Dialogo fra Ateniesi e Melii, ovvero tra i leader europei e Tsipras

Tra noi europei e la cultura dell’antica Grecia c’è tale compenetrazione che spesso l’odierno dramma di questo paese viene raccontato facendo riferimento ad aspetti inerenti un patrimonio ideale che è divenuto pure nostro. Miti ( quello di Edipo, ad esempio ) e caratteri costitutivi ( tra cui l’idea stessa di democrazia ) della nostra identità provengono dalla civiltà ellenica e, senza enfatizzare od adoperare toni retorici, possiamo dire che siamo tutti greci, in un certo senso.
La terribile notte del giovane Tsipras – siglata da un lato da quel suo gesto tragico del togliersi la giacca e dall’altro dalla protervia delle potenze europee che hanno voluto far pagare il peccato di hybris ( tracotanza ), ossia il referendum osato dal popolo greco – ricorda per il gioco di rimandi tra oggi e i lasciti della cultura greca un racconto di Tucidide altrettanto fortemente drammatico: il dialogo fra Ateniesi e Melii.
Ricorrendo ad una struttura formale usata nel teatro, lo storico nel dialogo indaga i rapporti di forza nella storia umana che non appare regolata da principi di carattere etico. Da una parte la logica dell’imperialismo ateniese che non può ammettere il rifiuto dei Melii di entrare nella rete dei suoi alleati durante la guerra con Sparta, dall’altra il richiamo al concetto di giusto di Melo, isola di rilevanza modesta.
Melii: “Non potreste accettare che noi ce ne stessimo in pace e fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti?”
Ateniesi: ” No! La vostra inimicizia infatti non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia: essa per i sudditi sarebbe un esempio manifesto della nostra debolezza, mentre il vostro odio gli darebbe un esempio della nostra forza.”
Chissà se il coraggioso Tsipras ha pensato a questo dialogo nella notte in cui il suo popolo riceveva un sonoro schiaffo da parte dei potenti europei!
I Melii videro abolita nei rapporti fra Stati ogni idea di diritto e giustizia e dominare il principio dell’utile da Atene sostenuto. Tsipras ha visto calpestati i principi della dignità e sovranità nazionale.
Ma può la storia degli uomini essere guidata solo da rapporti di forza? E’ possibile fare a meno di ogni motivo di ordine etico? Davvero i Melii e Tsipras nutrono speranze irrazionali e sono incapaci di cogliere le dinamiche delle situazioni reali? Davvero sono gli eterni sconfitti?
Qualche anno dopo quel drammatico discorso, Atene –  tanto proterva con la piccola Melo – conobbe la disfatta in Sicilia che segnò la fine della sua potenza: ciò non indica che le relazioni tra paesi è da insani fondarle su strategie di comando e che l’antico ed eterno criterio del giusto deve trovare spazio ed essere riconosciuto?
Lo schiaffo ricevuto da Tsipras ha in verità segnato pesantemente le guance di tutti.
Eccole, prendetevi le nostre giacche: noi siamo gli sconfitti, siamo i Melii di un tempo, noi siamo i tanti Tsipras di oggi.
E continuiamo a reclamare giustizia. Ma voi dovete temere le sconfitte in Sicilia.

La conchiglia del Mediterraneo

Il progetto ungherese del muro contro l'immigrazione

Il progetto ungherese del muro contro l’immigrazione

Scherzavo, nell’ormai lontano 1990, con quei ragazzi della mia quarta ginnasiale di Como che con entusiasmo si avvicinavano allo studio della civiltà greca: “Voi avete avuto gli Orobi, noi i Greci”. Oppure li stupivo con le foto dei nostri fichidindia o affermando che in Calabria c’erano anche i laghi ( artificiali, ma c’erano! ) e questo li stupiva molto.
I rapporti, tra me docente del Sud e le famiglie e l’ambiente generale, erano corretti, sebbene ricordi nella Val d’Intelvi una scritta contro gli insegnanti meridionali, già in quegli anni. La Lega però non era ancora forte e il massimo in cui ci si poteva imbattere era qualche sorrisetto ironico sulla nostra barbara ( in senso greco! ) pronuncia.
All’incontro con due giovanissimi genitori, il papà mi disse che correggevo pure le virgole ed io, a lui che era medico, chiesi: “Lei conosce il suo mestiere?” “Sì” ” Io conosco il mio”. E ragionai su quali disastri possa provocare in un testo una virgola messa al posto sbagliato o non messa.
Ci sorridemmo: questi erano solo scambi civili e normali, tra persone rispettose l’una del ruolo dell’altra. Non avrei mai allora saputo immaginare il clima di cloaca che si è stabilito nella scuola: dove esiste ormai una corsa da parte dei genitori e di tutto l’organismo sociale circostante a garantire un ottimo voto all’allievo, soprattutto se non lo merita.
Nell’incontro successivo, il giovane padre disse che aveva un regalo per me. Io per un momento mi misi sull’allerta perché avrei dovuto trovare il tono giusto per rifiutare. Ma lui, che era a conoscenza delle schermaglie scherzose e giocose con i ragazzi, mi porse una conchiglia che aveva portato appositamente per me dalle recenti vacanze. “Perché siamo entrambi mediterranei”, aggiunse.
Conservo ancora quella conchiglia come segno di relazioni gentili e di unione tra “diversi”. E – come mi hanno sollecitata a fare da bambina – ogni tanto l’appoggio all’orecchio e odo il rumore del mare.
Chi oggi, a distanza di quasi trent’anni e nel momento in cui si pensa di erigere foschi muri, chi di noi dà una conchiglia come riconoscimento dell’altro?

 

Sogni di docenti

E’ stato veramente strano, stamani, entrare nella sala dei professori e udire due colleghe raccontare i sogni della notte appena trascorsa.
Una: “C’era una fila lunghissima di alunni in attesa e dovevano tutti interrogare me, non io i ragazzi”.
L’altra: “Mi trovavo in un posto strettissimo che fungeva da aula ed esso si restringeva attorno a me sempre di più”.
Ho sorriso stamane di fronte alle mie colleghe sentendole vicine forse dopo tanto tempo, in questo periodo molto oscuro per la scuola nella quale sembrano saltare tutte le regole democratiche e ognuno pare poter divenire nemico dell’altro.
Ero anch’io reduce da una notte angosciata e dissi loro quello che avevo sognato: “Dovevo andare a Roma, all’università, per sostenere l’esame di laurea e non riuscivo a prendere il treno”.
Ecco cos’è la scuola ( pubblica ): un luogo privo di norme generali e condivise, dove i lavoratori si sentono sotto pressione e prossimi alla schiavitù.
Quale progetto formativo e culturale può realizzarsi in tale situazione di sofferenza così vicina all’alienazione?

Vincenzo Giampà e noi

Il rapporto mio con Vincenzo è stato affettuoso, ma non ha mai conosciuto la profondità dell’amicizia. E non ci frequentavamo ormai da circa trent’anni.
Sapevo, però, di che tempra l’uomo fosse fatto e come fosse la sua voce all’interno della comunità e di quali sdegni egli fosse capace.
Tramite Facebook avevo inoltre il modo di seguirne ancora le incessanti battaglie – piccole o grandi -, le scelte o le antipatie politiche, gli studi sul dialetto. Cioè, ho continuato negli anni a sentirlo per molti aspetti mio simile e compagno di strada. Senza vederci.
E, durante la lotta contro la costruzione della discarica in località Battaglina, Vincenzo è stato un intelligente e leale sostenitore del movimento e del suo comitato: anche aprendo e gestendo allora una pagina che mai ha indebolito l’azione collettiva. Nel e accanto al movimento, e non per fini elettorali o personali, a differenza di tanti e parecchi.
In quei mesi ha in verità dimostrato che egli, che spesso conduceva le sue battaglie in solitudine, sapeva tuttavia l’importanza e la bellezza dell’avere un disegno e un sogno in comune con altri.
E quindi devo dire che la  morte di quest’uomo è una perdita che ci riguarda, perché ci impoverisce: la sua inquietudine e il suo spirito polemico mancheranno e non solo al suo paese, ma alla nostra zona, fatta di realtà in cui domina l’acquiscenza e la remissività.
Egli mancherà di sicuro a me, che abito in questi luoghi che largamente diventano un deserto dei Tartari per i rari spiriti indipendenti e fanno terra bruciata attorno a chi pensa.
Guarda un po’, Vincenzo, la stranezza delle cose: proprio tu, fiero anticlericale, andandotene così presto ci hai combinato uno scherzo…da prete. Che non ci fa né sorridere, né ridere.

I pugni di Cristo

Mentre guidavo, avevo davanti a me un autocarro: teneva sugli sportelli del retro due imponenti gigantografie, a sinistra il viso di Cristo a destra un santo. Ed io, guardandole, pensavo che da noi spesso le figure del divino sono legate a situazioni di illegalità. Basti riflettere sulle Madonne, che per un sinistro miracolo calabrese si inchinano di fronte agli ‘ndranghetisti.
Sebbene dunque consapevole che l’ostentazione del sacro sia sovente legittimazione sociale della violenza, ugualmente ho avuto un sobbalzo di meraviglia quando ho letto la scritta che il camion esibiva sotto l’immagine di Cristo: era troppo anche per me, che non mi aspetto niente dalle sedicenti anime religiose.
Ecco l’epigramma:
Se mi provochi ti ignoro
Se mi sfidi ti distruggo

Le parole e la loro disposizione metrica mi sono affrettata ad annotarle su un foglio appena arrivata sul luogo di lavoro, quanto alle immagini sarebbe stato uno scoop avere una foto, ma quando guido non adopero neppure il telefonino, figuriamoci se mi metto a fare la fotografa!
Il proprietario del camion gira dunque con quel bel messaggio che è dire poco se lo si definisce intimidatorio. Evidentemente si sente, o è, padrone e patrono del territorio.
Ma quante statue di padre Pio non troneggiano proprio nei nostri supermercati in odor di mafia? E non ha nelle sue vie grandi sculture di santi Borgia, paese qualche volta sciolto per mafia? E mancano forse nei luridi covi degli ‘ndranghestisti i quadri di santi e sante? E in numerosi studi medici, dove non è di casa la professionalità, non campeggiano invece in superba mostra raffigurazioni sacre? E i sindaci calabresi – anche quelli indagati – non seguono compunti le pie processioni, sicuri che ciò assicurerà loro il consenso popolare?
I nostri spazi privati e ( ahinoi! ) pubblici sono dunque santificati, eppure noi non conosciamo il valore della giustizia. Quanto alla laicità, essa non ci è nota, anzi è guardata con sospetto.
Stia attento perciò Bergoglio quando parla di pugni: in alcune terre violente nelle intime fibra,  è ancora adesso meglio non giocare con le parole di Cristo e continuare a predicare, fino alla noia, porgi anche l’altra guancia. Non si smetta di dare importanza di comandamento alla mitezza e alla legalità.
E tolga, il papa, il diritto di usare l’immagine di Cristo per fini violenti e fuori dalle leggi: riprenda quel marchio sacro e lo protegga.