Il mio no al referendum: non di destra, ma dell’accozzaglia di sinistra

Voterò no al referendum non insieme a Salvini, Grillo, ecc., ma insieme ai tanti di sinistra ( diciamo così, per comodità di esposizione ) che sanno che il mondo è cambiato, e con esso numerose categorie del Novecento, ma continuano a credere in alcuni valori fondamentali quali la giustizia, la partecipazione, la solidarietà, persino la derisa onestà.
Il mio primo voto è stato su un referendum, quello sul divorzio, e orgogliosa me ne andavo in giro con un bel no appiccicato alla borsetta. Con lo stesso spirito e con lo spirito con cui sempre ho votato a sinistra ( nonostante tutto ), domenica sceglierò il no ancora una volta.
Dirò no, perché non voglio che diminuiscano – ulteriormente! – gli spazi di democrazia: secondo tale discriminante ho valutato e rifiutato la proposta di riforma costituzionale.
So bene, come i miei tanti compagni di viaggio dello schieramento del no, che la storia segue altri e nuovi ritmi, in parecchi casi migliori: la morte di Castro in questi giorni è come se avesse chiuso il secolo scorso, si è giustamente affermato.
Ma la mia storia, quella che io non smetto di auspicare, pur guardando al progresso è sempre dalla stessa pars: quella che permette all’uomo di realizzarsi nel suo lato in fiore. In questo senso, non condivido l’articolo di Saviano su Castro, anzi lo ritengo il suo intervento peggiore: superficiale e rozzo.
Oggi io sono dalla pars degli emigranti, dei diritti civili, della libertà di genere. Sono contraria ad ogni forma di violenza e costrizione: proveniente dai propri compagni di vita, datori di lavoro, dai governanti.
Ecco perché voterò no.
Se poi dal no verranno un invito a diminuire la boria governativa ed una lezione di umiltà per Renzi, Giannini, Boschi, ecc., non lo riterrò un male.

Il ricamo e l’inquietudine delle donne

– E che può succedere a Milazzo? – Rea Silvia rispose. – C’è un vapore che arriva e riparte. E ci sono i giovanotti che camminano avanti e indietro. E io ero sempre che ricamavo nella luce della porta. E mia madre e le mie zie erano sempre che ricamavano anche loro. E le mie sorelle lo stesso, erano sempre che ricamavano, sebbene una abbia solo quindici anni e una nemmeno tredici.

Nel passo di Vittorini ho sentito in maniera chiara la secolare mancanza di movimento che avvolge la vita di queste ed altre donne ( specialmente al Sud), il loro scontento, la struggente attesa.

E le ho riviste le ragazze che negli anni Cinquanta hanno popolato la mia infanzia: anime sognanti, ansiose di sperimentare mondi nuovi ma destinate a stare in luoghi ristretti e poveri, imprigionate in un’esistenza ripetitiva, votate ad attendere un uomo che le liberasse dall’angustia.
Ma ho rivisto anche le donne che non ho incontrato e di cui ho soltanto udito parlare: quelle che alcuni decenni prima erano emigrate nelle Americhe sposandosi per procura, vale a dire spesso senza aver mai visto il compagno con cui avrebbero passato i loro anni. Ciò, tuttavia, permetteva di uscire dalla dura vita delle campagne ed evitare un avvenire che non prometteva niente se non lavoro da bestie, parti ( frequentemente mortali ), figli ( talora voluti, talora no ), mariti ( in parecchi casi violenti e a loro volta insoddisfatti).

Ho rivisto le tante mie coetanee strette negli anni ’70 tra le proprie ansie di rinnovamento, di conoscenza e di indipendenza e la scarsità economica e di orizzonti dei luoghi calabresi. Ho ritrovato il nostro desiderio di vivere noi stesse come individui ed esseri umani, esplorando autonomie nella sessualità e nella realizzazione di sé, e le sconfitte che abbiamo subito, nella soffocante chiusura della prevalente mentalità dei benpensanti.

Nel quadro di Vittorini mi pare di vedere ( ma forse sbaglio ) anche qualche giovane donna di adesso, che mille sogni nutre sul suo futuro, ma è costretta in ambienti conservatori, culturalmente depressi, delusa pure dal matrimonio e persino dall’avere figli, condizioni che si rivelano non essere la terra promessa tanto agognata. Al Sud, infatti, spesso sono le ragazze ad andare via e a non voler tornare.
Mi pare di vedere le molte cinquantenni di oggi inquiete, ridotte a osservare con compiacimento ma pure invidia le numerose possibilità che le figlie hanno: studiare, viaggiare, esplorare, convivere con qualcuno e magari in seguito lasciarlo. Donne sovente rinchiuse nel recinto della maternità che non risponde alla loro intima esigenza di libertà e costruzione della propria identità.

Se la ministra ( ministro? eccola ancora, la nostra difficoltà di esistere, addirittura nella lingua! ) avesse pensato alla secolare assenza di ritmo che avvolge l’esistenza delle donne, al loro silenzioso ricamare e alle fughe dal ricamo, se avesse riflettuto sui tanti diritti che hanno a fatica conquistato (tra cui quello di non essere madri ), se fosse stata sensibile alle perenni spinte all’indietro a cui esse devono far fronte, non avrebbe probabilmente proclamato con stupido ed oscurantista decreto il giorno della fertilità, come se si rivolgesse a coniglie senza storia.
E avrebbe ricordato che in primo luogo le donne sono attraversate dal desiderio di essere persone, dal bisogno di fuggire dall’avvilimento che i tanti imposti ricami loro provocano ed affrancarsi dalla monotonia di spazi e speranze.

Leggo del pio ed accorato appello della Lorenzin e mi chiedo quali donne il ministro/a frequenti e abbia in mente.
E guardo le vecchie foto degli anni Cinquanta e Sessanta del mio piccolo paese nelle quali appaiono già giovani sorridenti, allegre, belle, con il capo scoperto, eleganti anche se vestite con abiti non di gala. E attorno a tali graziose figure, invece, dei poveri luoghi fatiscenti senza strade e servizi e le campagne pure esse spoglie, da cui non avresti ricavato il necessario per vivere, figuriamoci un po’ di superfluo per gioire. Tutte donne migliori dei paesi toccati in sorte.
Presto queste ragazze avrebbero lasciato quei territori desolati ( i quali avrebbero per sempre conservato la ferita della loro lontananza ), per comporre una danza diversa a Milano, Zurigo, in America.

Adesso ne vedi alcune tornare per trascorrere l’età della pensione a Cortale: le riconosci perché negli occhi e nei passi ritrovi i segni dell’aspirazione ad una vita diversa che le ha spinte, tempo fa, ad andare via.
Non sono tornate sconfitte, benché si intuisca qualche recondita scissione. Anche loro sono partite, come le donne di Milazzo in Vittorini, per contemplare ed esplorare le città del mondo: in cerca della bellezza.

Il nostro capo chino

Io ero , quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi sono messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino.

Mai un libro mi ha parlato tanto immediatamente, sin dal suo incipit, come quello di Vittorini: il capo chino mi sembra il mio e di tanti che si trovano a vivere nel nostro tempo aspro.
Specialmente in alcuni giorni, in cui quanto accade è doloroso e noi, per interpretarlo,  non possediamo chiavi di lettura nuove e non retoriche. E nessuno, né intellettuale né qualsivoglia sinistra, pare poterle offrire.

Antiche foto

Le foto degli anni Cinquanta e Sessanta ci mostrano ancora quasi tutti magri.
I grassi erano così pochi che apparivano strani o venivano considerati ammalati. Spesso si trattava di benestanti o, fatto inconsueto, di persone nullafacenti, pertanto non consumate dal duro lavoro dei campi.

Quando frequentavo le scuole medie, ad un bambino grasso chiesi ragione di quella floridezza, pur essendo io piuttosto timida. Ma tu perché sei grasso?, gli domandai senza malizia ma con la curiosità con cui, rivolgendomi all’insegnante, avevo cercato chiarimenti sulla forza di gravità. Da piccolo sono stato debole per un periodo ed i miei genitori mi hanno dato olio di fegato di merluzzo, mi rivelò il compagno con la stessa naturalezza con cui gli avevo parlato.
Avevo solo bisogno di una spiegazione e la sua mi parve soddisfacente, anche se forse era magica, ma tante cose erano misteriose in quel nostro universo contadino.

Nel tempo in cui ero bambina, a Cortale viveva una signora che mi sembrava veramente rotonda. Mi pare di rivederla mentre si inerpica su una lunga scalinata, al termine della quale era posta la sua casetta ( se fortunati, abitavamo pressoché tutti in casette, altrimenti in casupole ).
Per distogliermi da una cattiva abitudine, mia sorella – che possedeva molta fantasia nel costruire racconti o frottole tra il favoloso ed il tragico e che si divertiva a farlo – mi urlò minacciandomi e ammonendomi: Se continui ad abbuffarti di sale, ti ammali e diventi uguale a lei!
E’ così, i pochi grassi erano allora ritenuti (  lo erano? ) malati. Io però ero ghiotta di ogni alimento che si allontanasse dalla dieta usuale e mangiavo il sale, prendendone di nascosto piccoli pugni e ingoiandoli.

Penso si possa affermare che negli anni Cinquanta e Sessanta la nostra alimentazione fosse ormai sufficiente e che non abbiamo sofferto la fame, a differenza di generazioni precedenti. Certo è, però, che essa non era varia.
Seguiva ( e troppo! ) il ritmo delle stagioni: era tempo di fave e si consumavano fave, ma per un mese e fino a quando iniziavano ad avere il tipico segnetto nero  ( l’uocchiu ) ed erano dure, indice inequivocabile che era il momento che gli avventori cambiassero. E passavano a sfamare i maiali.
Era dunque un’alimentazione ripetitiva ed io ero curiosa delle cose nuove che negli anni Sessanta cominciavano in qualche abitazione a comparire. Ero abituata, ad esempio, a nutrirmi di un pane squisito, che mia madre impastava, infornava e cuoceva in casa utilizzando la farina da noi prodotta. Magari potessi averlo adesso, ma allora, se vedevo una pagnottella del panificio, all’interno spesso cruda e mal cotta, credevo di scoprire un ignoto spazio e ne avevo voglia.

I biscotti nostri, poi, erano quelli che si facevano in determinate ricorrenze, tra cui Pasqua. In tali momenti in casa arrivava mia zia, stimata quale esperta del parentado per la preparazione di dolciumi o il trattamento della carne di maiale o per la creazione casalinga dei liquori, cioè per le situazioni gastronomiche che in una famiglia contadina erano sentite come solenni, poiché richiedevano una spesa extra e quindi non si potevano commettere errori. La zia, usando con maestria le mani, praticando dei piccoli tagli con il coltello o poggiando sopra la pasta l’estremità delle grosse ( non so quanto pulite! ) chiavi di casa, dava vita con perizia agli ornamenti dei nostri dolcetti: nascevano fiocchi, cerchi, faccette con sorrisi. Noi eravamo in festa e le stanze odoravano della fragranza di questi prodotti semplici e di paese, ma allorché si conobbe qualche industriale brioche essa per me ebbe il gusto del proibito ed inusuale.

E con che piacere, a un certo punto, accogliemmo la mortadella, pur avendo un ottimo salame! Solo qualcuno la definiva “carne di asino”, ma con un po’ di tristezza forse perché sentiva che la mortadella per le sue caratteristiche avrebbe invaso tutte le tavole, mentre il nostro salame – che tanta fatica richiedeva – sarebbe stato soppiantato.
Ecco perché divoravo con voluttà persino il sale, desiderosa com’ero di sapori diversi da quelli noti.

Ma guardiamole di nuovo le vecchie foto: siamo in grado di stabilire la stagione dell’anno in cui sono state scattate? Dai vestiti non si capisce e il nostro mondo di allora è come  immerso in un’eterna primavera od autunno. E noi portiamo sempre gli stessi abiti.
I bimbi spesso hanno le gambe nude e un maglioncino, più o meno stretto a seconda se c’era stata o no una crescita; a volte abbiamo le calze, ma una si mostra perennemente abbassata, perché l’elastico non riusciva più a resistere al passare del tempo ed ai numerosi lavaggi. Le donne indossano u vancaliedu che, o di lana o più leggero, non era per niente adatto ai rigori dell’inverno e dunque di per sé non è indizio di una stagione particolare; gli uomini si vedono in maniche di camicia o con massimo la giacca. Di ombrelli, neppure l’ombra.

In alcune fotografie si comprende che è inverno perché un uomo (probabilmente pure… grasso) ha il cappotto.
Io alla scuola elementare – tanto, l’edificio era vicino casa mia ! – nei mesi invernali avevo un bello scialle ( lavorato fiure de maju ) e il primo cappotto fu quello smesso da mio fratello. Si cercò di rifargli il collo e si tentarono dei maldestri miglioramenti per adattarlo a una bambina. Anche le sarte stavano in quel periodo modificando la loro arte e passavano dal cucire quanto necessario a una società contadina ( foddigghie, mbusti, matarazzi, salauddi, etc. ) a fare gonne, vestitini, soprabiti, visto che stavano mutando le condizioni economiche ed i bisogni. La tecnica era tuttavia ancora incerta e il mio cappottino proteggeva sì dal freddo ed era sicuramente un bene non molto diffuso e perciò prezioso, ma restò bruttino e un po’ duro ed il suo colore, marrone, non mi piaceva.

Il primo che fu acquistato per me era invece morbido, caldo e di un piacevole verde: l’ho adorato. Lo trovai in un negozio di Lamezia Terme e mi accompagnava mio padre, l’unico che aveva pazienza di fronte alle mie incertezze e lungaggini di adolescente quando dovevo decidere su qualcosa da indossare. Erano ormai vicini gli anni Settanta ed erano cambiate parecchie cose, rispetto alle vecchie foto. Grazie al cielo, la nostra vita stava migliorando: mangiavamo in maniera più varia, vestivamo meglio, studiavamo di più, lavoravamo un po’ meno.

E cominciavamo ad ingrassare. Ma forse in futuro avremmo imparato a nutrirci con equilibrio e ad essere magri non per bisogno e ristrettezze, ma per scelta consapevole.

Verità degli accadimenti e verità giudiziaria

Qualche sera fa mi sono  imbattuta in un servizio televisivo sui malanni causati dalla ‘ndrangheta in Calabria e su alcune note vicende giudiziarie relative a crimini perpetrati nella zona dell’Angitola, finite senza l’accertamento della verità ( per prove insufficienti o fatte abilmente apparire tali ) oppure conclusesi, come nel caso della morte di Santo Panzarella, con l’assoluzione degli accusati per non aver commesso il fatto. Delitti rimasti senza un colpevole.

Mi ha colpita molto l’affermazione di un avvocato, il quale ha più volte ribadito che la verità raggiungibile è quasi sempre la verità giudiziaria, non quella che disveli quanto realmente successo.
Mi ha impressionato che questo venisse e affermato e teorizzato come un dato quasi normale da un operatore del diritto.

Noi cittadini siamo consapevoli che un processo penale significa accertare i fatti e che tale accertamento può a volte essere incompleto, difficoltoso, impossibile. Una cosa è però tale consapevolezza, un’altra accettare che la verità raggiungibile sia eternamente parziale: questa concezione è seriamente colpevole perché giustifica qualsiasi inerzia giudiziaria, qualsiasi collusione, qualsiasi distorcimento della realtà per far trionfare o una propria tesi o un indirizzo politico o una lettura di un periodo storico. La storia della giustizia in Italia è sotto gli occhi di tutti: e su alcune devianti concezioni della giustizia e distorsioni di essa si sono costruite le tante non-verità nel nostro paese, anche prima di Piazza Fontana.

Secondo il legale intervistato, il processo penale è dunque un momento in cui ci si sforza di arrivare ad una verità che è sempre giudiziaria, perché mai o quasi mai si riesce a raggiungere una verità vera.
Ma che senso ha un apparato della giustizia che si accontenti e forse tenda solo ad una verità giudiziaria? Che senso c’è nell’accogliere come un dato immutabile l’idea della limitata portata dell’accertamento giudiziario?
La spesa enorme che il paese affronta nel sostenere tale apparato ha ragione d’essere, il sistema giudiziario stesso ha ragione d’essere solamente se sempre più si tende, nei tribunali, ad appurare la verità su ciò che si è verificato e a dare giustizia alla vittima e pena ( che abbia l’obiettivo di riabilitare il reo ) al colpevole.

Poveri noi, soprattutto in Calabria: tra (im)prenditori, politici collusi, ‘ndranghetisti. E verità giudiziarie.
Dov’è lo spazio per l’onesto? Dov’è lo spazio per l’in-nocente?
Per noi cittadini probabilmentee ingenui e sprovveduti, che nutriamo speranze solo nella giustizia non nei poteri illegali, è inspiegabile questo iato tra realtà degli accadimenti e verità giudiziaria.
Invece, dicono i nostrani esperti del diritto e responsabili della gestione di esso, questo iato è logicamente spiegabile.
E sentenziano, come tutti gli azzeccagarbugli, che la verità degli accadimenti non ci è dato di conoscere: noi conosciamo solo la verità giudiziaria.

E quando, come per il  giovane Panzarella alla fine del processo non esistono colpevoli, concludono che in qualche caso si ha un epilogo assolutorio che è un risultato fisiologico di alcune vicende giudiziarie.
Si tratta viceversa non di risultati fisiologici e naturali e inevitabili, ma di processi naufragati, anzi fatti naufragare da una parte della giustizia.
Vale la pena denunciare, stando così le cose?

Non è l’epilogo giurisdizionale a cambiare la sostanza della realtà, ho sentito dire ancora in quel servizio.
No, è invece importantissimo il risultato di un processo, altrimenti la realtà rimane una merda.
E non resterebbe che aspettare, fatalisticamente, la giustizia di Dio. Com’è costretta a fare ormai la battagliera e fiera e dolente Angela Donato, madre di Santino.
Troppo poco; e per chi è laico o non credente non esisterebbe neppure quest’ultima attesa.

Non si continui però a raccontare la solita solfa che in Calabria e nelle altre zone preda di poteri illegali tale situazione sia dovuta alle popolazioni che non aprirebbero bocca. Come se bastasse che il cittadino dica quanto sappia o quale ingiustizia ha subito, se poi questa partecipazione e coscienza democratica va a schiantarsi contro una gestione della giustizia ( dai carabinieri ai procuratori più potenti ) sonnacchiosa o corrotta o che cerca solo verità giudiziarie. Cioè, ricostruzioni di comodo o accomodanti o cieche o ingiuste. Chi deve condurre la lotta contro mafia e ‘ndrangheta e soprusi e violenti? Davvero pensiamo che sia sufficiente che l’uomo comune denunci? O non siamo, al contrario, in malafede quando proclamiamo ciò in maniera piuttosto reboante?

[…] lo Stato muore o inizia a morire quando questi poteri privati se ne appropriano […] Allora l’unico principio regolatore dei rapporti sociali diviene la forza.
Allora su coloro che non fanno parte di alcuna tribù sociale forte – come avviene per i giovani precari, per i disoccupati, per gli anziani poveri, per gli emarginati, per milioni di cittadini – si scarica tutto il costo sociale delle transazioni concluse dalle varie tribù nell’esclusivo interesse dei propri membri, afferma Roberto Scarpinato, che ha lavorato con Falcone e Borsellino. Ma Scarpinato è testimone di un’idea della conduzione della giustizia non maggioritaria in Italia.

Siamo un paese dove l’impunità di chi delinque ha una storia lunga. Scriveva Giolitti al re Umberto I dopo l’assoluzione degli imputati per lo scandalo della Banca Romana: “Ora si aggiungerà la prova che i grossi delinquenti in Italia, oltre a essere assolti, possono con i milioni rubati far processare coloro che li avevano denunciati e messi in carcere”.
La giustizia ( non ) è uguale per tutti.