Petrarca, che faceva parte di una collana della Mondadori e che a me, che non avevo la biblioteca degli avi, era molto caro. I libri costavano per noi troppo ed erano un lusso, ma alcuni iniziavano a essere pubblicati a un prezzo non eccessivo e la mia casa man mano si adornava di queste carte preziose. Peter mi regalò “La morte a Venezia” e, se mi impegno, lo trovo ancora nei miei disordinati cassoni.

Il suo italiano era delizioso: “la naso”, “il chiave” mettevano allegria a tutti i vicini. Ed era delizioso soprattutto il modo di pensare: mai più ho ragionato senza paure, senza difese come con lui. La nostra è stata una bella e purissima amicizia, sebbene attraversata in qualche momento da un leggero erotismo, che non si espresse mai e a cui mai abbiamo dato voce: la distanza geografica ci teneva lontani da tentazioni e inoltre eravamo consapevoli di avere il cuore altrove: entrambi di altri innamorati, posseduti da amori infelici, come capita spesso a quell’età ( e non solo! ). Il suo si chiamava Nicole, bionda e dai riccioli aurei: Peter ne parlava come della Laura petrarchesca.

Peter è stato il sollievo e la consolazione dei miei vent’anni, in Calabria difficili, perché mi sono potuta rapportare col mondo maschile senza stare in guardia: un universo che in lui era privo di rozzezza e violenza, una mascolinità tenera e sensibile. Gliene sarò eternamente grata e mi piacerebbe che in qualche parte della terra egli ancora girasse gentile.

Era bello in maniera straordinaria e aveva un bel sogno: fare l’attore.
A tutti nel vicolo egli portò la peculiarità e diversità del suo sentire, oltre che la sua semplicità che lo fece amare da ognuno. Nicole aveva splendidi riccioli e lo diceva a noi ragazze, che chissà quante diavolerie usavamo per avere i capelli lisci! Il lungo naso di una nostra amica, per noi un difetto, era divino ai suoi occhi; i miei lineamenti un po’ marcati erano greci, intendeva dire della statuaria greca, e scusate se è poco!

Ci si sconvolgevano le categorie di valutazione e il vicolo si apriva e diveniva una metropoli: un evento straordinario per dei giovani attratti dal cambiamento e che massimo andavano ogni tanto a Messina per sostenere gli esami universitari.

Era un incontro che non ci impegnava ad altro che alla grazia dell’esserci conosciuti: non ci siamo mai scritti, mai telefonati e ci salutammo donandoci i libri.

Un paio di anni dopo andai a Zurigo e mio fratello mi suggerì di telefonare al mio amico, che la sera stessa arrivò con dei cioccolatini per mia cognata. Io e lui decidemmo di andare al cinema.

Adoravo il cinema e nel vicolo ne sentivo la mancanza, come sentivo la mancanza di tante altre cose. Quella sera c’erano a Zurigo le proiezioni di “Ultimo tango a Parigi”, un film su cui al paese avevo già letto la recensione di Moravia e che ho amato per il senso di morte che lo pervade oltre che per la libertà dello sguardo. Erano gli anni in cui in Italia si cercava di conquistare, tra le altre, pure la liberazione sessuale: fatto che è costato, come ogni conquista. E l’assenza di bigottismo con cui la tematica sessuale era trattata da Bertolucci era importante, specialmente se avevi vent’anni e li vivevi in un vicolo calabrese: anche questa una condizione che ha comportato troppi costi.

La sala era piccola, il film in tedesco ma sottotitolato in francese, lingua che ho studiato. La bellezza di quell’ambiente senza schiamazzi e di quel ragazzo tranquillo seduto accanto fu per me un dono: la visione del film avvenne in un raffinato silenzio, alla fine si udirono gli applausi per il regista. Durante il film, solo delle misurate risatine quando si parlò di diverse lunghezze del pene. Non oso, per carità di patria, fare confronti.

Negli anni Ottanta, Peter ci regalò un’altra giornata: tornò a trovarci assieme alla sorella. Sempre bello come il sole.
Seguiva ancora la sua vocazione di attore e anche questo me lo rendeva caro: era divenuto uomo migliorando e non abbandonando il meglio di sé.

Le giovani del vicolo, intanto, conducevamo la nostra esistenza non semplice. Niente era indolore: ad esempio, noi passeggiavamo suscitando parecchie critiche, ma solo in luoghi alle passeggiate consacrati. Il libero camminare, figuriamoci il girovagare ozioso! , per le donne non era contemplato.

Facendoci scudo dei due turisti, anche noi ce ne andammo quel giorno per le viuzze del nostro paese: tranquille, libere. Com’è giusto che sia.

Da qualche mese, avevo pensato di fare questo post, ma gli impegni e la pigrizia ( scrivere è una fatica ) me lo avevano impedito.
Poi una sera trovo detto su Facebook che Peter è morto.

Mi sono sentita più sola e ho pianto, sconsolata: amavo pensare che in qualche luogo Peter continuasse a percorrere incantato le vie, perché questo rendeva il mio mondo non infranto e impoverito, nonostante il trascorrere degli anni e le tante perdite.

Il giorno dopo, sulla morte si è espresso un dubbio e ad esso io ho preferito prestar fede. Ho bisogno di credere che quel mio ragazzo, con cui in fratellanza ho potuto vedere un film che ha come filo conduttore nientemeno che il sesso, mi accompagni nella vita.
Il mio vicolo è lui.

Natale

Nell’odore di Natale c’è qualcosa di dolce, qualcosa di musicale, qualcosa di umido, un pizzico di incanto e di allegria, un po’ di magia e di armonia, il bianco della neve, il suono delle cornamuse.

Una meravigliosa mescolanza. Che ti fa, ogni anno, rivedere uno di quei vecchi film che solo a Natale si guardano e, mentre te ne stai – fuori di ogni logica! – a seguire la storia, te lo dici di nuovo: “Ecco, è tornata l’atmosfera natalizia”.

Natale in passato è stato tutto questo ed è stato anche, la sera della vigilia, percorrere le strade come se i luoghi fossero immersi in una nube fatata.

E’ stato fermarsi e darsi gli auguri e sentirsi, almeno quella sera, paese.

I tria corda di Ennio

Da vecchi, si è uguali a materia preziosa e raffinata: si è più fragili, la stessa pelle diventa come rarefatta, non si riesce a stare dietro alle innumerevoli malattie che il corpo – con una fantasia illimitata – sa procurarsi. Intanto, molte delle persone che amavi o che i tuoi occhi erano abituati a vedere, gli intellettuali che ti avevano accompagnato nel percorso nel mondo, uno dopo l’altro scompaiono.

E si diviene più sensibili, non solo nella pelle. Ci si commuove per cose che prima non si notavano, con uno struggimento sinora ignoto. I vecchi acquistano una nuova possibilità di avvertire ed interpretare quanto accade, come fossero –  mentre si scoloriscono e diventano creature evanescenti – quasi inebriati e dotati di più occhi e più udito. Divengono un po’ veggenti, un po’ poeti.
Questo penso da qualche tempo, di fronte al mio comprendere sfumature che nel passato mi sfuggivano o non mi facevano emotivamente vibrare.

Il poeta Ennio è un esempio di tale accrescersi e potenziarsi delle commozioni. L’ho studiato per la prima volta a quattordici anni, venendo a conoscenza subito del suo vanto per il possesso di tria corda, perché cioè sapeva parlare in tre lingue: il greco, l’osco, il latino. I tria corda di Ennio sono pure sempre emersi durante il prosieguo degli studi e nelle tante volte in cui ho presentato questo autore ai ragazzi, traducendo e interpretando l’espressione come “lingua ” e “formazione”, tenendo naturalmente presente la ricchezza culturale della regione in cui Ennio nasce.
E però un giorno, dopo anni e anni, è come se cogliessi nel vivo delle tue carni il perché venga utilizzato il termine corda e non altri. Tria corda: tre anime aveva il mio Ennio! Un poeta colto e dalla grande vocazione alla sperimentazione, fatto che certamente è conseguenza pure di questa sua bella trinità.

Cos’è allora il possesso di una lingua? È avere un cuore, è avere un’anima. Conoscere una lingua è possedere un’identità e possederne un’altra significa raddoppiare l’identità e così via in un moltiplicarsi affascinante di anime, poiché in una lingua si raccoglie tutto quanto appartiene ad un popolo e ad una civiltà.
Studiare allora le lingue perché utili?
Senza dubbio, ma soprattutto studiarle perché si acquistano cuori: cioè, anime, molteplici identità.
In questo senso, si può dire che sia affascinante immergersi anche nel latino e nel greco, lingue non parlate ma non morte: per sempre scritte, invece.

Il mio no al referendum: non di destra, ma dell’accozzaglia di sinistra

Voterò no al referendum non insieme a Salvini, Grillo, ecc., ma insieme ai tanti di sinistra ( diciamo così, per comodità di esposizione ) che sanno che il mondo è cambiato, e con esso numerose categorie del Novecento, ma continuano a credere in alcuni valori fondamentali quali la giustizia, la partecipazione, la solidarietà, persino la derisa onestà.
Il mio primo voto è stato su un referendum, quello sul divorzio, e orgogliosa me ne andavo in giro con un bel no appiccicato alla borsetta. Con lo stesso spirito e con lo spirito con cui sempre ho votato a sinistra ( nonostante tutto ), domenica sceglierò il no ancora una volta.
Dirò no, perché non voglio che diminuiscano – ulteriormente! – gli spazi di democrazia: secondo tale discriminante ho valutato e rifiutato la proposta di riforma costituzionale.
So bene, come i miei tanti compagni di viaggio dello schieramento del no, che la storia segue altri e nuovi ritmi, in parecchi casi migliori: la morte di Castro in questi giorni è come se avesse chiuso il secolo scorso, si è giustamente affermato.
Ma la mia storia, quella che io non smetto di auspicare, pur guardando al progresso è sempre dalla stessa pars: quella che permette all’uomo di realizzarsi nel suo lato in fiore. In questo senso, non condivido l’articolo di Saviano su Castro, anzi lo ritengo il suo intervento peggiore: superficiale e rozzo.
Oggi io sono dalla pars degli emigranti, dei diritti civili, della libertà di genere. Sono contraria ad ogni forma di violenza e costrizione: proveniente dai propri compagni di vita, datori di lavoro, dai governanti.
Ecco perché voterò no.
Se poi dal no verranno un invito a diminuire la boria governativa ed una lezione di umiltà per Renzi, Giannini, Boschi, ecc., non lo riterrò un male.

Il ricamo e l’inquietudine delle donne

– E che può succedere a Milazzo? – Rea Silvia rispose. – C’è un vapore che arriva e riparte. E ci sono i giovanotti che camminano avanti e indietro. E io ero sempre che ricamavo nella luce della porta. E mia madre e le mie zie erano sempre che ricamavano anche loro. E le mie sorelle lo stesso, erano sempre che ricamavano, sebbene una abbia solo quindici anni e una nemmeno tredici.

Nel passo di Vittorini ho sentito in maniera chiara la secolare mancanza di movimento che avvolge la vita di queste ed altre donne ( specialmente al Sud), il loro scontento, la struggente attesa.

E le ho riviste le ragazze che negli anni Cinquanta hanno popolato la mia infanzia: anime sognanti, ansiose di sperimentare mondi nuovi ma destinate a stare in luoghi ristretti e poveri, imprigionate in un’esistenza ripetitiva, votate ad attendere un uomo che le liberasse dall’angustia.
Ma ho rivisto anche le donne che non ho incontrato e di cui ho soltanto udito parlare: quelle che alcuni decenni prima erano emigrate nelle Americhe sposandosi per procura, vale a dire spesso senza aver mai visto il compagno con cui avrebbero passato i loro anni. Ciò, tuttavia, permetteva di uscire dalla dura vita delle campagne ed evitare un avvenire che non prometteva niente se non lavoro da bestie, parti ( frequentemente mortali ), figli ( talora voluti, talora no ), mariti ( in parecchi casi violenti e a loro volta insoddisfatti).

Ho rivisto le tante mie coetanee strette negli anni ’70 tra le proprie ansie di rinnovamento, di conoscenza e di indipendenza e la scarsità economica e di orizzonti dei luoghi calabresi. Ho ritrovato il nostro desiderio di vivere noi stesse come individui ed esseri umani, esplorando autonomie nella sessualità e nella realizzazione di sé, e le sconfitte che abbiamo subito, nella soffocante chiusura della prevalente mentalità dei benpensanti.

Nel quadro di Vittorini mi pare di vedere ( ma forse sbaglio ) anche qualche giovane donna di adesso, che mille sogni nutre sul suo futuro, ma è costretta in ambienti conservatori, culturalmente depressi, delusa pure dal matrimonio e persino dall’avere figli, condizioni che si rivelano non essere la terra promessa tanto agognata. Al Sud, infatti, spesso sono le ragazze ad andare via e a non voler tornare.
Mi pare di vedere le molte cinquantenni di oggi inquiete, ridotte a osservare con compiacimento ma pure invidia le numerose possibilità che le figlie hanno: studiare, viaggiare, esplorare, convivere con qualcuno e magari in seguito lasciarlo. Donne sovente rinchiuse nel recinto della maternità che non risponde alla loro intima esigenza di libertà e costruzione della propria identità.

Se la ministra ( ministro? eccola ancora, la nostra difficoltà di esistere, addirittura nella lingua! ) avesse pensato alla secolare assenza di ritmo che avvolge l’esistenza delle donne, al loro silenzioso ricamare e alle fughe dal ricamo, se avesse riflettuto sui tanti diritti che hanno a fatica conquistato (tra cui quello di non essere madri ), se fosse stata sensibile alle perenni spinte all’indietro a cui esse devono far fronte, non avrebbe probabilmente proclamato con stupido ed oscurantista decreto il giorno della fertilità, come se si rivolgesse a coniglie senza storia.
E avrebbe ricordato che in primo luogo le donne sono attraversate dal desiderio di essere persone, dal bisogno di fuggire dall’avvilimento che i tanti imposti ricami loro provocano ed affrancarsi dalla monotonia di spazi e speranze.

Leggo del pio ed accorato appello della Lorenzin e mi chiedo quali donne il ministro/a frequenti e abbia in mente.
E guardo le vecchie foto degli anni Cinquanta e Sessanta del mio piccolo paese nelle quali appaiono già giovani sorridenti, allegre, belle, con il capo scoperto, eleganti anche se vestite con abiti non di gala. E attorno a tali graziose figure, invece, dei poveri luoghi fatiscenti senza strade e servizi e le campagne pure esse spoglie, da cui non avresti ricavato il necessario per vivere, figuriamoci un po’ di superfluo per gioire. Tutte donne migliori dei paesi toccati in sorte.
Presto queste ragazze avrebbero lasciato quei territori desolati ( i quali avrebbero per sempre conservato la ferita della loro lontananza ), per comporre una danza diversa a Milano, Zurigo, in America.

Adesso ne vedi alcune tornare per trascorrere l’età della pensione a Cortale: le riconosci perché negli occhi e nei passi ritrovi i segni dell’aspirazione ad una vita diversa che le ha spinte, tempo fa, ad andare via.
Non sono tornate sconfitte, benché si intuisca qualche recondita scissione. Anche loro sono partite, come le donne di Milazzo in Vittorini, per contemplare ed esplorare le città del mondo: in cerca della bellezza.