Il viaggio nel tempo antico e i chiarori lunari

Eccetto un’esigua minoranza, a Cortale prima degli anni Sessanta non conoscevamo il viaggio come esperienza formativa e ludica, come vacanza ed esplorazione. Conoscevamo abbondantemente il partire come emigrazione, ma si tratta chiaramente di uno spostamento di ben diversa natura.
Si camminava inoltre a piedi, sicché le distanze e il senso di esse erano differenti rispetto ad oggi. E recarsi a Maida era già un grande viaggio.
Per le bambine poi ( e per le donne in genere ) gli stessi spazi della quotidianità non erano molti: si limitavano all’abitazione, alla scuola. Ci appartenevano pure le strade, ma quelle vicino casa. Le bimbe, oltre che con le bambole, organizzavamo infatti nelle vie anche giochi scatenati, maschili si direbbe con una ( oggi anacronistica e per me assurda ) divisione di genere, e potevamo altresì allontanarci dalla nostra zona, ma sempre in qualche modo controllate. I maschi in verità vivevano più anarchicamente, me ne rendo conto adesso che noto di avere una memoria “intima”, ma di conservare pochi ricordi di vita condotta nei luoghi pubblici. Per esempio, io non sono mai andata a ‘u Castanitu, un posto che per i maschietti era una sorta di iniziazione al fuori e allo stare da soli, all’autonomia.
Tuttavia il viaggio spesso lo si compiva nella fantasia e si viaggiava indubbiamente molto attraverso i libri, con i quali ho fatto molti itinerari, i più importanti della mia esistenza anzi. E poi bastava un piccolo spostamento anche all’interno del tuo paese o un lieve discostarsi dalle personali abitudini per provare la sensazione di aver realizzato qualcosa di profondamente affascinante e di essere stati protagonisti di un’avventura entusiasmante.
Allora dormivo di solito in una stanza assieme a mia sorella e ad una delle zie, i miei genitori invece avevano una  camera che dividevano con mio fratello. E rammento come un momento di particolare ambascia dell’infanzia quello in cui, seduta su un gradino della scala che portava alla loro stanza, ero incapace di decidere sul da farsi: con chi stare quella notte, con le consuete care compagne o con mio padre e mia madre? L’indecisione rasentava la sofferenza, come capita spesso ai bambini che soffrono con un’intensità che noi adulti spesso abbiamo dimenticato possano raggiungere. Comunque uno dei miei spostamenti incantati è stato appunto il dormire nel lettone dei genitori, non so se avvenne la notte della speciale indecisione. Li vidi giovani e allegri, che si volevano bene e me ne volevano.
E non scordo un viaggio con tratti di modernità, perché implica una certa libertà di movimento per delle adolescenti, ma eravamo già nei famosi Sessanta ed io avevo circa dodici anni. Ormai non dividevo più la stanza con altri, perché mia sorella si era sposata e la zia viveva con lei per aiutarla col bambino. Fu allora che a un’amica, un po’ più grande di me, fu concesso di dormire a casa mia: una sorta di pigiama party, si direbbe oggi con brutta espressione! Fu una notte indimenticabile, in cui nessuna delle due chiuse occhio e ci fu un continuo chiacchierio di ragazzine che si confessavano le meraviglie delle prime emozioni e dei primi amori, i sogni e le fantasie. La mia compagna possedeva maggiore capacità di raccontare e l’ascoltavo quasi ammaliata, perché i due anni che aveva più di me la rendevano ai miei occhi particolarmente affascinante e affascinante proprio perché mi sembrava avesse superato la linea che proietta nell’età adulta, rispetto a me che mi sentivo un po’ piccola e un po’ grande, quindi maledettamente bambina. Ricordo un pomeriggio in cui eravamo sedute su un albero di fico e giocavamo ai fidanzati: io ovviamente facevo la parte della ragazza, dato che ero più piccola e ingenua ( inconsciamente riproducevamo idee maschiliste! ). Non dimenticherò mai l’ampio e teatrale muoversi del suo braccio quando, mostrandomi la campagna intorno e la vicina Jacurso, lei/lui prometteva per convincermi che era un buon partito: ” Se accetterai il mio amore, tutto questo sarà tuo!”.La guardavo come una divinità, per quella sua prorompente fantasia!
E rimane impresso nella memoria ancora un
viaggio, effettuato pure questo da piccola. Avevo un’altra zia la cui abitazione era in piazza, sicché il dormire una volta da lei fu importante, e perché uscivo da casa e perché mi recavo nel centro del paese: si trattava per me quasi di una dimora cittadina, rispetto al vicolo in cui risiedevo.
La zia non aveva figli e un giorno disse ai miei genitori che sarebbe stata felice di crescermi lei assieme al marito. Ringrazio tuttora mio padre e mia madre che, pur essendo normale a quei non floridi tempi donare a qualcuno un figlio e pur sapendo che la parente viveva in una migliore condizione economica, mi hanno tenuta con sé. Comunque gli zii la volta che volli dormire da loro credo abbiano assaporato la gioia di avere una bimba che riposi nel tuo letto e si muova nella tua casa.
Da parte mia, di quella notte rammento la luce che illuminava completamente la stanza nella quale arrivava il bagliore dei lampioni della piazza in maniera piena, visto che la strada era larga 
e che in paese non usavamo tende alle finestre, noi che di solito abitavamo in posti angusti e che quando avevamo la fortuna di avere luminosità ci aprivamo ad essa con gioia. Le lampade della piazza si univano al nitore della luna e creavano quello che a me sembrò il più bel chiarore lunare che abbia mai visto. Senza le incombenti case davanti tipiche delle viuzze, esistevano solo la stanza e il cielo: una sorta di spazio libero, di infinito. E a me, abituata alla strettezza e allo scuro della mia zona, quella camera parve illuminata come fosse giorno. Ma bisogna essere cresciuti in un vicolo per comprendere appieno la sete di spazi aperti e di luce che in esso si ha.
L’ambiente era anche odoroso di lindo, tutto ordinato e diverso da casa mia dove la presenza di figli e di maggiori bisogni comportava un caos più grande. E la categoria del pulito/sporco a Cortale doveva essere rilevante negli anni Cinquanta, se pure del maestro delle elementari in un tema scrissi è pulito. Sdraiata nel letto luminoso, ho sentito inoltre il profumo dei
passuli, dell’uva passa, una leccornia che la zia – che faticava l’intero anno con la vigna – metteva in serbo in un cassetto del comò. Me ne fece dono, naturalmente, e a me parve prezioso.
Mi sono ricordata di questo chiarore lunare e del viaggio notturno, passando stamane vicino quella che per me rimane l’abitazione della zia, sebbene lei non ci sia più. All’uscio di essa, un giorno che improvvisamente mi sentii fisicamente molto male e mi credetti sola, mi appoggiai da bambina: era la porta di una persona cara, là potevo stare tranquilla per riprendere fiato, il familiare luogo mi proteggeva. Lo guardo sempre con gratitudine.
La mattina dopo la magnificenza dello splendore lunare, tornai però a casa mia: perché il piacere del viaggio è anche il ritorno.

Dialogo fra Ateniesi e Melii, ovvero tra i leader europei e Tsipras

Tra noi europei e la cultura dell’antica Grecia c’è tale compenetrazione che spesso l’odierno dramma di questo paese viene raccontato facendo riferimento ad aspetti inerenti un patrimonio ideale che è divenuto pure nostro. Miti ( quello di Edipo, ad esempio ) e caratteri costitutivi ( tra cui l’idea stessa di democrazia ) della nostra identità provengono dalla civiltà ellenica e, senza enfatizzare od adoperare toni retorici, possiamo dire che siamo tutti greci, in un certo senso.
La terribile notte del giovane Tsipras – siglata da un lato da quel suo gesto tragico del togliersi la giacca e dall’altro dalla protervia delle potenze europee che hanno voluto far pagare il peccato di hybris ( tracotanza ), ossia il referendum osato dal popolo greco – ricorda per il gioco di rimandi tra oggi e i lasciti della cultura greca un racconto di Tucidide altrettanto fortemente drammatico: il dialogo fra Ateniesi e Melii.
Ricorrendo ad una struttura formale usata nel teatro, lo storico nel dialogo indaga i rapporti di forza nella storia umana che non appare regolata da principi di carattere etico. Da una parte la logica dell’imperialismo ateniese che non può ammettere il rifiuto dei Melii di entrare nella rete dei suoi alleati durante la guerra con Sparta, dall’altra il richiamo al concetto di giusto di Melo, isola di rilevanza modesta.
Melii: “Non potreste accettare che noi ce ne stessimo in pace e fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti?”
Ateniesi: ” No! La vostra inimicizia infatti non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia: essa per i sudditi sarebbe un esempio manifesto della nostra debolezza, mentre il vostro odio gli darebbe un esempio della nostra forza.”
Chissà se il coraggioso Tsipras ha pensato a questo dialogo nella notte in cui il suo popolo riceveva un sonoro schiaffo da parte dei potenti europei!
I Melii videro abolita nei rapporti fra Stati ogni idea di diritto e giustizia e dominare il principio dell’utile da Atene sostenuto. Tsipras ha visto calpestati i principi della dignità e sovranità nazionale.
Ma può la storia degli uomini essere guidata solo da rapporti di forza? E’ possibile fare a meno di ogni motivo di ordine etico? Davvero i Melii e Tsipras nutrono speranze irrazionali e sono incapaci di cogliere le dinamiche delle situazioni reali? Davvero sono gli eterni sconfitti?
Qualche anno dopo quel drammatico discorso, Atene –  tanto proterva con la piccola Melo – conobbe la disfatta in Sicilia che segnò la fine della sua potenza: ciò non indica che le relazioni tra paesi è da insani fondarle su strategie di comando e che l’antico ed eterno criterio del giusto deve trovare spazio ed essere riconosciuto?
Lo schiaffo ricevuto da Tsipras ha in verità segnato pesantemente le guance di tutti.
Eccole, prendetevi le nostre giacche: noi siamo gli sconfitti, siamo i Melii di un tempo, noi siamo i tanti Tsipras di oggi.
E continuiamo a reclamare giustizia. Ma voi dovete temere le sconfitte in Sicilia.

La conchiglia del Mediterraneo

Il progetto ungherese del muro contro l'immigrazione

Il progetto ungherese del muro contro l’immigrazione

Scherzavo, nell’ormai lontano 1990, con quei ragazzi della mia quarta ginnasiale di Como che con entusiasmo si avvicinavano allo studio della civiltà greca: “Voi avete avuto gli Orobi, noi i Greci”. Oppure li stupivo con le foto dei nostri fichidindia o affermando che in Calabria c’erano anche i laghi ( artificiali, ma c’erano! ) e questo li stupiva molto.
I rapporti, tra me docente del Sud e le famiglie e l’ambiente generale, erano corretti, sebbene ricordi nella Val d’Intelvi una scritta contro gli insegnanti meridionali, già in quegli anni. La Lega però non era ancora forte e il massimo in cui ci si poteva imbattere era qualche sorrisetto ironico sulla nostra barbara ( in senso greco! ) pronuncia.
All’incontro con due giovanissimi genitori, il papà mi disse che correggevo pure le virgole ed io, a lui che era medico, chiesi: “Lei conosce il suo mestiere?” “Sì” ” Io conosco il mio”. E ragionai su quali disastri possa provocare in un testo una virgola messa al posto sbagliato o non messa.
Ci sorridemmo: questi erano solo scambi civili e normali, tra persone rispettose l’una del ruolo dell’altra. Non avrei mai allora saputo immaginare il clima di cloaca che si è stabilito nella scuola: dove esiste ormai una corsa da parte dei genitori e di tutto l’organismo sociale circostante a garantire un ottimo voto all’allievo, soprattutto se non lo merita.
Nell’incontro successivo, il giovane padre disse che aveva un regalo per me. Io per un momento mi misi sull’allerta perché avrei dovuto trovare il tono giusto per rifiutare. Ma lui, che era a conoscenza delle schermaglie scherzose e giocose con i ragazzi, mi porse una conchiglia che aveva portato appositamente per me dalle recenti vacanze. “Perché siamo entrambi mediterranei”, aggiunse.
Conservo ancora quella conchiglia come segno di relazioni gentili e di unione tra “diversi”. E – come mi hanno sollecitata a fare da bambina – ogni tanto l’appoggio all’orecchio e odo il rumore del mare.
Chi oggi, a distanza di quasi trent’anni e nel momento in cui si pensa di erigere foschi muri, chi di noi dà una conchiglia come riconoscimento dell’altro?

 

Sogni di docenti

E’ stato veramente strano, stamani, entrare nella sala dei professori e udire due colleghe raccontare i sogni della notte appena trascorsa.
Una: “C’era una fila lunghissima di alunni in attesa e dovevano tutti interrogare me, non io i ragazzi”.
L’altra: “Mi trovavo in un posto strettissimo che fungeva da aula ed esso si restringeva attorno a me sempre di più”.
Ho sorriso stamane di fronte alle mie colleghe sentendole vicine forse dopo tanto tempo, in questo periodo molto oscuro per la scuola nella quale sembrano saltare tutte le regole democratiche e ognuno pare poter divenire nemico dell’altro.
Ero anch’io reduce da una notte angosciata e dissi loro quello che avevo sognato: “Dovevo andare a Roma, all’università, per sostenere l’esame di laurea e non riuscivo a prendere il treno”.
Ecco cos’è la scuola ( pubblica ): un luogo privo di norme generali e condivise, dove i lavoratori si sentono sotto pressione e prossimi alla schiavitù.
Quale progetto formativo e culturale può realizzarsi in tale situazione di sofferenza così vicina all’alienazione?

Vincenzo Giampà e noi

Il rapporto mio con Vincenzo è stato affettuoso, ma non ha mai conosciuto la profondità dell’amicizia. E non ci frequentavamo ormai da circa trent’anni.
Sapevo, però, di che tempra l’uomo fosse fatto e come fosse la sua voce all’interno della comunità e di quali sdegni egli fosse capace.
Tramite Facebook avevo inoltre il modo di seguirne ancora le incessanti battaglie – piccole o grandi -, le scelte o le antipatie politiche, gli studi sul dialetto. Cioè, ho continuato negli anni a sentirlo per molti aspetti mio simile e compagno di strada. Senza vederci.
E, durante la lotta contro la costruzione della discarica in località Battaglina, Vincenzo è stato un intelligente e leale sostenitore del movimento e del suo comitato: anche aprendo e gestendo allora una pagina che mai ha indebolito l’azione collettiva. Nel e accanto al movimento, e non per fini elettorali o personali, a differenza di tanti e parecchi.
In quei mesi ha in verità dimostrato che egli, che spesso conduceva le sue battaglie in solitudine, sapeva tuttavia l’importanza e la bellezza dell’avere un disegno e un sogno in comune con altri.
E quindi devo dire che la  morte di quest’uomo è una perdita che ci riguarda, perché ci impoverisce: la sua inquietudine e il suo spirito polemico mancheranno e non solo al suo paese, ma alla nostra zona, fatta di realtà in cui domina l’acquiscenza e la remissività.
Egli mancherà di sicuro a me, che abito in questi luoghi che largamente diventano un deserto dei Tartari per i rari spiriti indipendenti e fanno terra bruciata attorno a chi pensa.
Guarda un po’, Vincenzo, la stranezza delle cose: proprio tu, fiero anticlericale, andandotene così presto ci hai combinato uno scherzo…da prete. Che non ci fa né sorridere, né ridere.